TANIA JAMES.
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L'ELEFANTE NON DIMENTICA.
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Titolo originale: The Tusk That Did the Damage. 2015.
Traduzione di: Elisa Banfi.
2016. Ugo Guanda Editore, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
            Fondazione Ezio Galiano
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Nel Kanavar Wildlife Park, una riserva naturale nel Sud dell'india, in una problematica coabitazione con gli indigeni vivono molti animali protetti. Un giorno la furia dei bracconieri a caccia di avorio si scatena contro un branco di elefanti, risparmiando solo un cucciolo, catturato dopo aver assistito all'uccisione della madre.
Dopo anni di cattivit l'elefante, divenuto un esemplare enorme e fortissimo, riesce a liberarsi: la scia di sangue e terrore che lascia dietro di s e la pratica di seppellire le sue vittime sotto rami e terra lo trasformano in una leggenda, facendogli guadagnare il soprannome di Vendicatore.
Dalle foreste di querce e magnolie fino alle pianure e ai campi di riso, in molti incroceranno il suo cammino. Fra questi Manu, un ragazzo tranquillo e studioso che si trova coinvolto suo malgrado nella caccia agli elefanti; ed Emma, giovane regista americana che  in India per girare il suo primo film documentario, affascinata dal coraggioso veterinario a capo del progetto di salvaguardia ambientale. Le loro vicende si fondono in un romanzo coinvolgente e maestoso, con un protagonista indimenticabile, divinit e demone al tempo stesso. Una storia di violenza e di lotta per la vita, di amori e tradimenti, lealt e corruzione, sullo sfondo del rapporto tormentato fra l'uomo e la natura.
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L'AUTRICE.
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Tania James  autrice del romanzo Atlante dell'ignoto, pubblicato in Italia da Guanda nel 2010. I suoi racconti sono apparsi su varie riviste, tra cui Boston Review, Granta, Guernica, One Story. Vive a Washington, D.C. L'elefante non dimentica  stato miglior libro dell'anno per il San Francisco Chronicle, ed  stato selezionato per l'International Dylan Thomas Prize 2016.
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Dedica: A Rachel Kurian e Mariakutty Lukose, le matriarche.
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Colonnello Hathi: Un cucciolo d'uomo! (solleva Mowgli con la proboscide) Questo  tradimento! Sabotaggio! Non ammetto cuccioli d'uomo nella mia giungla!
Mowgli: La giungla non  mica tua!
Dal film Disney: Il libro della giungla, 1967.
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Non resta nulla della mia casa dunque porto la mia casa con me.
Lisa Ciccarello, One Way of Doing Battle.
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L'elefante.
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Avrebbero finito per chiamarlo il Vendicatore. Ma ci sarebbero stati altri nomi: il Giustiziere, il Maniaco del jackfruit, il grande Sooryamangalam Sreeganeshan.
Quando era piccolo, il suo nome era un suono gutturale che solo i suoi simili riuscivano a produrre e lui, da qualche parte nei profondi abissi della sua testa, se lo teneva stretto.
Altri ricordi che custodiva: correre in mezzo alle zampe di sua madre, trotterellare dentro e fuori dalle sue orme. La corteccia degli alberelli morbidi, i fanghi salati da leccare, le lenticchie di palude e il sentore dell'acqua di fiume che si apriva e si chiudeva attorno alle sue zampe. Ricordava sua madre che se lo caricava in groppa prima di tuffarsi dalla riva. In quel modo il clan affrontava il guado, un'isola di colline e proboscidi alzate.
Tra loro c'erano due maschi, un vecchio meditabondo con zanne enormi e un dodicenne con spuntoni d'avorio, che tastava di continuo, ammirato, con la punta della proboscide. Quando girovagavano, il vecchio restava nelle retrovie, ma se fiutavano un uomo nelle vicinanze, le femmine mollavano tutto e circondavano i due maschi.
Sapevano di cosa era in cerca l'uomo. E invece gli presentavano il loro didietro.
Percorrevano da anni le stesse piste, con il clan, piste su cui il Dipartimento forestale avrebbe intagliato i suoi sentieri.
Conoscevano ogni curva e ogni confine, ogni teschio e ogni maschio solitario che si incontrava lungo il tragitto.
Ma il Vendicatore non aveva imparato tutto quello che c'era da sapere. La sua proboscide, tozza e goffa, non percepiva quello che percepiva sua madre: l'improvvisa immobilit nel ritmo delle cose, il pericolo nell'aria.
Il Vendicatore aveva solo qualche anno quando successe, era ancora nuovo del mondo, ma abbastanza cresciuto perch sua madre avesse un altro cucciolo. La neonata era una cacchina maldestra. Trotterellava fra i pilastri delle zampe materne, proprio dove una volta trotterellava lui. Se lui cercava di tornare sui suoi passi e riguadagnare l'ombra della madre, la madre borbottava e lo sospingeva avanti con la proboscide. Se restava indietro, lei agitava la coda finch lui la afferrava e camminavano in tandem, sempre uniti.
Uscirono dalla foresta, allo scoperto, nel torbido odore lacustre di alghe. La distesa d'acqua si apriva davanti a loro. Il Vendicatore fu il primo a buttarsi, alzando spruzzi, mentre la cacchina esitava sul ciglio del lago che le lambiva, scuro, le zampe. Il vecchio dalle zanne enormi fiond in aria la proboscide e si innaffi la schiena.
Al calare della sera, risalirono il fianco della montagna. La shola diventava pascolo, punteggiato qua e l da cespugli e alberi irrobustiti per resistere al freddo. Il vento ormai era calato e non port loro, come faceva di solito, l'odore dell'uomo appostato tra i rami di un sempreverde.
Un'esplosione squarci il silenzio. Il Vendicatore vacill, preso in una giostra di zampe e urla. L'uomo sull'albero puntava il lungo muso di un fucile. Un'altra esplosione: il vecchio dalle zanne enormi emise un profondo barrito senza scampo. Il Vendicatore vorticava alla ricerca di sua madre, e quando finalmente ne sent l'odore, la trov che ruggiva in faccia all'uomo armato, il quale mir alla bocca e spar.
La testa di sua madre si pieg di scatto all'indietro. Le zampe anteriori si sollevarono da terra, in un istante di leggerezza, prima di ricadere, piegate sotto di lei. La sua mole si abbatt con un tonfo che si propag nel terreno e percorse come una corrente le tenere piante dei piedi del Vendicatore.
Le si avvicin. Le tocc la proboscide tiepida, lunga distesa, ma moscia. Ne tocc le creste e le pieghe e la punta, un unico dito cavo con cui gli aveva colto una bacca di uvaspina nemmeno due ore prima. Un odore di bruciato, dalla ferita. Niente aria dalle narici, niente luce nell'occhio.
Tutto attorno: un tanfo di piombo e fumo.
Guard due uomini arrampicarsi sul muso del vecchio dalle zanne enormi. Tirarono e spinsero e segarono all'attaccatura della proboscide. Il sangue zampill tingendo le loro mani, tingendo l'aria, quando la proboscide rotol inerte a terra. Scalpellarono una zanna da una parte, spezzettando la carne, e pestarono con un martello dall'altra, un po' spezzettando e un po' martellando, finch riuscirono a sfilare con delicatezza la zanna dalla radice, facilmente, come un frutto.
Lo fecero al maschio con le zanne e a quello che le stava ancora mettendo, aprendo i due musi con precisione e tranquillit. E poi si accorsero di lui.
Uno degli uomini gli si avvicin, deciso, i suoi capelli mandavano un odore appiccicoso, una profumazione chimica mista ad ananas marcescente. A ogni passo dell'uomo, il mondo sembrava irrigidirsi. Aveva in mano un coltello.
Il Vendicatore fiut l'urina che gli colava lungo una zampa.
Si premette contro il ventre ancora tiepido di sua madre e aspett la morte.
L'uomo pass oltre il Vendicatore, aggir il fianco di sua madre. Il Vendicatore non vedeva cosa stesse facendo.
Sent solo il lieve stridore del coltello. Fiut solo l'ananas marcescente.
Infine l'uomo gir di nuovo attorno al corpo di sua madre e si allontan, torn dalla sua gente. Stringeva la coda mozzata, oscillante in un cenno di richiamo.
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Il bracconiere.
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A Sitamala tutti pensano di conoscere la storia di mio
fratello. Non  cos. Magari conoscono la melodia, ma
scommetterei un mezzo sacchetto di pepe che le parole
sono tutte sbagliate. Per me, ad aver messo in giro certe
calunnie  stata la famiglia di sua moglie, tutte quelle
perfide sorelle con i fianchi enormi, neanche una che sia carina la met di Leela.
Nostro padre era un coltivatore di riso. Veniva da
tempi in cui coltivare era una professione nobile, tempi
in cui la gente ricercava il nostro gandhakasala e il nostro
rosematta per la fragranza genuina, superiore alla robaccia
a buon mercato che arriva adesso dal Vietnam. Chi se
li ricorda pi, quei tempi, con tutte queste fattorie lasciate
incolte e tutti questi figli di contadini andati ad appollaiarsi
su morbide sedie da ufficio? E chi sono io per biasimarli,
io che ho visto con i miei occhi il Vendicatore e
sentito il suo alito in faccia come un vapore?
Qualcuno dice che mio fratello  caduto nella trappola
che aveva teso all'elefante. Io dico che, quando
non ci sei dentro,  facile parlare. Vi porter dal Vendicatore,
lo guarderete negli occhi color miele. Vi mostrer
il giorno in cui ha messo piede nelle nostre vite macilente.
Poi mi direte chi era il cacciatore e chi la preda.
Per capire i nostri guai, dovete sapere che cosa  successo
a mio cugino Raghu. Quando penso al povero Raghu,
lo vedo attizzare un fuocherello. Lo vedo spostare un legnetto
per far respirare la fiamma. Ho rievocato spesso
questa immagine, come se fossi insieme a lui nel palli, dove avrei dovuto essere quella sera.
Il palli era una baracca con il tetto di paglia, sorretta
da gambe di bamb, in mezzo alle risaie di suo padre,
uguale a quello delle coltivazioni confinanti. Nel caso in
cui fosse arrivata una mandria di elefanti a fare strage di
steli, avremmo dovuto agitare la lanterna e mandare il
lungo ululato che avrebbe dato l'avvio alla catena degli
ululati. Se non fosse bastato a spaventare la mandria e a
metterla in fuga, avremmo usato petardi e razzi. Ma le
mandrie si erano fatte furbe. Avevano imparato che al
nostro clamore mancavano i denti, quindi continuavano
a mangiarsi il frutto dei nostri sei mesi di lavoro a schiena
china. Qualche volta bisognava chiamare il Dipartimento
forestale; ci mandavano tre o quattro uomini ad
accecare le bestie con le torce e a sparare con vecchi fucili.
Li chiamavamo i verdoni per la sudicia uniforme
verde e la passione per il contante.
Le mandrie erano composte soprattutto di femmine,
quindi non c'era pericolo di farsi male, se non si infastidiva
un cucciolo. Niente  pi temibile di una madre infuriata.
Da ragazzo, ho sentito di un'elefantessa che aveva
cullato il cadavere del suo piccolo per giorni e non
voleva saperne di lasciarlo.
I maschi solitari potevano essere intrusi molto maleducati.
Se uno veniva a farci visita, dovevamo saltare
fuori dal palli e scappare di corsa a casa. Non lasciatevi
ingannare dai bestioni che si vedono negli zoo: gli elefanti
corrono! Chiedetelo al padre di Raghu, che aveva solo
vent'anni quando un maschio l'aveva sorpreso a sonnecchiare
nel palli. Achan Sintetico era sopravvissuto perch
sapeva che l'elefante ha la vista debole. Se corri diritto,
ti travolge. Se corri a zigzag, forse riesci a confonderlo.
Secondo Achan Sintetico, Raghu era troppo piccolo
per montare la guardia nel palli da solo, quindi aveva reclutato
anche me. Eppure non saprei dire dov'ero quella
notte, probabilmente a tentare la sorte con una ragazza
dal fondoschiena morbido morbido. Che dire? Avevo
diciannove anni e avevo scoperto che su certe ragazze i
miei lineamenti facevano effetto, non so se mi spiego.
Fingevo di non curare il mio aspetto, ma Raghu mi punzecchiava
per la pomata che di tanto in tanto mi passavo
tra i capelli. Qualche volta mi chiamava Re dei leccati,
tipo: Oh, Re dei leccati, ti sei fatto il bagno nella brillantina
o ti sei infilato tutto il tubetto nel sedere?
A Yamini piace.
Nel sedere?
Non permetterti di nominare il suo sedere.
Guarda che le voci corrono. E da quello che ho sentito,
io non la toccherei nemmeno con un palo da barcaiolo.
Bisticciavamo, ma c'era qualcosa di confortante nel
nostro odore stantio e nel bianco lampeggiare dei nostri
denti al buio. Altre volte ci rintanavamo nel silenzio, ciascuno
a domandarsi in privato che genere di futuro ci
aspettasse. Io spesso mi appisolavo e Raghu lo sopportava
fino a un certo punto, mi scuoteva solo se mi capitava
di mollarne una. Dove pensi di essere? mi gridava,
agitando la mano davanti al viso. Nel tuo cagatoio personale?
Quando mi svegliava con un tocco delicato, invece,
capivo di aver borbottato qualcosa su mio fratello, magari
Dov' Jayan, dov', pur sapendo che Jayan era a casa
ormai da sei mesi. Per risparmiarmi la vergogna, Raghu
diceva solo che ne avevo mollata un'altra.
Per quanto fosse umile, il nostro palli offriva una vista a
cinque stelle. A nord un ripetitore telefonico dava la scalata
al cielo. A est una civetta ci guardava male dal suo
trespolo di bamb, facendo roteare il capo alla ricerca di
roditori fra gli steli. A ovest guardavamo il tramonto
sgorgare sulla foresta bordata di teak, ovvero la Riserva
naturale di Kavanar.
La nostra gente batteva la foresta da molto tempo prima
che le dessero quel nome astruso. Le nuove leggi ci
avevano proibito di fare qualsiasi cosa nel parco, non ci
si poteva camminare, non si poteva nemmeno raccogliere
un ramoscello lungo come un dito senza essere multati
per intrusione e furto. Furto ai danni di alberi che ci
avevano donato frutti e legna per secoli! In compenso, la
legge vedeva di buon occhio i verdoni e le compagnie del
legname, i loro filari di palissandro, eucalipto, teak.
Perci persi subito la pazienza quando Raghu attacc
con uno sproloquio sullo spettacolo a cui aveva assistito
il giorno prima, protagonista il suo nuovo eroe: Ravi
Varma, il veterinario. Non avevo mai visto quel dottor
Ravi Varma, ma avevo sentito parlare delle sue imprese
con i verdoni e, non essendo un loro ammiratore, per associazione
non lo ero nemmeno del veterinario.
E quali gesta eroiche aveva compiuto quel dottore
delle vacche per meritare l'adulazione di Raghu? Aveva
tirato fuori un cucciolo di elefante da un fosso che circondava
una piantagione di t, dove il piccolino era caduto,
con grande sgomento della madre.
Dissi a Raghu che anche la mia vecchia mammachi
rimbecillita sarebbe stata capace di tirare fuori un elefantino da un fosso.
C' di pi insistette Raghu, entusiasta. Il veterinario
ha fatto in modo che la madre se lo riprendesse.
Quella era una menzogna bella e buona. La madre
non toccherebbe mai un cucciolo maneggiato dagli umani.
Lo sanno anche gli imbecilli.
Invece se l' ripreso! E l'ha pure ringraziato.
Si sono stretti la mano, magari?
E c'erano due sayip, a filmare tutto. Gente della BBC, credo.
Su questo mi soffermai. A quei tempi gli stranieri si
vedevano di rado dalle nostre parti, e non eravamo n
abbastanza poveri n abbastanza principeschi da apparire
sugli schermi occidentali. Ero incuriosito, un minimo.
Cosa voleva da noi la BBC?
Raghu sospir, ancora stupefatto al ricordo del dottor
Ravi Varma. Uno spettacolo, Manu, credimi.
Chiss se Raghu stava ancora rimuginando sull'elefantessa
e il suo piccolo, la sua ultima sera. Fu quel ricordo
sentimentale a fargli abbassare la guardia? Immagino la
sua ultima ora solitaria, lo vedo appisolarsi, a un respiro
dal sonno, prima di raddrizzarsi rapido allo schiocco di un ramo spezzato.
Nel silenzio guarda da una porta all'altra. Pu riempire
i polmoni e ululare, dando avvio alla catena degli ululati,
ma se poi  stato solo il crepitio del fuoco? Mi sente
che lo prendo in giro: Un ramoscello spezzato in mezzo a una risaia?
Raghu si raggomitola sotto la coperta, come per proteggersi da ogni eventualit.
Dopo un minuto senza rumori, pu ricominciare a respirare,
con il sollievo di non essersi messo a starnazzare
come un uccello deficiente. Attinge al conforto del fumo
di legna, sicuro che arriver. Nel frattempo, accudir il fuoco da solo.
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La documentarista.
...
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...
Molto tempo fa, quando le montagne erano ricoperte da
foreste rigogliose, un bambino sbuc dagli alberi e si imbatt
in un uomo bianco con gli occhi azzurri di porcellana.
L'uomo bianco era un ingegnere inglese, inviato
dalla Corona a tracciare una strada attraverso le montagne,
ma non trovava un passaggio. Non era un esploratore,
e quello era un territorio misterioso e fitto di vegetazione.
Magari il bambino, essendo del luogo e dunque al
corrente dei suoi segreti, avrebbe potuto mostrargli la
via?
Il bambino pretese del denaro e l'orologio che l'ingegnere
aveva al polso.
Porgendogli l'orologio - il denaro dopo - l'ingegnere
segu il bambino fino alle montagne, lungo una pista
schiacciata dalle zampe degli elefanti. Di tanto in tanto il
bambino si fermava e diceva che doveva andare a casa,
perch sua madre lo stava aspettando; non aveva tempo
per salire fino alla vetta. Ancora un altro po', lo incalzava
l'ingegnere, solo un altro po'.
Al tramonto raggiunsero la vetta. L'uomo strizz gli
occhi alla vista delle montagne sull'altro versante e sorrise
come se avesse ricevuto una grossa eredit. Contento?,
chiese il bambino. Adesso dammi i miei soldi.
Ancora un minuto, disse l'ingegnere, infilando la mano
nella tasca del giaccone.
Non ne ho pi, di minuti, insistette il bambino.
Vero, disse l'ingegnere, puntando la pistola, e spar in
faccia al bambino.
Gli sfil l'orologio dal polso. Pens all'orologio pi
grande che si sarebbe comprato dopo la costruzione della
strada, chiamata come l'inglese che aveva, da solo, trovato
un passaggio attraverso i ghat.
Il proiettile, in realt, diede al bambino morto tutto il
tempo del mondo. Molti anni dopo, il suo spirito si stabil
nel cavo di un baniano, lungo la strada costruita dall'ingegnere,
e cominci a rovesciare le auto per vendetta.
Solo quando un sacerdote avvolse l'albero con una catena
lo spirito fu sottomesso e le auto poterono ricominciare
a sfrecciare liberamente sulla curva. Da quel momento
in poi, fu chiamato l'Albero della catena.
Mi sporsi dal finestrino del taxi per vedere l'Albero della
catena. Avevo sentito quella leggenda il giorno del mio
arrivo alla Riserva naturale di Kavanar e mi aspettavo un
colosso, pi contorto e mitico. Invece il baniano aveva
un'aria benigna, le catene penzolavano dai suoi rami
come festoni.
Era la strada, piuttosto, a intimorire, tutta detriti, esuberanza
e tornanti. Il nostro tassista forse pensava di essere
invincibile, o perfino immortale, visto il modo in cui
schiv auto, motorini, furgoni, camioncini, camion a
rimorchio e un gruppo di pedoni con il fazzoletto legato
sulla bocca per proteggersi dalla polvere. Il rosario appeso
allo specchietto retrovisore gli schiaffeggiava il dorso
della mano. Lui non ci faceva caso, n al rosario n ai
cartelli che comparivano di tanto in tanto:
UN SORPASSO NON TI CAMBIA LA VITA,
MA TE LA PU TOGLIERE
Ero nervosa per le riprese, e quei cartelli non erano
d'aiuto. Seduto accanto a me, Teddy guardava fuori dal
finestrino, placido e sognante.
Avremmo dovuto noleggiare una seconda telecamera
gli dissi.
E al suono chi ci avrebbe pensato?
Un microfono montato sulla telecamera. Lo fanno
tutti.
Teddy aggrott la fronte all'idea. Era un purista della
qualit del suono, anche se non capitava spesso che si offrisse
volontario per occuparsene di persona.
Non so come faremo a riprendere tutto con una sola
telecamera insistetti.
Non riprenderemo tutto, Em. Basta accettarlo,  liberatorio.
Stai entrando in modalit Buddha?
Teddy non rispose, quindi era entrato in modalit
Buddha. La modalit Buddha era un aspetto fondamentale
del suo approccio e gli permetteva di muoversi in
una situazione frenetica armato solo di telecamera e
istinto. Nessuno dei due sapeva cosa aspettarsi da quelle
riprese, ma una missione di salvataggio in cui erano coinvolti
degli elefanti non poteva che essere un delirio.
Sgommavamo attraverso piantagioni di caff e t, file
di cespugli che si dipanavano sui lievi pendii, illuminati
da bacche di un rosso acceso. Una quercia serica era
scossa dal vento, il tronco imbrattato di funghi arancioni.
Pi facile non accorgersi dei fossi scavati attorno agli
appezzamenti per impedire agli elefanti selvatici di mangiucchiare
le bacche. Capitava che una madre e il suo
piccolo saccheggiassero i cespugli, ma poi il cucciolo scivolava
e ruzzolava nel fosso, dove la madre non riusciva
a raggiungerlo.
A quel punto intervenivano il dottor Ravi Varma e la
sua squadra. Era la mia ossessione da un anno, io e Teddy
avevamo preso tre aerei e un treno per venire a filmarlo.
Ero stata io a proporre l'idea a Teddy. Eravamo freschi
di laurea, in cerca di un soggetto per il nostro primo documentario,
quando avevo letto di Ravi sulla rivista di
una compagnia aerea. Le foto di elefantini lanuginosi mi
avevano conquistato per le solite questioni di tenerezza;
la descrizione del veterinario irradiava potenziale drammatico.
Il dottor Ravi Varma passa le giornate, e la maggior
parte delle nottate, al centro di
soccorso e riabilitazione
della Riserva naturale di Kavanar. Tra i suoi averi
pi preziosi ci sono le scarpe da ginnastica mimetiche,
un rum mediocre e dodici T-shirt color carbone.
Preferisce il color carbone, da quando ha commesso
l'errore di vestirsi di bianco per il ricongiungimento
tra un elefantino e la madre. La femmina l'ha avvistato
con facilit, come una lampadina in mezzo al
verde, e ha caricato.
Avevo scoperto che Ravi Varma coordinava il centro ed
era famoso per i suoi metodi spericolati. Era stato un
pioniere del ricongiungimento, una tecnica che pochi
veterinari osavano tentare con i cuccioli abbandonati.
Si pensa erroneamente che gli elefanti rifiutino i
piccoli toccati dall'uomo dice Varma. Noi abbiamo
constatato che il ricongiungimento deve essere
istantaneo, la rapidit  la chiave di tutto.
Avevamo rintracciato il dottor Varma e dopo una serie di
telefonate ci aveva assicurato che ci sarebbero stati da riprendere
salvataggi e calamit in abbondanza. Avevo
spedito una manciata di richieste di finanziamento e me
ne avevano concessi due. Il padre di Teddy, un chirurgo
della mano, gli aveva comprato una telecamera e un
sound kit che costavano pi della mia auto. Nell'autunno
del 2000 eravamo volati nel Sud dell'india con le borse
dell'attrezzatura in spalla, tutte passate al vaglio dal personale
di sicurezza dell'aeroporto con tetra lentezza.
Vivevamo al centro di soccorso ormai da alcuni mesi,
un periodo di pax romana durante il quale non si era verificata
nemmeno una crisi, e ci ritrovavamo con riprese
che avevano la profondit e le sfumature di un video
promozionale. Un paio di volte - con mio enorme terrore
- Teddy aveva proposto di sovrapporre alle immagini
una voce morganfreemanesca, un'impresa, visto che i
Morgan Freeman non crescono sugli alberi. Hai una
bella voce, potresti farlo tu aveva detto Teddy, ma ci
avevo gi provato una volta ed ero rimasta mortificata
quando la registrazione aveva restituito una voce da topo
ansimante che si esibiva nel pronunciare delle parole.
Non l'avrei mai pi rifatto, per nessuna ragione al mondo.
Non mi aspettavo che il film fosse perfetto, ma volevo
essere convinta di ogni fotogramma, di ogni scelta. I
miei coetanei avevano bobine e curriculum; a me bastava
un unico lavoro che mi rappresentasse, anche se privo di
avvenimenti eclatanti.
Mancavano tre settimane alla partenza per gli Stati
Uniti quando, all'ultimo minuto, Ravi ci chiam dal cellulare.
Era partito per una missione di soccorso. Finalmente
era successa la disgrazia che Teddy aspettava, e a
quell'epoca un elefantino caduto in un fosso era la disgrazia
pi grande che riuscissimo a immaginare.
Quando arrivammo, la squadra di Ravi era gi al lavoro
da tre ore senza alcun risultato. Ci infilammo tra gli uomini
che si erano radunati per assistere alla scena. Teddy
alz la telecamera, ma io vedevo soltanto una decina di
cocuzzoli dalla capigliatura foltissima, nemmeno una pelata,
un fenomeno che Ravi attribuiva con orgoglio all'olio
di cocco.
Teddy si muoveva nella folla con un'espressione distaccata
ma amichevole, come se fosse abituato a essere
cinquanta centimetri pi alto di tutti gli altri. Anch'io
non passavo inosservata, con il mio chignon ramato, la
giacca impermeabile gialla, la giraffa (la lunga asta del
microfono, con un paravento peloso in cima). Ogni volta
che filmavamo, mi aspettavo che la gente fosse attratta
da noi come limatura di ferro da una calamita, ma al
momento tutti gli occhi erano rivolti altrove, verso l'elefantessa.
Era protesa sul ciglio del fosso. Non vedevo il cucciolo,
incuneato dentro. La madre sventolava le orecchie,
turbata dalla caduta del suo piccolo quanto dalla sfilza
dei nostri occhietti guardinghi.
Interrogai un uomo la cui camicia col collo buttondown
e una trama psichedelica di rosa e arancione suggeriva
che parlasse inglese. Dandosi grandi arie davanti
all'obiettivo, mi disse che nel fosso c'era un elefantino e
che il Dipartimento forestale aveva gi sparato a salve
per allontanare la madre e soccorrerlo. La madre per
non voleva saperne di muoversi, continuava a barrire e a
buttare zolle di terra nel fosso, come se volesse costruire
una rampa. E sconvolta. E se quelli del Dipartimento
forestale si avvicinano troppo, abbandoner il cucciolo.
Se gli umani lo toccano... Scuotendo la testa, intrecci
le mani dietro la schiena. La madre lo abbandoner, 
sicuro.
E a quel punto che fine farebbe il cucciolo?
Verrebbe catturato, addestrato, e via dicendo.
Osservammo l'elefantessa rovistare nel fosso con la
proboscide. Guardavo gli elefanti da cos tanto tempo
che tendevo a dimenticare la magia di quell'organo, una
sorta di braccio che prorompe in mezzo alla faccia, abbastanza
muscoloso da abbattere un albero e abbastanza
preciso da afferrare un fagiolo, con quel minuscolo dito
affusolato all'estremit. Ma nemmeno quell'arto miracoloso
poteva salvare il cucciolo. La madre si stava consumando
sotto i nostri occhi. Enorme e disperata, bellicosa
e frastornata.
Riuscii a ringraziare prima che Teddy mi trascinasse
verso la folla radunata accanto al furgone di Ravi. Lui era
seduto dietro e si era appoggiato sulle ginocchia una
caterva di fiale e barattoli, e aghi di una lunghezza inquietante.
Teddy sgusci dentro e punt l'obiettivo sui curiosi
schierati accanto al paraurti, mentre io allungavo il
microfono e aggiustavo i settaggi del DAT che portavo
sul fianco.
Ah ah disse Ravi, senza alzare lo sguardo. I media.
Dopo mesi di riprese quasi quotidiane, Ravi era a suo
agio davanti all'obiettivo, sintonizzato sul genere di informazioni
che ci servivano, sulle frasi adatte a essere
usate nel film. Senza bisogno di chiederglielo, si mise a
spiegare, mentre infilava un ago in un barattolino pieno
di un liquido trasparente. Xilazina pi ketamina, per il
proiettile di tranquillante. E solo per sicurezza. Prima
proviamo con il proiettile di gomma.
Perch non si usa subito il tranquillante? chiesi.
Teddy strinse sulle sue mani: rigiravano e iniettavano
con abilit.
Potrebbe cadere, rompersi una zampa. E se dormisse
ancora, dopo che abbiamo tirato fuori il cucciolo?
Non potremmo fargli da baby-sitter perch lei a quel
punto non se lo riprenderebbe.
La folla si apr per lasciar passare Ravi, gli occhi riverenti
fissi sul fucile. Lui convoc un manipolo di guardie
forestali e Bobin, il suo assistente. (All'inizio avevo pensato
che Bobin fosse una svista anagrafica, ma per il ruolo di asciutto aiutante di Ravi, il suo Robin se lui era Batman,
quel nome aveva un senso.)
Con Ravi in testa, la squadra si addentr tra i filari di
cespugli con i fucili spianati. La folla si era zittita. Teddy
aveva aperto lo schermo a LED della telecamera, e ora
alzava e abbassava lo sguardo tra schermo e fosso.
L'elefantessa si volt e si piazz dritto davanti a noi, e
di colpo mi sentii sommergere dalla sua paura e dalla sua
furia, sensazioni sepolte nelle ossa, arrotate in anni di fughe
da uomini armati di fucile. Ringhi agitando le orecchie;
gli uomini avanzavano. Solo Bobin si muoveva disarmato,
con un marchingegno di corde avvoltolato sulla
spalla, una chiazza di sudore sulla schiena.
Al grido di Ravi, una guardia forestale spar il proiettile
di gomma. Mancata.
In risposta, l'elefantessa gonfi i polmoni e barr. Ebbi
un vuoto allo stomaco; i livelli audio arrivarono al rosso.
Un altro sparo, la zampa posteriore cedette. Il proiettile
di gomma aveva colpito l'elefantessa alla coscia. Fugg
zoppicante, e la squadra si precipit verso il fosso, e
prima che ci dicessero di non farlo accorremmo anche io e Teddy.
Il cucciolo era sdraiato sulla schiena, le zampe tozze
sollevate in aria. Belava, disorientato, mentre Ravi e
Bobin gli passavano attorno al busto un imbrago e, con
l'aiuto di tutta la squadra, lo issavano. Rimase sul fianco,
ansante. La madre barr da lontano. Mentre Bobin scioglieva
l'imbrago, Teddy si inginocchi al livello dell'occhio
del cucciolo, una calamita nera che seguiva ogni movimento di Bobin.
Alla fine la squadra lo rimise in piedi. Ravi grid agli
altri di allontanarsi di corsa. Mi prese per il braccio,
mentre la madre partiva alla carica. Chiamai Teddy,
sempre correndo, non sapendo se fosse dietro di me o se
fosse rimasto con il cucciolo, e siccome non mi rispondeva,
liberai il braccio, nonostante il fragore dell'elefantessa
scuotesse ancora il terreno.
Mi voltai e lo vidi che filmava. Aveva la telecamera
puntata sul petto per stabilizzare la ripresa. Il suo viso
era irrigidito dalla paura, a malapena respirava e sbatteva
le palpebre, mentre l'elefantessa galoppava verso il
suo piccolo. C'erano venti metri fra Teddy e gli animali,
una distanza che la madre poteva coprire in pochi secondi.
Eppure lui non si mosse, fermo e incantato come il
resto di noi.
L'elefantessa tocc il cucciolo sul cocuzzolo della testa,
sulla nuca, sulla proboscide tremolante, che si alz,
fiaccamente, come un punto di domanda. La proboscide
materna gli rivolgeva attenzioni al tempo stesso intime,
familiari e misteriose.
La madre sollev la testa, puntando lo sguardo su
Teddy. Ci che accadde subito dopo sarebbe stato dibattuto
durante un'intervista alla NPR: la domanda era
se il gesto dell'elefantessa fosse stato, come sosteneva
Teddy, un segno di gratitudine. L'altro ospite della trasmissione,
un etologo piuttosto pungente, avrebbe respinto
l'ipotesi, accusando Teddy di una visione
umanocentrica che presuppone una coscienza nell'animale.
Quel gesto di saluto, come lo definisce Teddy, poteva
significare qualunque cosa. Magari era un segno di
rabbia, magari un avvertimento. O di gioia, perch no?
Ma la gratitudine  una manifestazione umana, che viene
appresa solo dalle creature addomesticate. Insomma,
parliamoci chiaro avrebbe aggiunto l'etologo, con una
risata di stupore, neanche Teddy avesse sostenuto che
l'elefantessa gli aveva fatto un inchino, gli animali selvatici
non ringraziano!
L'avrei preso a cornate, quello. Aveva mai guardato
un elefantino succhiarsi la proboscide nel sonno, uggiolando
per un sogno segreto? Aveva mai guardato Juhi, la
femmina pi grande tra quelle non ancora adulte, che si
era scelta il ruolo di matriarca, abbracciare con la proboscide
la pi piccola, vedendo un estraneo che si avvicinava?
Io ero stata testimone di quei momenti, due delle poche
volte in cui ero uscita da sola a riprendere, anche se
poi nessuna di quelle sequenze era stata inclusa nel montaggio
definitivo. Ormai era diventato il film di Teddy, la
mia presenza era stata praticamente cancellata. All'inizio
mi ero sentita presa alla sprovvista, per il modo in cui era
successo, ma avrei dovuto vedere dove mi trovavo, sempre
alla periferia delle cose.
Il confronto dur appena qualche istante. L'elefantessa
agit la proboscide su e gi per tre volte, volutamente.
Teddy smise di riprendere solo molto dopo che si fu voltata
per andarsene per la sua strada con il cucciolo al seguito,
uno sgorbietto appena pi alto dei cespugli allineati
a destra e a sinistra. Nelle cuffie sentivo il fruscio
delle foglie e, sotto, a una frequenza percepita soltanto
da me, un fremito di invidia.
...
.
...
L'elefante.
...
.
...
Ogni notte il Vendicatore si rigirava, nel sonno. Si svegliava
senza fiato da visioni di corde e mani rudi. Gli spari
dei fucili foravano i suoi sogni.
I suoi barriti svegliavano la giovane femmina nella cella
accanto. Borbottava, scontrosa, nel buio e si riaddormentava
subito, le zampe anteriori raggomitolate, la bocca
socchiusa. Lui chiudeva gli occhi, e sua madre gli
aleggiava davanti alle palpebre, tiepida e viva come era
stata fino a neanche cinque giorni prima. Fissava la giovane
femmina attraverso i pali coperti di ragnatele, il cuneo
rosa della sua lingua. Si infilava in bocca la punta
della proboscide.
L'anakoodu era di bamb e legno scuro, muschioso, con
un alto tetto di lamiera che tintinnava sotto la pioggia.
Una staccionata divideva lo spazio nelle due celle, ciascuna
arredata con un sacco di iuta imbottito e nient'altro,
tranne i fantasmi degli altri elefanti venuti prima di
loro. L'aria era appesantita dai loro odori.
Durante il giorno, il Vendicatore passava la proboscide
attorno alle sbarre. Tastava le corde che le tenevano insieme.
Si arrampicava sul bamb con le zampe anteriori
allungando la proboscide oltre i pali. Il suo grugno si
chiudeva come una mano attorno ai profumi di passaggio.
Anche dopo essersi stancato di arrampicarsi, continuava
a ripassare i nodi, incrocio dopo incrocio. Era diventata
una cosa che doveva fare, per ragioni sepolte.
I pappan erano teste calde, rumorosi, irrequieti, puzzolenti.
All'anakoodu ne erano assegnati cinque. Il Vendicatore
li odiava tutti, tranne il Vecchio.
Le giornate cominciavano e finivano con il Vecchio, che
non era il pi vecchio eppure sembrava avere pi autorevolezza
di tutti. Gli altri lavoravano in fretta e senza attenzione,
invece il Vecchio si prendeva il tempo di esaminare
con cura gli elefantini. Gli cesellava le unghie con
una lima di metallo. Oliava ogni crepa e ogni fessura.
Con dita decise, trovava i nodi doloranti e li massaggiava
finch il Vendicatore faceva le fusa e la giovane femmina
piagnucolava per richiamarlo da lei.
Era l'unico pappan che si chinava perch gli passassero
la proboscide attorno al collo. Non aveva una proboscide
con cui ricambiare il gesto e si ostinava a non permettergli
di infilargli in bocca la punta della loro. Eppure il
contatto era consolante, toccare ed essere toccati.
Il contatto, per, poteva essere un maestro crudele. Un
giorno il Vecchio si piazz di fronte al Vendicatore
nell'anakoodu. Nel pugno stringeva un lungo bastone
che culminava in un artiglio metallico.
disse il Vecchio.
Il Vendicatore lo fissava. Il Vecchio aveva un viso diverso,
strano, duro e vuoto come un muro. Allung il braccio
e stratton l'orecchio sinistro del Vendicatore. Il
Vendicatore strill ma il Vecchio continu a tirare finch
l'elefante si gir a sinistra.
disse il Vecchio.
Un violento strattone all'orecchio destro del Vendicatore.
Lui strill, si gir a destra.
E cos via, finch il Vendicatore non riusc a cavare un significato
da ognuno di quei versi orribili. Sinistra! Destra!
Fermo! In ginocchio! (Quest'ultimo, imparato con un colpo
di bastone sui fianchi.) Il dolore trascinava la sua mente
verso una linea tesa e terribile, il suo unico obiettivo:
fare qualsiasi cosa gli avrebbe evitato di soffrire.
Solo all'ora del bagno il Vendicatore opponeva resistenza.
Capiva che si avvicinava il brutto momento dai turisti
che si accalcavano fuori, ciarlando, facendo i buffoni,
scoprendo i denti, astuti come scimmie. I loro rumori si
fondevano in un sibilo, gli si avvolgevano attorno, fino a
soffocarlo.
Cominciava con un suono graffiante. Il Vecchio sfilava
due delle tavole di legno, il riquadro di luce spezzato
dalla sua sagoma. Le prime volte il Vecchio gli legava
una corda attorno al corpo per trascinarlo fino all'acqua.
Ma non appena aveva imparato a non tirare nella direzione
opposta, ad assecondarlo in silenzio, la corda era
stata slegata.
Avanzavano in fila: il Vecchio, la giovane femmina, il
Vendicatore e altri due pappan, quello che sputava,
espellendo in continuazione rosse lingue di paan, e quello tarchiato, con l'alito liquoroso. Di tanto in tanto, l'uno
o l'altro gli abbaiavano contro, per motivi che andavano
oltre la sua capacit di comprensione. Qualche volta
mollava una scoreggia come si deve per zittirli.
La folla guardava da lontano, chiocciando, mentre tutti e
cinque marciavano in fila sul pendio aperto e digradante.
Poi il sentiero si allargava sulla riva del fiume. Non appena
il Vendicatore fiutava una zaffata di mota e alghe, si
faceva prendere dal panico e tentava di tornare indietro,
ma i pappan lo sospingevano avanti.
Quando arrivavano sulla riva, la giovane femmina trotterellava
nell'acqua e si fermava un po' distante dal Vecchio,
che si appostava a gambe larghe sulle rocce. Mormorando
con dolcezza, le spruzzava l'acqua sulla schiena.
Ogni tanto se ne portava un sorso alla bocca e volgeva gli
occhi alla corrente increspata dalla brezza. La giovane
femmina scintillava sotto il sole, le goccioline sulle setole
come gioielli, lo sguardo intontito dal piacere.
Il Vendicatore era disperato. Lo costringevano a immergersi
dandogli ginocchiate e strattonandolo per l'orecchio.
Lo innaffiavano d'acqua e lui si ritrovava di nuovo
al lago con il suo clan, e c'era il vecchio dalle zanne enormi
che spruzzava l'acqua e c'era sua madre che gliela
schizzava in bocca. Affondava il viso nel fianco della giovane
femmina, ma i ricordi non gli lasciavano scampo.
Due volte al giorno gli elefanti adulti passavano davanti
all'anakoodu, diretti al lago, ciondolando la testa e scuotendo
le catene. I pappan li cavalcavano o li accompagnavano a piedi.
La prima volta che il Vendicatore aveva scorto tutti i giganti
insieme, aveva infilato la proboscide fra i pali di
bamb e aveva barrito. Femmine e cugini di varie gradazioni
di marrone e grigio. Gli era sembrato di fiutare sua madre, tra loro.
Mentre passavano aveva chiamato, forte, ma neppure
uno si era voltato, come se fossero meno che estranei,
come se non appartenessero nemmeno alla stessa specie.
Avevano le zampe posteriori chiazzate di urina giallo-
verdastra. Negli occhi, un'assenza allarmante.
Ogni notte, il Vendicatore evadeva. Chiudeva gli occhi e
si vedeva attraversare a nuoto il fiume, guidato dal periscopio
olfattivo della proboscide. Si vedeva fendere la
superficie dell'acqua e arrampicarsi sulla sponda opposta,
dove lo aspettava sua madre. Eccolo, con la proboscide
avvinghiata alla sua. Qualunque dolore, qualunque
sofferenza subisse, non capitavano davvero a lui. Lui era
sull'altra sponda con sua madre. Non era l.
Cos cominci la seconda vita del Vendicatore, il cui racconto
sarebbe incompleto senza un ritratto accurato del
Vecchio. Alla fine gli articoli di giornale avrebbero ignorato
quasi del tutto il defunto T. S. Mahadevan; alcuni ne
avrebbero addirittura omesso il nome. Eppure sarebbe
vissuto ancora per un decennio nei racconti e nelle filastrocche,
evocato come uno spirito che non avrebbe mai conosciuto pace.
Al centro faunistico, le giornate del Vecchio erano quasi
tutte uguali. In qualit di supervisore, sedeva su una
panca fuori dal capanno che divideva con altri tre, e si
occupava dei cuccioli. Due alla volta, passavano per il
suo anakoodu, dove li strappava alla disperazione con il
bastone e la carota. Aveva un arsenale di parole dolci e
colpi delicati, pi uno zuccherino di tanto in tanto. Non
appena riusciva a riscuotere un elefantino mezzo morto,
lo allontanavano dal suo anakoodu per sostituirlo con un
altro paio di occhi bisognosi.
Aveva il registro appoggiato sulle gambe. La sua scrittura
minuta si arrampicava in ogni angolo, sfidando le sbiadite
righe azzurre. Voltava le pagine fruscianti e passava in
rassegna i nomi dei suoi orfani. Ciascuno sfarfallava brevemente
nel ricordo, come una lucciola: Asha, Arjuna,
Balram, Balachandran, Ramachandran, Kamini, Ashwini,
Saraswati, Omprakash, Ramprakash, Babu Prakash.
Cos tanti nomi, eppure tra loro non c'era il suo.
Suo padre Appachen era stato il pappan di un unico elefante,
Kannan, per una vita intera. Tutto ci che Kannan
gli aveva insegnato, lui l'aveva tramandato a suo figlio
nelle notti lente e umide come quelle. Se un elefante si
getta il fango sulla schiena,  a suo agio. Se rimane completamente
immobile,  turbato. Un elefante si sdraia per
dormire solo se si fida di chi gli fa compagnia.
T. S. Mahadevan aveva sedici anni quando lui e suo padre
avevano condotto per la prima volta Kannan oltre i
cancelli del centro faunistico, dopo che l'elefante era stato
buttato fuori dal tempio in cui aveva trovato ospitalit
per vent'anni. Per Appachen, il centro non rappresentava
certo un miglioramento, con i suoi turisti che scattavano
foto a raffica, i cestini dell'immondizia a forma di
elefante e i cosiddetti pappan. Pochi avevano imparato il
mestiere dai loro padri. La maggior parte passava da un
lavoro all'altro con la facilit con cui si sale e si scende da
un autobus. L'unica cosa che vedevano in un elefante
adulto era la sua forza tremenda, sufficiente a spezzare in
due un uomo se non avesse avuto la prontezza di sferrare
il primo colpo.
Appachen aveva smesso da tempo di usare l'ankush biforcuto
con Kannan. Parlavano una loro lingua privata:
bastava una parola e Kannan si inginocchiava per farlo
salire in groppa. Un pomeriggio stavano camminando
lungo una strada e a un tratto Appachen, intontito dal
caldo, era svenuto. Quando si era risvegliato, si era trovato
davanti il torace di Kannan, uno scafo vivente che si
contraeva e si espandeva. Kannan era rimasto in piedi
sopra di lui per proteggerlo dalle auto di passaggio, una
visione che Appachen avrebbe ricordato per sempre:
giacere incantato dal ritmo di quell'enorme cuore che pulsava.
Storie come quella avevano portato i pappan a pensare
che Appachen avesse qualcosa di divino, un talento
straordinario, frutto di arti oscure. Qualcuno diceva che
una volta era capitato nel leggendario cimitero degli elefanti,
il campo di zanne e teschi che nessun uomo aveva
mai visto, e l aveva ricevuto in dono la capacit di leggere
nella mente dei pachidermi. Altri dicevano che in una
vita precedente, tanto tempo prima, era stato un elefante.
Il giovane Mahadevan sapeva che suo padre era un
narratore dalla fantasia instancabile, e che probabilmente
era lui stesso la fonte di quelle teorie.
Comunque fosse, nessuno metteva in discussione le profonde
conoscenze di Appachen, che ne aveva fatto buon
uso all'anakoodu. A quei tempi, la met dei piccoli non
viveva a lungo, e i decessi erano imputati al dolore.
Fu il latte artificiale di Appachen, addensato con ragi e
jaggery, a risollevare molti dei cuccioli moribondi, sebbene
non si potesse fare nulla per quelli che avevano gi
cominciato a spegnersi, e che mangiavano e bevevano
senza energie, mentre la luce defluiva dai loro occhi.
L'ultimo elefantino era arrivato al centro faunistico proprio
con quello sguardo spento. Il Dipartimento forestale
l'aveva trovato sul versante della montagna, si stava lasciando
morire di fame accanto alla mole senza vita della
madre. Le avevano tagliato solo la coda, da vendere
come talismano.
Per due settimane, giorno e notte, il Vecchio aveva tenuto
d'occhio il piccolo. Mangiava poco. Cercava sempre
di afferrargli il braccio. Se il Vecchio si allontanava per
scambiare due parole con il direttore operativo, si arrampicava
sui pali di bamb e piangeva finch il Vecchio
non chiocciava piano: Cosa c', piccolino?
In quel periodo il cucciolo non emetteva alcun verso,
come se il suo piagnucoloso alter ego fosse rimasto sepolto
dentro quella creatura silenziosa. Com'era possibile
che un animale cos piccolo avesse l'immobilit di un elefante
pi adulto? E perch rifuggiva l'odore di ananas?
Appachen non poteva essere interpellato, perch era
morto dieci anni prima, pochi mesi dopo Kannan. Arresto
cardiaco, secondo il medico, ma il Vecchio sapeva la
verit. Appachen era stato il pappan di Kannan per quasi
tutta la sua vita, per cos tanti anni che non si capiva
pi chi comandava chi.
...
.
...
La documentarista.
...
.
...
Ravi affront i reporter come un vero professionista.
Mani in tasca, si scherm dalle lodi con un sorriso enigmatico,
schivando ulteriori domande. La folla quasi esult,
quando si ritir nel furgone, dove cedette il fucile a
Bobin, in un atto di magnanimit.
Con ci le cordialit ebbero fine.
Cosa ti  saltato in mente? disse, rivolto a Teddy.
Fai la tua ripresa e ti allontani. Non rimani ad aspettare
che l'elefante ti faccia un autografo.
Teddy accenn qualche vaga parola di scusa, ancora
carico di adrenalina. Per ne  valsa la pena, vedrai.
E se ti avesse schiacciato? Ne sarebbe valsa la pena
lo stesso?
Lo sai che non mi avrebbe schiacciato. Non avrebbe
lasciato il suo piccolo per la seconda volta.
Li conosco, gli elefanti. E voi che non conosco, eppure
vi trovate sotto la mia responsabilit. Quindi la
prossima volta che ti dico di scappare, scappa.
Teddy mi guard in cerca di sostegno. Provai una certa
soddisfazione nel dirgli: Ravi ha ragione, al che lui
sbuff, petulante: Stai sempre dalla sua parte.
Ero abituata a fare l'arbitro. Teddy e Ravi bisticciavano
spesso, fin dalla prima e unica intervista. La conversazione
aveva assunto rapidamente un tono polemico, tanto
che per me trascriverla era stato doloroso:
Teddy: Abbiamo parlato del conflitto uomo-elefante,
ma io mi ponevo qualche domanda sul quadro pi generale.
Cosa mi dici, ad esempio, dei grandi progetti
industriali come le miniere, le piantagioni: non sono i
principali responsabili degli spostamenti forzati degli
elefanti?
Ravi Varma: Certo.
Teddy: E molti di questi progetti sono autorizzati dal
Dipartimento forestale, con cui tu collabori.
Ravi Varma: S.
Teddy: Mi sembra una contraddizione.
Ravi Varma: La vita  piena di contraddizioni.
Teddy: La cosa non ti disturba?
Ravi Varma: Molte cose mi disturbano. Per esempio i
sayip che vengono in India a fare domande di cui hanno
gi deciso la risposta. Questa non  un'intervista, 
un interrogatorio.
In questo caso, Ravi porse un ramoscello d'ulivo, se cos
si pu dire: Il materiale era buono, allora?
Ma scherzi? Teddy si protese in avanti. Le narici
mi si riempirono di olio di cocco: Teddy aveva paura di
perdere i capelli? Ero cos vicino che la sentivo respirare.
Mentre la telecronaca continuava, chiusi gli occhi e mi
arresi al mal di testa da fame che mi trapanava la fronte
dall'interno. Avevo la bocca riarsa, la lingua rivestita dalla
melma arancione dell'ultimo Tic Tac.
Ravi e Teddy, intanto, avevano dimenticato i loro
screzi e si erano messi a discutere di giornalisti, macchine
fotografiche e curiosi, il lato pubblico del lavoro di
Ravi. Pi che le mie parole stava dicendo, gli interessa
vedere come parlo, come mi comporto. La gente
non ha un'alta opinione dei veterinari. Pensano che curiamo
solo le mucche e i bufali. Neppure i miei fratelli
mi prendevano sul serio... Dando un'occhiata verso di
me, si interruppe e disse, con la schiettezza che lo caratterizzava:
Secondo me, ti annoi.
No, mi sento solo un po' debole. Non ho mangiato.
Allora ci fermiamo a prendere qualcosa da sgranocchiare.
Nonostante le proteste di Teddy, accostammo davanti
a una bancarella dall'aria instabile, tutta inclinata da una
parte. Ravi scese e torn quasi subito con un sacchetto di
carta chiazzato di unto.
Questi unni appam sono famosi disse, puntando
verso di me il sacchetto aperto. Dagli unni appam, ammucchiati
come una covata di uova calde, saliva un profumo
dolce. Ravi se ne infil in bocca uno, tutto intero.
Teddy si tir indietro, ritraendosi nel gilet come una
tartaruga. Un elefante poteva anche affrontarlo, ma viveva
nel terrore di prendersi un'intossicazione alimentare,
chiedeva sempre l'acqua in bottiglia al posto di quella
bollita e si spruzzava i palmi di un gel antibatterico che
puzzava di cautele da primo mondo.
Non mi sembra una buona idea mi avvis. Come
la metti con la tua Sindrome da colon irritabile?
Colon? chiese Ravi tra un morso e l'altro, accigliato.
Prima che Teddy avesse il tempo di approfondire la
situazione del mio intestino, infilai la mano nel sacchetto di carta.
Non vorrei essere insistente disse Teddy.
Lo so, ti viene naturale.
Con la coda dell'occhio notai il sorrisetto malizioso di Ravi.
Lo not anche Teddy. Fai come ti pare disse, e scese
portandosi dietro la telecamera. Bobin si allontan in
un'altra direzione, senza dare spiegazioni: significava che
stava andando a fare una pisciata semipubblica.
L'unni appam era un condensato spugnoso di tepore,
unto e dolcezza alla banana, del colore dello sciroppo
d'acero. Ravi mi sembr particolarmente soddisfatto
quando ne presi un altro dal sacchetto e il mio sorriso si
color di una patina untuosa, come il suo.
Aspettai che mi propinasse uno dei suoi intermezzi di
imbarazzante intimit. Capitava, di tanto in tanto, quando
Teddy non era a portata d'orecchi. Sembri la ragazza
del Dottor Zivago... Mi piace quel dente buffo che hai...
Le lentiggini ce le hai dappertutto? Una volta mi aveva
chiesto: Perch porti sempre quella specie di mongolfiera?
Il K-way? Perch ha tante taschine.
Nasconde tutto.
Appunto. Mi ero accorta che stavo arrossendo.
Preferisco non attirare l'attenzione, qui.
Troppo tardi.
Sul momento mi era sembrato uno scambio di battute
innocuo, forse anche necessario alla nostra dinamica.
Ero io a condurre tutte le interviste, gli strappavo storie
che raccontava di rado. Hai un modo di parlare mi
aveva detto una volta che mi fa dimenticare della telecamera.
Ero convinta di poter preservare l'intimit che
sentiva in mia presenza, di farlo sciogliere perch si fidava,
ma proprio quando mi convincevo di avere il controllo
della situazione, mi si rivoltava contro con quello
sguardo tagliente da cobra, e la mia risolutezza si trasformava
in stordimento. Dovevo ricordare a me stessa che
ci restavano tre settimane al centro di soccorso; non c'era
tempo per le cotte, non c'era spazio per emozioni che
mi distogliessero dalla concentrazione assoluta sul compito
che dovevamo svolgere.
Una concentrazione che era difficile mantenere quando
Ravi si appoggiava alla carrozzeria e mi scrutava. Mi
aspettavo che buttasse l un commento sulle ragazze
americane o sul mio dente.
Tu e lui disse Ravi, lanciando un'occhiata a Teddy, avete la stessa et?
S, perch?
Ti tratta come una bambina. E tu glielo permetti.
Trasalii. Non mi sarei certo definita infantile. A ventanni
ero andata in macchina da Albuquerque ad Asheville
con accanto solo il pastore tedesco di mio padre.
Evitavo le relazioni sentimentali melodrammatiche e
protratte. La pi lunga era durata quattro mesi; avevo
troncato quando Gus mi aveva detto che una donna che
attraversava il paese da sola, in macchina, se la andava a
cercare. Mi bastava ripensarci per avere di nuovo la pelle d'oca.
Cosa sta facendo? mi chiese Ravi.
Sta filmando risposi, tagliente. In lontananza, Teddy
puntava la telecamera su un cartello che diceva: LA
VITA NON HA LE RUOTE DI SCORTA.  protettivo, tutto qui.
Tu non lo conosci.
Conosco te. So che pensi con la tua testa. Ravi appallottol
il sacchetto di carta mentre Bobin si avvicinava.
Ma lui lo sa?
Ravi apr la portiera del passeggero per farmi salire.
Per tutto il tragitto fino a casa, continuai a rubare occhiate
allo specchietto retrovisore. Avevo passato decine
di ore a intervistarlo, a portare alla luce il suo passato, a
editare le sue risposte, a studiare ogni battito delle palpebre,
ogni pausa, ogni smorfia. Eppure c'era una versione
di Ravi che non avevo visto, fino a quel momento:
l'uomo che per tutto quel tempo aveva studiato me.
Tra me e Teddy non c'era mai stato del tenero, a parte
una recente follia di cui ci eravamo gi pentiti. Ci univa
una lealt nata in aula, dal lavoro insieme, da caffeina e
nervosismo, e dalla sua espulsione sfiorata.
Ci eravamo conosciuti al corso propedeutico. Per svolgere
il nostro primo compito, ci avevano spedito nelle
lande selvagge di Boston con solo un treppiede, un esposimetro
e una cinepresa Bolex a manovella. Ognuno di
noi doveva creare un diario luminoso, catturare luci e
ombre sulla pellicola in bianco e nero da sedici millimetri.
Era stato entusiasmante: la sensazione della Bolex che
brontolava tra le mie mani, il suo braccio a molla che descriveva
cerchi nell'aria.
Ero andata a lezione carica di aspettative, certa di aver
infilato una serie di belle inquadrature del riflesso sulla
vasca della Christian Science Plaza. Ma quando avevamo
proiettato le nostre riprese, era stato Teddy a rubare la
scena, con i suoi fotogrammi accelerati di ombre che
svanivano, si scurivano, si interlacciavano, si riversavano
come inchiostro sulla pietra, una sinfonia calligrafica di
linee, finch sulla pellicola sfarfall il bianco, lasciando
la classe affascinata. Il tutto era stato filmato nel cortile
del suo dormitorio.
Con il passare degli anni io e Teddy avevamo preso lo
stesso ritmo, collaborando a ogni film, fino alla sua tesi
per la laurea di primo livello, per cui gli avevo fatto da
direttore della fotografia. Cominciava con un esterno, filmato
in una giornata cos fredda e nevosa che ogni due o
tre ciak dovevamo avvolgere la cinepresa Aaton nelle coperte,
altrimenti perdeva i colpi e si inceppava. Una settimana
dopo, proiettando i giornalieri, avevamo trovato
una densa striscia bianca che correva lungo tutto il margine
sinistro della pellicola. Un'intera giornata sprecata.
Ero stata io ad aprire e chiudere la cinepresa per cambiare
le pellicole, una procedura che andava svolta dentro
un sacco impenetrabile alla luce e richiedeva una certa
abilit manuale. Evidentemente non ero stata abbastanza
abile. Ero mortificata, non avevo scusanti, era tutta
colpa mia.
Allora aveva detto Teddy, riavvolgendo la bobina,
lo rifacciamo gioved?
Non potevo credere che si fidasse ancora di me. Mi
aspettavo che mi degradasse ad assistente del tecnico
luci, a reggere un pannello riflettente accanto al viso dell'attore.
Teddy aveva alzato le spalle. Stavolta hai toppato.
Non  il caso di farne una tragedia.
A me sembrava che ci fossero tutte le ragioni per farne
una tragedia, in senso sia letterale sia figurato.
Ma con una calma che in qualche modo si cibava della
mia frenesia, Teddy aveva ribadito che avremmo sistemato
tutto. E quello che aveva aggiunto subito dopo mi
 rimasto impresso nella memoria, a riprova che una volta
avevamo un buon rapporto. Preferisco sbagliare con
te che fare giusto con qualcun altro.
Ci avvicinammo ai cancelli verdi arrugginiti del centro di
soccorso, accolti dal cartello: si prega di non insistere
per vedere gli animali. Una strana indicazione, considerato
che non c'erano animali in vista, solo un fiabesco villaggio
di capanne verde scuro annidate tra le foglie, collegate
da un camminamento coperto dove era possibile
soffermarsi a studiare i poster illustrativi affissi alle pareti.
Il cielo offuscato diffondeva una luce fredda e pulita
attraverso la coltre lanosa delle nubi. Avrei voluto approfittarne
per filmare Ravi durante il suo giro di visite
agli animali: i cuccioli di elefante, la capra, i langur che
sfrecciavano sulle lunghe zampe mulinanti. Ma Teddy ribatt
che l'avevamo gi ripreso, e cos'era un'altra sequenza
con i langur rispetto all'ultima scena del ricongiungimento
tra l'elefantino e la madre? Secondo me
possiamo anche lasciarla com' disse. Un'unica, lunga
ripresa, come in quel film di Obenhaus sulla fabbrica di
gioielli.
Citava sempre quel film di Obenhaus sulla fabbrica
di gioielli. Io non l'avevo mai visto ma era come se l'avessi
fatto, con tutte le volte che mi aveva descritto la
scena iniziale: un uomo che timbra il cartellino, un'inquadratura
che Obenhaus aveva sostenuto per un intero
minuto, finch le lancette dell'orologio non si erano incontrate.
Secondo Teddy era una geniale rappresentazione
del lavoro e del suo peso sul tempo che scorre.
Tieni presente dissi che lo scopo  fare in modo
che altri esseri umani guardino il film.
Teddy mi segu in camera mia. Lui alloggiava in quella
accanto. Al centro di soccorso, ciascuna suite per gli
ospiti era dotata di una sedia, una scrivania e un letto
matrimoniale, su cui Teddy riusciva a sdraiarsi solo in
diagonale. Appoggi la telecamera sulla mia scrivania.
Stasera guarda il girato, poi mi dirai.
Perch, tu dove vai?
Svit il filtro con attenzione. Al matrimonio di Sanjay,
te l'ho detto. Puoi sempre accompagnarmi.
No, stavolta passo.
Eddai, Sanjay non  cos male.
Era il suo ex compagno di stanza, un ragazzo dalla
voce carezzevole che aveva rinunciato all'alcol per motivi
religiosi e si era dato all'erba con altrettanto fervore.
Quando aveva fumato, faceva sempre certe battute pungenti
(Come mai voi due non vi state gi dando da fare?...
Prendetevi una stanza!) che rivelavano quanto fosse solo.
Misi un pentolino d'acqua sulla piastra elettrica.
Preferisco restare qui dissi. Casomai succedesse
qualcosa.
Tipo, cosa? Infil il filtro nella custodia, mise l'obiettivo
nella borsa della telecamera. Di elefanti che
fanno il bagno e mangiano ne abbiamo abbastanza. Sono
le storie degli esseri umani che verranno fuori sullo
schermo.
Per io ne ho abbastanza degli esseri umani, mi serve
una pausa.
Teddy mi guard. Quali esseri umani?
Mi presi tutto il tempo per rompere un blocco di ramen,
con cura e delicatezza, nell'acqua.
Due settimane prima, a notte fonda, io e Teddy stavamo
montando fianco a fianco, quando lui si era avvicinato
e mi aveva baciato. Stavo dicendo qualcosa a proposito
del rapporto d'aspetto, ma il bacio mi aveva interrotta
a met, e mi ricordo di aver pensato, mentre accadeva,
che in barba a tutte le commedie d'amore che avevo visto,
per il romanticismo la spontaneit era una freccia
avvelenata; in realt chi veniva baciato aveva bisogno di
un avvertimento: uno sguardo di richiesta o un avvicinamento.
Era stranissimo essere stati amici per cinque anni
e poi nel giro di un secondo ritrovarsi con le labbra incollate.
Ma la stranezza aveva lasciato il posto a un'invitante
familiarit. Lui sapeva di estate, di crema solare, profumi
di casa. Era pi rassicurante che emozionante, e per questo
mi ero tirata indietro. Teddy era sembrato offeso
quando gli avevo chiesto di andarsene, ma il giorno dopo
era venuto a porgermi scuse imbarazzate. Si rendeva
conto che non era il posto adatto per cominciare qualcosa
tra noi, che al centro di soccorso era importante mantenere
un'aria professionale. Per dovremo... insomma,
tornare sull'argomento aveva detto, guardandosi le
mani. Quando saremo a casa.
Gli avevo risposto che non c'era bisogno di scusarsi,
non era successo niente, sperando che tutti quei non si
sommassero in un subliminale mai. Il senso di benessere
provato in quell'istante di imprudenza si era raggrinzito
in un grumo nauseante; l'avevo illuso, come avrebbe detto
mia madre.
Mentre separavo con la forchetta i vermicelli di pasta,
sentivo che Teddy mi guardava con terrore, come se sentisse
che stavo per demolire ogni sua illusione.
Ma non potevo farlo. Non in quel momento e in quel
luogo. Non ora che era il mio unico amico.
Gli dissi invece che volevo rimanere a esaminare i nastri.
Vedere se c' dentro un Oppenheimer.
Obenhaus mi corresse, liberandomi a malincuore
dal suo sguardo.
Dopo che Teddy se ne fu andato, mi piazzai davanti al
computer, collegai la telecamera e riguardai il salvataggio.
L'elefantino era a terra, aspettava che gli togliessero
l'imbragatura. Teddy aveva zoomato sull'occhio supplichevole,
la pupilla come una mosca intrappolata nella resina.
Da cos vicino, l'occhio mi sembrava inquietante
per motivi che non mi erano chiari: perch dentro ci vedevo
qualcosa di familiare, una consapevolezza riconoscibile?
O perch non ce la vedevo?
Per il mio quindicesimo compleanno mio padre mi
aveva regalato un pappagallino, Daisy. La adoravo, e
adoravo il profumo di cipria delle sue piume, il modo in
cui le sue zampe mi stringevano le dita con una leggerezza
che prendevo per fiducia, la gocciolina lucida dei suoi
occhi. A volte mi preoccupavo che fosse depressa e mio
padre mi suggeriva di metterle il Prozac nel mangime,
una battuta che mi infastidiva. Perch Daisy non poteva
essere depressa? Perch non poteva provare tutta una serie
di emozioni, alcune delle quali inspiegabili per noi?
Sapeva volare, e se il suo corpo era in grado di compiere
gesti che andavano al di l dei limiti umani, perch la sua
mente non avrebbe dovuto provare emozioni che andavano
al di l delle nostre? Magari la noia delle ali o la
gioia dello stormo o l'agitazione della picchiata, cose che
noi non potevamo provare e quindi nemmeno capire.
Forse  a te che serve qualche medicina diceva mio
padre.
Nella fase di pre-produzione mi ero immaginata un
film che abbracciasse i miei interrogativi adolescenziali,
che esumasse i traumi racchiusi nel profondo della mente
animale. Giorno dopo giorno, il film che avevo immaginato
sembrava scostarsi impercettibilmente dal girato
che avevamo, fino a quel momento.
Teddy aveva ragione. Sullo schermo la ripresa avrebbe
retto, tutti e sessantadue i secondi pulsanti, il cuore
del nostro film. Nel momento del ricongiungimento tra
madre e cucciolo, Teddy non aveva giocato con lo zoom,
aveva lasciato ampio spazio allo svolgimento dell'azione,
senza stringere sull'intreccio tra le due proboscidi, le cui
carezze suggerivano consolazione e tenerezza, eppure
sembravano in qualche modo private, primigenie, a un
livello comunicativo che noi potevamo intravedere solo
indirettamente.
Cominciai a loggare il nastro, segnando i time codes,
annotando le mie impressioni. La macchina seguiva Ravi
attraverso la calca, dentro il furgone, stringeva sulle sue
mani. C'era una cosa che non avevo notato mentre giravamo,
in mezzo al trambusto e alla confusione: lui era rimasto
calmissimo, dall'inizio alla fine. Per la resa dei
conti avremmo potuto scegliere Morricone, con Ravi nei
panni di Eastwood, che avanzava nel verde imbracciando
il fucile. Lupesco, misurato. Sentivo di essere finita
nella trappola della soggezione.
Cos quando Ravi buss alla mia porta, intorno alle
nove, restai di stucco. Ce l'avevo davanti, l'eroe riposato
dopo l'impresa.
Hai saltato la cena mi disse.
Teddy  andato a un matrimonio. Volevo portarmi
avanti con il lavoro di oggi.
 partito? chiese Ravi, quasi speranzoso.
S, torna dopodomani.
Allora vieni a cena con me.
Oh. Sembrava una proposta carica di significati.
A dire il vero, ho gi mangiato dei ramen...
Ravi sbirci oltre la mia spalla.
E Dev, quello? Un elefantino riempiva lo schermo
del mio portatile. Dev si riconosceva facilmente, con la
sua cresta inconfondibile. Hai altre riprese con lui?
Posso vederle?
Sul momento mi parve una richiesta innocente, ma
ora posso ammettere che non volevo che lo fosse.
Mi scostai e cos, semplicemente, Ravi entr nella mia
vita.
Ravi aveva salvato Dev da una grotta in cui un'elefantessa
era rimasta incastrata tra i massi. Quando la squadra
l'aveva trovata, stava morendo di fame, e il minuscolo
Dev si stringeva contro la sua caviglia, coperto di piaghe
e indebolito. Ravi se l'era caricato in spalla come un sacco
di riso e l'aveva portato fuori. Era troppo debole per
stare in piedi, al centro lo sorreggevano con un imbrago
sotto la pancia.
Ravi me lo spieg dal fondo del letto. Avevamo appena
guardato una sequenza in cui Dev spingeva col muso
un pallone insieme agli altri cuccioli e i guardiani, in
mezzo a loro, li incitavano.
Cos' successo alla madre? gli chiesi.
Abbiamo dovuto lasciarla. Alla fine sar morta di
fame.
Oddio.
Osservava la mia stanza, il suo sguardo remoto,
indecifrabile. Forse stava respingendo il mio sentimentalismo
di marca estera; forse era un po' disgustato dai gangli di
ramen rimasti nel pentolino. Quando atterr su un pensiero,
si illumin. Tra due settimane Dev partir per
Manaloor, per essere reinserito nel parco. Ci vogliono sei
ore, ma ci dovete andare. Dovete riprendere tutto.
Mi immaginai l'inquadratura finale perfetta: tre elefantini
che avanzavano molleggiati come cowboy verso il
tramonto. Quindi passeremmo l'ultima settimana a
Manaloor.
Ah, parti. Tacque un attimo, nascondendo a fatica
la delusione. Di gi.
Perch non vieni anche tu? A Manaloor, intendo.
La mia presenza non  gradita.
Figurati, mi farebbe piacere.
No, no, parlo degli abitanti. Mi caccerebbero, anche
se non c'entro nulla con quel casino... Si pass una
mano nei capelli, mentre decideva se raccontarmelo o
no. Non insistetti. Non ce ne fu bisogno. Cominci a
parlare.
Gli abitanti del villaggio ce l'avevano con il Dipartimento
forestale - anzi, erano proprio furiosi - perch
aveva appaltato alla Shankar Timber Company l'abbattimento
degli alberi della loro foresta. Tecnicamente,
quella terra non era loro: tutte le foreste appartenevano
al Dipartimento (ereditate dal raj britannico, che a suo
tempo ne aveva preso possesso in nome della regina).
Ma gli abitanti di Manaloor si sentivano in diritto di dire
la loro sulla terra dove raccoglievano legna da ardere e
miele da molto tempo prima che la regina Vittoria portasse
il pannolino.
Accusano soprattutto Samina Hakim. E la responsabile
territoriale, il volto del Dipartimento forestale. Si
strinse nelle spalle. Pazienza. Passer.
Volevo saperne di pi, ma Ravi si alz. Provai una fitta
di sconcerto all'idea che stesse per andarsene.
Se non vuoi mangiare mi disse, beviamo almeno
qualcosa.
Davanti a un caff corretto con il discutibile rum che
teneva chiuso nella scrivania, parlammo. L'alcol mi arriv
subito allo stomaco e mi sciolse: ero inebriata dalla
sua presenza, innamorata di ogni particolare della sua
vita e impaziente di snocciolare la mia. Gli raccontai dei
miei genitori, che guardavano i miei film con un'espressione
ansiosa, come se il mio lavoro fosse un unico, lungo
esame orale a cui non sapevano rispondere. Lui mi
raccont dei suoi, che lo credevano una specie di Johnny
Appleseed indiano, che piantava alberi per guadagnarsi
da vivere. In quel miasma di confidenze eccessive spunt
anche l'unica storia che rimpiango ancora di aver rivelato,
un nome per cui Teddy mi avrebbe odiato, se avesse
saputo che me l'ero lasciato sfuggire.
Shelly Blake.
Teddy aveva girato il film della tesi di laurea su una
studentessa del secondo anno di nome Shelly Blake, che
era segretamente, febbrilmente innamorata di lui e perci
disposta a rivelargli tutto di s, compresa la sua anoressia.
Gli aveva lasciato filmare le pesate, gli integratori
di caffeina, i suoi collage di indossatrici, le corse interminabili.
Lui le aveva dato una telecamera con cui registrare
dei videodiari nel tempo libero; in uno si bruciava
il braccio con una sigaretta.
Shelly era andata alla proiezione di fine anno, come
anche centinaia di studenti, insegnanti, persone che non
conosceva. Probabilmente c'erano state pi risatine nervose
di quante si aspettasse. Dopo aveva fatto i complimenti
a Teddy, era andata a casa e si era tagliata le vene.
Ravi sgran gli occhi. Suicidio?
Tentato. I genitori di Shelly gli hanno fatto causa...
Mi ricordai che Teddy per poco non aveva lasciato gli
studi. Ripensai a lui seduto sul bordo del letto, la testa
tra le mani, e all'improvviso mi resi conto di averlo tradito.
 passato tanto tempo.
Restammo in silenzio per un po'. Avevo le labbra intorpidite.
Quanti segreti disse Ravi.
Io terr la bocca chiusa, se anche tu lo farai.
Davvero? Mi lanci un'occhiata maliziosa. Non
stai registrando?
Registrando?
Niente telecamere nascoste, niente microfoni?
Non che io sappia.
Bene disse in tono leggero, prendendomi la tazza
dalle mani e appoggiandola a terra.
I miei piedi erano in mezzo ai suoi. Avevo il mignolino
di mia madre, un tubero minuscolo, imbarazzante,
con un'unghia a malapena degna di questo nome. Pareva
che attorno al mio dito e a me si stesse generando una
certa energia, il mio cuore prendeva velocit. Lui mi sollev
il mento. Mi baci.
Mi girava la testa quando ci alzammo e sentii le sue
mani fresche infilarsi sotto la mia maglia, indugiare attorno
alla mia vita. Ero troppo rotondetta, troppo pallida,
impreparata da tanti punti di vista (compresa la cura
personale), eppure il desiderio mi spingeva. C'era qualcosa
nel modo in cui si prendeva il suo tempo, nel modo
in cui maneggi il gancetto del mio reggiseno con una
mano sola. Era calmo e concentrato come poche ore prima,
uno che sapeva cosa fare, sapeva cosa stava per succedere,
sapeva che tutte quelle chiacchiere alla fine ci
avrebbero portato sul suo lettino stretto.
Aspetta... dissi, alzandomi a sedere allarmata da
una serie di colpi forti, veementi, una porta scossa sui
cardini. Cos'?
Il nuovo elefantino disse Ravi. Abbiamo dovuto
metterlo in quarantena.
Tanto carino di giorno, di notte il nuovo arrivato si
era trasformato in un ariete. Restammo per un attimo ad
ascoltare il clangore del recinto. Il mio cuore ricominci
a battere. Sorpresi Ravi a sbirciare le mie gambe e pregustai
il piacere. Ignoralo disse, e ben presto i colpi si
ripiegarono nel rumore bianco, insieme al quale defluirono.
Dopo si addorment con il braccio attorno alla mia vita.
Io ero sveglissima, sdraiata con la schiena contro il suo
petto. Il petto del mio soggetto. (Che si era rivelato meno
irsuto di quanto si potesse pensare dai suoi capelli, ma
coperto di peli radi e gradevolmente ruvidi.) Ormai l'alcol
era smaltito e quella che solo ore prima mi era sembrata
una dolce imprudenza si era solidificata in qualcosa
di reale e irrevocabile.
Immaginai la scena attraverso gli occhi di Teddy, un
esercizio che mi serr lo stomaco. Poteva sembrare che
avessi sincronizzato il mio peccato con la sua assenza, un
piano calcolato, non uno scivolone.
Pensai a Teddy, che si scusava. Ho sconfinato. Colpa
mia.
Ma qui non si trattava solo di passare un confine: io
avevo scalato una muraglia. Andare a letto con il soggetto
del proprio film era assolutamente proibito, imperdonabile
e di certo non era previsto nell'indice del manuale
L'arte del documentario. Ravi si aspettava che succedesse
di nuovo? Se gli avessi detto di no, si sarebbe chiuso in
se stesso, sdegnato e ferito? E se avessi desiderato dirgli
di s?
I miei pensieri rimbalzarono fra tutte le possibilit,
andando a fermarsi su quella pi verosimile: entro poche
settimane le nostre strade si sarebbero divise. Niente di
grave.
Nel frattempo, Teddy non l'avrebbe scoperto.
Temevo la mattina dopo, l'imbarazzo di trovarsi invischiati
in una discussione mentre si cercava la biancheria
intima. In confronto a quello che  successo davvero,
adesso una scena del genere mi sembra pittoresca.
Il mattino mi colp come una padellata in faccia, o
piuttosto in pancia, dove gli unni appam avevano gi
lanciato il loro lungo e spietato assalto. Andai dal letto al
bagno almeno tre volte prima che Ravi insistesse per accompagnarmi
all'ambulatorio. Ero sdraiata sul sedile
dietro della jeep, mi si contorceva lo stomaco al solo
pensiero di quei due mucchietti unti.
Ravi mi aiut a entrare nella sala d'aspetto, dove erano
sedute una manciata di donne con un'espressione
mortifera. Una aveva in grembo una bambina con la testa
rasata ed enormi occhi impastati di kohl. Mi sedetti
di fronte alla madre, che agitava l'orlo del sari in cerchi
ariosi, e mi presi la testa da due tonnellate tra le mani.
Il dottore mi ricevette in uno studio grande come uno
sgabuzzino. Mi chiese come mi sentivo; io posai la testa
sulla sua scrivania come un'offerta, a due centimetri dalle
sue nocche grosse e pelose. Lo sentii dire a Ravi, in un
tono vagamente accusatorio: E disidratata, guardi com'
pallida.
Ravi mi scort dappertutto, anche quando cercavo di
liberarmene. Mi segu nell'ufficio, nell'ambulatorio e
una volta, mio malgrado, al gabinetto, da cui riemersi orripilata
per quello che avevo lasciato da pulire a uno
sfortunato inserviente - Perch quel cacchio di rubinetto
non funzionava? - e Ravi era sempre l, come un uomo
che teme un verdetto. Il mondo oscillava sotto i miei piedi
mentre barcollavo mezzo svenuta e mi arrampicavo su
una barella. Certe cose le notai. La bambina lemure nella
sala d'aspetto, in grembo a sua madre. Un vassoietto rotondo
di siringhe. Un odore di bruciato. Le vene del mio
braccio si erano ridotte a righe sottilissime. Un'infermiera
cercava di infilarmi l'ago della flebo nel dorso della
mano. Le prime due volte digrignai i denti per il dolore.
Niente da fare. La terza volta l'infermiera mi infilz la
carne e, una volta dentro, and a tentativi. Gridai
CAZZOMERDACAZZO e mi sciolsi in lacrime mortificanti.
Per solidariet o terrore, la bambina lemure si mise a urlare
e nella gola mi si addens un genere ben preciso di
panico, che non aveva nulla a che vedere con lo svenimento,
il vomito e gli aghi, ma era piuttosto la cognizione
di aver permesso a me stessa di arrivare l, sola e malata,
straniera in una stanza straniera.
Respira disse una voce, un ordine semplice che dissolse
la nebbia.
Ravi mi si avvicin. Mi prese la testa con una mano
esperta nell'arte di calmare i forsennati e i selvaggi. Allora
mi resi conto che aveva un mento da star del cinema,
o almeno da conduttore televisivo di prima serata. Mi
resi conto anche che il mio panico era un optional e che
potevo espellerlo, almeno in parte, con un'esalazione
tremolante.
Osservai la flebo riempirmi il braccio di liquido. La
bambina si calm e il suo viso chiazzato mi fece desiderare
di strofinarmi il mio, ma Ravi mi teneva la mano libera
e l'altra era appoggiata sul mio petto, moscia come
un guanto.
Il senso di colpa spinse Ravi a immolarsi. Tornati dall'ambulatorio,
mi port noci di cocco con infilate esili
cannucce. Quasi tutti i sabati cenava con sua madre, ma
quella sera le disse che un elefantino aveva bisogno di essere
monitorato ventiquattr'ore su ventiquattro. In qualche
modo la convinse a preparargli lo stesso da mangiare,
una zuppa di riso con chutney di mango. Me la port
a letto, come un cameriere, con il tovagliolo sul braccio.
La domenica mattina, mentre Ravi affondava il viso
nei miei capelli, mandai un messaggio a Teddy: Ieri nausea.
Ospedale. Non preoccuparti.
Un attimo dopo il mio cellulare vibr sulla scrivania.
Teddy. Ravi si mosse, mi strinse il braccio attorno alla
vita.
Stai bene? disse Teddy. Che ospedale? Perch
non mi hai chiamato?
Sto benone gracchiai.
Sar stato il dal? Oh, no: quelle palle di unto!
Proprio in quell'istante dal cellulare di Ravi part una
canzone: la colonna sonora di James Bond. Lui emise un
verso simile a un muggito e rotol fuori dal letto. Gli
feci un gesto, indicai il telefono e mimai con le labbra: Teddy.
C' qualcuno? chiese Teddy.
Intontito, Ravi si trascin in bagno e chiuse la porta, rispondendo alla telefonata con il suo solito: Hah, dimmi.
No, no, sto guardando un film. Cercai di agguantare titoli vagamente familiari: Goldeneye, Goldfinger...
Per fortuna a Teddy i particolari non interessavano.
Disse che sarebbe tornato in serata, magari anche prima se fosse riuscito a prendere l'autobus. Dopo aver riagganciato, mi rintanai nel tepore delle coperte, ascoltando il mormorio della voce di Ravi. Non l'avevo mai visto stare al telefono cos a lungo.
Alla fine usc dal bagno e lentamente si chiuse la porta alle spalle.
Teddy sta tornando gli dissi, con una punta di delusione.
Spazzolai dal mio cuscino un ricciolo nero a forma di virgola. Sei libero.
Ravi si appoggi alla porta. Un elefante ha ucciso una persona disse. A Sitamala. Vicino a casa di mia madre.
Cosa?  terribile.
Annu, assorto nei suoi pensieri. Di nuovo quel silenzio distante, ondivago, l'intrico indecifrabile della sua fronte.
Conoscevi il morto?
Tacque per cos tanto tempo che pensai non mi avesse sentito. Conosco l'elefante disse alla fine. Lo conoscono tutti.
...
.
...
Il bracconiere.
...
.
...
Al mattino i pezzi erano disseminati ovunque, come se il
palli fosse esploso. Tetto sfasciato, pali tranciati. Nel
punto di calma al centro di quel caos: un mucchietto di
stoppie deposte con cura sul corpo di mio cugino.
La bocca di Raghu era una cavit di stupore. Dal petto
in su e dal bacino in gi, sembrava illeso. Nel mezzo
sembrava che l'elefante avesse cercato di cancellarlo.
Sul posto c'erano cinque o sei verdoni, che non stavano
facendo nulla di rilevante. Uno si era inginocchiato accanto
all'orma dell'elefante. Mi aspettavo che tirasse fuori
qualche moderno dispositivo di localizzazione, invece
prese dalla tasca uno spago e lo dispose con delicatezza
attorno al margine dell'impronta, come se volesse prendere
il numero di scarpe dell'assassino.
Quelli che erano venuti a vedere avanzavano teorie di
tutti i tipi.
E opera del Vendicatore. Chi se lo dimentica da
queste parti? Seppellisce le sue vittime proprio cos.
Ma non si vede da dieci anni!
Banchetta a carne umana.
Ma sei scemo? Gli elefanti sono erbivori.
Ho sentito che mangia jackfruit a carrettate, tanto
che si sente il profumo, quando si avvicina. La morte
non ha mai avuto un profumo cos dolce.
La madre di Raghu fu allontanata per paura che impazzisse
a furia di gridare la stessa domanda: Che razza
di padre pu mandare un figlio di diciassette anni, diciassette,
da solo nel palli?
Non l'ho mandato solo rispose lui, sottovoce. I
suoi occhi infossati incrociarono i miei.
Avevo la bocca secca, la lingua una massa di argilla.
Pensava che fosse colpa mia, si capiva, perch avevo abbandonato
il suo unico figlio, e questo mi dava un dolore
che sentivo attraverso il corpo, a ondate.
Dopo spargemmo le ceneri di mio cugino nel torrente
dei peccati dietro il tempio. Le montagne si ergevano
brulle e azzurre sul lato opposto, osservando, come facevano
da sempre, i dolenti, i bagnanti e i peccatori.
Pensavo che le ceneri sarebbero affondate con grazia.
Invece Raghu rimase in superficie, un grumo ostinato
che sembrava dire: Disgraziato,  colpa tua, e non ti libererai facilmente di me.
Le donne levarono un lamento, ma mia zia non pianse:
il suo dolore si era indurito, zittito. Io guardavo dalla
riva dove una volta con Raghu avevo messo in acqua una
barca di spago e bastoncini, mentre le nostre madri pregavano
al tempio. Il mio amico se ne andava, la mia intera infanzia.
Provavo altrettanto affetto per mio fratello, ma con lui
non mi sentivo alla pari, dato che era maggiore di cinque
anni. Animaletto, lo chiamava mia madre, per la pelliccia
di peli che aveva fin dalla nascita. E anche nell'uomo che
era diventato c'era qualcosa dell'animale, tutto tendini e
collottola, nel modo in cui ti trapassava con lo sguardo,
come un gatto serafico. Essendo un cacciatore, Jayan sapeva
molte cose: come distinguere lo zoccolo di un sambar
dalla zampata di una tigre, una torta di vacca da uno
stronzo di bufalo e dallo sterco di elefante. Conosceva le
piante selvatiche come un botanico, nonostante dopo i
quattordici anni non avesse studiato n botanica n altro.
Per lui la foresta era l'unica scuola che valesse la pena di frequentare.
Jayan avrebbe potuto diventare un discreto studente,
se mio padre avesse dimostrato un minimo di interesse
per la disciplina. Che dire? Immagino che fosse troppo
occupato a commettere i propri errori.
Di giorno era agricoltore, di notte un ubriacone fatto
e finito, capace di scolarsi un'intera bottiglia di rum e
riuscire comunque a procurarsene un'altra. L'ubriachezza
avremmo potuto gestirla: portarlo a casa in spalla,
notte etilica dopo notte etilica, diluire la miscela di yogurt
che il mattino dopo l'avrebbe rimesso in piedi con
gli occhi iniettati di sangue. Purtroppo per aveva anche
un malaugurato debole per le scommesse su carte, cani,
elezioni locali, qualsiasi cosa promettesse di trasformare
una banconota in due. Non si sarebbe detto che era un
debole, a giudicare dalla schiena ampia, dalla barba lanosa
e dallo sguardo divino rivolto all'interno, come se
stesse cercando di dare un senso al mondo. Ma era la debolezza
della volont a fargli svuotare le tasche ogni notte
e a fargli svendere due acri del nostro terreno per finanziare
la sua follia. E per debolezza aveva arraffato
l'oro nuziale di mia madre, una collana cos lunga che se
la avvolgeva tre volte attorno alla gola.
Forse gli servono soldi per un investimento avevo detto io.
Forse qualcuno lo vuole morto aveva ribattuto Jayan.
Tu non ne sai nulla.
So che non  un santo. Jayan aveva preso dalla tasca
uno strano oggetto di metallo formato da quattro
cerchi collegati. Se li era infilati sulle dita e aveva finto di
mollarmi un pugno sul naso, ghignando quando mi ero
ritratto. L'ho trovato nel suo armadietto. Jayan si era
guardato le dita come se ammirasse un raffinato gioiello.
Con questo potrei rifarti i connotati, nuovi nuovi.
Per quanto ci provassi, non riuscivo a conciliare il padre
dal pugno di ferro con quello che conoscevo. E il potere
della bottiglia:  in grado di sdoppiare un uomo in
due persone diverse, estranee fra loro. Il padre che conoscevo
io non aveva mai alzato una mano per picchiarci,
come se fosse superiore a certe cose. Ad ammonirci bastava
la sua voce: ricca, profonda e cavernosa. Dopo la
sua morte, cercavo di riprodurre quei suoni mormorando
in un giornale arrotolato, finch mia madre non me lo
strapp e lo us per darmele di santa ragione.
Dovete sapere che sono sempre stato il preferito di
pap. Una mattina mi aveva portato nel campo e mi aveva
insegnato a stimare quanto avrebbe reso la stagione:
individua un metro quadro, conta le piante, prendi la
media dei grani di riso per pianta. Era solo una stima,
aveva precisato, perch coltivare voleva dire rinunciare
al controllo, prevedere ma non sapere mai. Usavamo la
matematica e gli auspici e inseguivamo le nostre fortune
fra le stelle ma - diceva con un'alzata di spalle - Certi
segni sono fuorvianti. E a te non ne servir nessuno.
Perch?
Tu diventerai qualcosa di meglio di un contadino,
ragazzo mio. Sicuro come il vitello diventa mucca.
C'era della magia nelle sue parole, nel modo in cui mi
premeva il dito sul petto come una bacchetta.
Nel frattempo Jayan aveva le proprie aspirazioni. Capitava
che desse una mano nei campi, ogni tanto, ma pi
spesso si rifugiava negli angoli ombrosi del paese con i
suoi amici, randagi e perdigiorno che noi non conoscevamo.
Raghu aveva beccato mio fratello in uno shappe con
della gentaglia, a chiacchierare in tamil bevendo toddy e
mangiando pesce. Non avevo detto nulla a mia madre,
che avrebbe fatto una scenata pazzesca per via del pesce.
Da parte mia, preferivo passare le ore in cui non ero a
scuola con Raghu, alla fattoria di suo padre. Il padre di
Raghu e il mio erano come il giorno e la notte: il suo era
maggiore di due anni e impermeabile a ogni tentazione.
Lo chiamavamo Achan Sintetico (quando non poteva
sentire) perch ripeteva sempre lo stesso ritornello: Coca?
Non vorrai mica bere la Coca? La Coca  piena zeppa
di sostanze sintetiche. Lo stesso valeva per i succhi
di frutta confezionati, lo zucchero bianco, le caramelle, il
cioccolato e quasi tutte le altre cose buone.
Eppure volevo bene ad Achan Sintetico, perch era lo
stesso uomo a tutte le ore del giorno, che iniziava con un
bicchiere di latte caldo e finiva con un ditale di toddy e
due schiocchi di lingua. (Il toddy era l'unico liquore che
avrebbe toccato, perch veniva direttamente dal cocco.)
Amministrava con cura il denaro e la terra, di cui aveva
ereditato sette acri contro i sei di mio padre. Alla fine del
raccolto era sempre ricompensato con montagne di riso
fragrante, dorato, intatto, che immagazzinava nel capanno.
Da bambini, io e Raghu ci arrampicavamo sui cumuli
e scivolavamo gi finch la pula non ci faceva prudere
le gambe. Con o senza prurito, era stato il periodo migliore della mia vita.
Ma la mia era una felicit inconsistente, del tipo che non dura.
I guai erano cominciati quando mia madre aveva trovato
un sacchetto di proiettili nell'armadietto di Jayan
- spessi e grezzi come se fossero stati segati da una sbarra
di metallo - e l'aveva lanciato a mio padre. Secondo
lei era compito del padre raddrizzare i figli ribelli, anche
se il padre stesso era senza speranza.
Quella sera Jayan aveva trovato mio padre ad aspettarlo
seduto in veranda, sobrio, una volta tanto. Io e mia
madre aleggiavamo sulla soglia.
Questi a cosa ti servono? gli aveva detto, buttandogli
il sacchetto di proiettili tra i piedi.
Jayan si era sistemato con comodo sul polso l'orologio
nuovo, prima di chinarsi a intascare i proiettili. Era un
Solex, parente povero del Rolex, ma pur sempre dorato,
quindi andava benissimo. A fare soldi.
Soldi sporchi.
Almeno sono soldi miei.
Mia madre aveva afferrato lo stipite della porta, e gi
l'ardore nella sua voce si era spento. Non qui, dentro.
Mio padre per stava gi scendendo i gradini trascinato
da un'ondata inquisitoria: Era stato Jayan a portare in
casa il fucile ed era stato Jayan a massacrare gli elefanti e
dio sa cos'altro ed era stato Jayan a svergognare sua madre
e suo padre diventando l'unica cosa che non avrebbero
mai pensato che diventasse, uno spregevole cacciatore
di frodo, e rendendo in questo modo spregevoli
anche loro? Era stato lui? Non aveva niente da dire a sua
discolpa? Aveva una banana in bocca?
Prima di allora mio padre non aveva mai sprecato tanto
fiato con mio fratello. Erano sempre stati due lupi solitari,
soddisfatti di aggirarsi ciascuno sul proprio versante
della montagna. A Jayan tremavano le labbra, forse
per la paura o per il rimorso, non avrei saputo dirlo.
Poi era scoppiato a ridere.
Svergognare te? Te?
Piantala di ridere.
Pensavo fossi sfortunato. Ora so che sei soltanto stupido.
Mio padre l'aveva atterrato con un solo pugno.
Mia madre era corsa al fianco di Jayan, ma lui l'aveva
fermata col braccio. Il quadrante dell'orologio aveva riflesso
un barlume lunare. All'improvviso mi era sembrato
enorme, sbagliato sul suo polso sottile.
Per un terribile istante avevo pensato che Jayan avrebbe
aggredito mio padre. Invece gli aveva sferrato un colpo
ben peggiore: l'aveva guardato e gli aveva detto che
noi tutti speravamo che morisse.
Ci avevo pensato anch'io, una volta o due. Avevo davvero
immaginato una vita senza padre. Non l'avreste fatto
anche voi, vedendo vostro padre distruggere giorno
dopo giorno vostra madre e bersi la vostra terra? Non
avreste immaginato, giusto una volta o due, che riposasse
in pace, consentendovi cos di onorare i pochi buoni
ricordi superstiti e preservare la terra e l'amore che vi restavano?
In ogni caso Jayan non avrebbe dovuto dirlo. Sentirgli
dire quella verit a voce alta... era stata una pugnalata al cuore.
Mio padre aveva cercato di nascondere il dolore dell'offesa
sputando per terra. Ma per un attimo i suoi occhi
avevano incontrato i miei e io avevo visto le profondit
che celavano, avevo visto quanto era stanco. Certi uomini
non riescono a governare le molte persone che convivono
in loro. Mio padre era cos e lo sapeva, proprio
come sapeva dove sarebbe finita la sua vita.
Un mese dopo, il suo corpo era stato ripescato da un
fiume. Lividi attorno alla gola, una ciocca della sua barba
lanosa strappata. Mia madre ci aveva proibito di parlare
con la polizia per paura di rappresaglie, eppure non
riuscivo a liberarmi di quell'immagine: mio padre che
galleggiava a faccia in gi nell'acqua, tutte le speranze
che nutriva per me colate a picco.
In seguito chiesi a mio fratello se davvero non gli mancava.
Jayan non ci riflett neanche per un secondo. Ti manca la macchina?
Non abbiamo mai avuto una macchina.
Appunto.
Jayan lavorava nei campi finch il sole non gli striava le
braccia, finch la terra non gli impastava le unghie, finch
non aveva le gambe screziate per essere rimasto in
piedi nel fango fino al polpaccio. Seguiva il pi fedele
aiutante di mio padre nel suo giro mattutino, imparando
a seminare e ripiantare i teneri germogli, stelo dopo stelo,a leggere le colture dal colore e dalla posizione, a sapere
quando dare l'azoto alle piantine giallognole, quando
piazzare le tavolette al magnesio per i ratti che
succhiavano il succo dalla base degli steli spezzati. Per
errore o sfortuna o per colpa di uno stormo di colombi
selvatici, le prime due semine avevano sofferto. Nel frattempo,
mio fratello mandava avanti il suo business collaterale.
Lui imparava a leggere le colture e io imparavo a leggere
lui. Il giorno prima di una battuta di caccia, guardava
in continuazione gli alberi, tendeva l'orecchio al suo
presagio, il picchio. Se il verso del picchio arrivava da
est, la mattina dopo vedevo mio fratello sgattaiolare dietro
la casa con la divisa da cacciatore: pantaloni corti verdi
e maglietta nera. Se il giorno dopo il suo ritorno dalla
foresta una Maruti blu si avvicinava al capanno e mio
fratello caricava un sacco di fertilizzante nel baule, la
caccia era andata bene. Se il guidatore mercanteggiava a
lungo, Jayan rimaneva di pessimo umore per il resto della giornata.
La nuova politica di mia madre fu volgere lo sguardo
altrove, nella convinzione che, se gli avesse fatto troppe
pressioni, Jayan avrebbe potuto abbandonarci per sempre.
Io non ho mai condiviso quel dubbio, ma resta il fatto
che Jayan era Jayan e aveva le sue giornate. Certe notti
beveva con i suoi amici buoni a nulla e, col passare
delle ore, finiva per scaricare la sua frustrazione sul primo
che gli capitava a tiro e tornava a casa ammaccato e
con un labbro gonfio. Era facile dimenticare che aveva appena vent'anni.
Sarei venuto a sapere che durante le battute di caccia
Jayan guidava un gruppetto di quattro uomini. Lui era il
fuciliere, e prendeva il doppio di quelli che portavano le
provviste. Badava a tenere i suoi soci alla larga da me,
per l'imbarazzo. Diceva che ero delicato come un fiore,
quando si trattava di mansioni fisiche, una teoria basata
sul mio amore per i libri. (Lui di rado leggeva qualcosa
di pi lungo di una ricetta.)
Quindi fu una spiacevole sorpresa quando Jayan invit
me e Raghu ad accompagnarlo a Kottayam per lavoro.
Ci andava per incontrare il suo capo, un uomo conosciuto
come Chacko il Comunista, con cui sperava di trattare
direttamente, senza pi essere costretto a mercanteggiare
con quell'autista per ogni grammo d'avorio.
Perch non lo chiedi a qualcuno dei tuoi colleghi?
gli dissi. Quello con il collo taurino con cui vai sempre in giro.
Non posso fidarmi di lui per una cosa del genere, e
non posso presentarmi da solo, sembrerei una nullit.
Ma c' la scuola.
Possiamo saltarla butt l Raghu. Lui era cos: aveva
la risposta pronta anche quando nessuno gli aveva
chiesto nulla. Aveva voglia di avventure e di diventare
adulto, di un momento di gloria nella sua vita altrimenti
ingloriosa. E poi non vedeva l'ora di bigiare.
Ottimo gli disse Jayan, e a me: Ti terremo un posto.
E per posto intendeva una strisciolina libera su un camioncino
che mi martell il posteriore per quasi tutte le
cinque ore di viaggio. Raghu non smise un attimo di fare
domande sulla caccia e sui fucili, come se stesse preparandosi
per un colloquio di lavoro. Jayan ci raccont di
una battuta durata cinque giorni, in cui si era ritrovato
costretto a mangiare per cena una scimmia nera lessata.
Li avevo supplicati di tagliare almeno la testa, prima di
cucinarla, ma mi avevano risposto che il cervello era la
parte migliore. Jayan scosse il capo. Tutta rannicchiata,
con la coda mozzata. Sembrava un neonato messo a
bollire in pentola.
Arrivammo quasi puntuali a casa di Chacko il Comunista,
un enorme edificio intonacato, con delfini di sasso
sui pilastri del cancello. Secondo Raghu era una follia,
uno spreco (A che serve? La casa mica si mangia), ma
Jayan gli disse di chiudere la bocca e non fiatare finch
non fossimo tornati in strada.
Chacko il Comunista aveva studiato da avvocato - non
mancava mai di aggiungere Esq. in coda alla sua firma
- ma era il ritratto del politico, con quel sorriso liscio
e bianco come i suoi pavimenti di marmo. Tutte le pareti
erano occupate da foto incorniciate, nella maggior parte
delle quali comparivano i suoi figli Lenin e Stalin. I ragazzi
non erano molto bravi a scuola, ma poco male, diceva
Chacko il Comunista, Lenin-Stalin gli sarebbero succeduti
nell'impresa di famiglia. Con nomi come quelli, non
sarebbe stato facile trovare lavoro. Era stata Dolly a sceglierli.
I parenti di sua moglie erano marxisti convinti. A
Chacko il Comunista stava bene cos. Sapete qual  la
cosa migliore di essere marxisti? Non bisogna andare in
chiesa. Per essere uno che non andava mai in chiesa,
predicare gli piaceva proprio.
Chacko il Comunista ci fece uscire dalla porta sul retro
e ci condusse oltre un capanno in cui ronzavano dei
macchinari. Ai piedi di una ripida scala di metallo alz il
mundu e strinse le palpebre guardando verso l'alto. Venite,
gli uccelli aspettano.
Che cos'era, una specie di linguaggio in codice? Gli
uccelli erano i suoi complici, che ci aspettavano sul tetto
in una stanza tappezzata di tela cerata? Io fui l'ultimo a
salire i pioli sbatacchianti e a sbucare in un piccolo spazio
che conteneva Chacko il Comunista, Jayan e Raghu,
pi sette gabbie di volatili.
Ce n'erano due per gabbia, marito e moglie, quasi tutti
con le piume rosse, gialle e verdi. Chacko il Comunista
incresp le labbra in un bacio rivolto a un pappagallo aggrappato
alla rete metallica con gli artigli delle graziose
zampette. Gli avvicin il polpastrello al becco; il pappagallo
lo mordicchi delicatamente e lo lasci andare.
Lui  dolce disse Chacko il Comunista. Gli altri ti
tranciano il dito con un colpo netto.
A cosa servono? mi sussurr Raghu.
Riproduzione e vendita rispose Chacko il Comunista.
Dovresti vedere i cacatua che si accoppiano,  affascinante.
Avrei preferito guardare un cane che cagava, ma nell'ottica
di compiacere il padrone di casa sbirciai in una
gabbia di pappagallini. Quattro bianchi e due grigi piegavano
la testa di qua e di l.
Avevo un ara prosegu Chacko il Comunista, nostalgico.
 volato via. Ve lo immaginate? Vedere un
centomila che si dissolve nel cielo azzurro?
Magari non proprio centomila disse mio fratello,
ma so cosa vuol dire perdere dei soldi guadagnati col sudore.
Chacko il Comunista sorrise a uno dei tranciatori di dita. Hai litigato con Babu.
Si prende una fetta troppo grossa, e per cosa? Per la macchina? Noi abbiamo il camion.
S, l'ho visto. Non  un mezzo che passa inosservato.
Il grassone guard in un'altra gabbia, dove un pappagallino dall'aria malata stava appollaiato da solo, malconcio e spiumato a chiazze, gli occhi come lattiginose biglie sporgenti. Era immobile, le ali ripiegate strette attorno al cuore tormentato.
 incoerente prosegu mio fratello. Tira sul prezzo come un pescivendolo, mi fa perdere tempo. E come fa a valutare la qualit? Ha la cataratta!
Chacko il Comunista sospir come se tutte quelle maldicenze fossero poco dignitose. Il suo fiato scompigli le piume sul petto dell'uccello cieco.
Morir? gli chiesi, dimenticando la politica del silenzio imposta da mio fratello. Che infatti mi lanci un'occhiata che significava: ti seppellisco sotto i tuoi libri.
Presto, credo mi rispose Chacko il Comunista. Ti piacciono gli animali?
Non al punto da guardarli mentre si accoppiano.
Chacko il Comunista rise. Non sono un sentimentale,
io. Se domani mi dicessi che in Cina le loro piume
sono considerate preziose, salirei qui sopra a spennare
questi tesorini con le mie mani. Si allontan dalle gabbie
e riprese con la voce da predicatore: E Dio disse all'uomo:
Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e
soggiogatela, dominate sui pesci del mare e sugli uccelli
del cielo e su ogni essere vivente che striscia sulla terra.
Raghu annu come un convertito.
Okay, facciamo cos disse Chacko il Comunista.
Consegnami le zanne direttamente. Ti dar duemila al
chilo in pi. Ma solo per un mese, in prova. Al minimo
problema, torniamo al vecchio metodo.
Dopo aver ricevuto indicazioni specifiche sulla procedura
- dove scaricare, quando e a chi - lasciammo il predicatore
ai suoi uccelli e uscimmo nel culmine della calura.
Scesi gli ultimi pioli risollevato dal successo di mio
fratello e dal mio contributo. E magari mi sarei del tutto
dimenticato del capanno se non fossi stato attirato da un
urlo mentre passavo. Mio fratello e mio cugino erano gi
avanti, non sentirono. La porta era socchiusa.
Quanto mi  rimasto impresso il mondo racchiuso
dentro quell'angusto locale! Due lunghi tavoli coperti da
una foresta di figurine bianche. Una truppa di minuscoli
elefanti. Bracciali lisci impilati. E nell'angolo in fondo,
un gigantesco Nataraj con un arto snello alzato, tutto in avorio.
Ai tavoli sedevano numerosi artigiani e alcuni intagliavano
con punteruoli sottili come zampe di passerotti. Un
uomo arrotava un pezzo su una mola di pietra. Un ragazzino
andava di tavolo in tavolo servendosi della mano a
coppa per spazzolare accuratamente i trucioli di avorio in una borsa.
Li vendiamo ai medici ayurvedici disse Chacko il
Comunista, provocandomi un tuffo al cuore. Un pizzico
di polvere di avorio e di olio di cocco farebbe miracoli per la tua forfora.
Io non ho la forfora.
Allora quella schifezza che hai sulla spalla dev'essere neve.
Mentre mi spazzolavo la camicia, sentii i suoi occhi su di me, ridotti a una fessura.
Sei un tipo curioso, eh?
Mi scusi, la porta era aperta...
No, non importa. Ho la licenza. L'ho presa dieci
anni prima del divieto, per fortuna.
Quindi il Dipartimento forestale guarda dall'altra parte?
Dipende da chi viene a guardare. Indic un paio di
zanne su un tavolo l vicino. Quelle sono per P. K. Kurian,
il responsabile territoriale prima che arrivasse quella
musulmana lardosa. E una dura. L'hai mai conosciuta?
No.
Chacko il Comunista mi accompagn fuori dal capanno
e chiuse la porta. Puoi ritenerti fortunato.
Cos a mesi alterni Jayan e il suo socio dal collo taurino
portavano il loro bottino a Kottayam e io fui ben contento
di tornare ai miei studi. Avevo solo quindici anni,
eppure avevo gi tracciato la rotta della mia vita: un diploma
commerciale, poi l'universit per diventare un
domani direttore di banca, con un ufficio dalle pareti di
vetro tutto mio, dove i visitatori dovevano aspettare il
proprio turno per essere ricevuti. Per il momento Jayan
sar anche stato la nostra scialuppa di salvataggio, ma io
avrei costruito una grande nave. Avrei mantenuto il mare
cos calmo che mia madre l'avrebbe a malapena sentito
muoversi sotto i suoi piedi.
Ma per costruire una nave ci vuole tanto tempo, molto
pi tempo che per costruire un sogno. E intanto Jayan
non le dava pace.
Una mattina grigia e fosca il camioncino risal la strada e
si ferm davanti a casa nostra. Ne scese mio fratello, seguito
da una donna che teneva il suo sguardo umile rivolto
a terra.
Aveva i piedi impolverati, con le dita decorate da minuscoli
anelli, il genere di ornamento che mi sembrava al
contempo ridicolo e stuzzicante. Cercai di non guardarla
fisso in faccia, di non fare caso alle ciglia che le sfioravano
le guance. Cercai di sembrare calmo, quando Jayan la
present come sua moglie, Leela. Una donna che aveva
trovato e poi sposato in un tribunale di Kottayam.
Che scenata gli fece mia madre! Come aveva potuto
Jayan fare una cosa simile? Scappare di nascosto con una
cristiana di cui non si sapeva nulla, senza nemmeno un
accenno a sua madre? Che genere di cagna svergognata
mangiavacche sarebbe scappata con un ind senza fidanzamento,
senza dote, senza niente! (Il genere indecente,
ecco quale: il genere che se ne approfitta.) E in
base a cosa Jayan si era convinto che la mangiavacche
non l'avrebbe mai piantato?
A guardarla, Leela sembrava una che aveva mangiato
sempre e solo melagrane, mandorle e latte, e con ci intendo
dire che era chiara di carnagione e morbida, con
curve create apposta per riempire il grande schermo.
Manghi di prima categoria, quelli. Raghu sospir. Gli
diedi un ceffone. Lui me lo restitu, dicendo che per lui
non era una sorella.
Leela aveva sempre vissuto sulla costa e non aveva mai
visto le foreste, le valli e i ghat che le aveva promesso mio
fratello. Una volta mi chiese:  vero che i tribali sono
cos scuri perch sono mezzo africani?
Mezzo cosa?
Giocherellava con la punta della treccia. Ho sentito
dire che i tribali avevano sposato gli schiavi africani portati
dagli inglesi. Per questo sono cos scuri. Per via degli
africani. Dopo un attimo di esitazione aggiunse: Nel
mio villaggio non ci sono tribali.
Restai a fissarla, tormentato dai miei pensieri. Sei semplice
e sciocca. Sei la cosa pi bella che abbia mai visto. Sei
sposata con mio fratello. Perch? Mio fratello ha il cervello di una lucertola. Io sono bravo a scuola. Sono sicuro che
far strada, sicuro come il vitello diventa mucca. Ma la
mamma mi lascer trovare una Leela tutta mia? No. Perch
ogni famiglia si concede un solo errore. Tu sei quel
meraviglioso errore. E a me toccher sposare un bestione
strabico con i calli perch i nostri pianeti sono allineati.
Non  per gli africani concluse lei, le guance riscaldate
da un rossore.
Tutto quello che sapevamo di Leela si sarebbe potuto
scrivere sul fianco di una scatola di dentifricio. I suoi venivano
da qualche paesino minuscolo di cui lei non ci
aveva neppure detto il nome. Non era andata a scuola e
non aveva imparato un mestiere. Suo padre era un manovale.
La storia del suo incontro con Jayan era un mistero
che mia madre intitol Il sordido inizio, rifiutandosi
di leggerne anche solo una pagina.
Se agli occhi di mia madre il mondo era fuori squadra, i
raccolti non lo davano a vedere. Sugli steli crescevano
spighe forti e oscillanti, con chicchi di riso raffinati come
piccole perle. Leela sopravviveva al silenzio di mia madre
da dietro un muro di buone maniere, rapida a dileguarsi
se la suocera era di cattivo umore. Non appena la
mamma aveva terminato il t del mattino, Leela portava
via la tazza per lavarla. Si era presa il compito di fare il
bucato, stirare e spazzare, mentre mia madre le indicava
ogni macchia, ogni piegolina e ogni briciola, come se
avesse personalmente inventato l'arte di governare la
casa.
Leela sopportava quegli abusi senza perdere il controllo.
La sua cotta adolescenziale per Jayan sembrava
un nutrimento sufficiente. Si crogiolava nel suo tanfo
quando tornava dai campi, e lui non era meno infatuato,
la sua mano andava sempre ad afferrarle la vita, la treccia,
il sedere, manata dopo manata, non gli bastava mai.
Si prendeva quelle libert solo nei momenti che presumeva
privati, ma in una casa di tre stanze di momenti
privati ce ne sono pochi.
Qualche volta sentivo il fitto mormorio di un litigio
attraverso la parete, probabilmente per via delle sue continue
spedizioni nella foresta. La natura selvaggia lo attirava,
rumorosa e luccicante di avventura. Ma per quanto
litigassero, lei era sempre sulla porta, nell'alba grigia, a
guardarlo uscire diretto alle risaie.
Sono preoccupata per lui mi disse una volta, dopo
che Jayan se n'era andato.
Dovrai farci l'abitudine, pensai io.
Lui dice che non ho motivo di preoccuparmi. Cosa
c' di male a tagliare un albero?, dice. Ma ci dev'essere
qualcosa di male, se  proibito dalla legge.
Che albero?
Sandalo. Il lavoro che fa per arrotondare. Non  quello?
Guardai dritto nei suoi occhi semplici. Il mio silenzio
era di per s una risposta. Per non potevo tradire fino
in fondo mio fratello; non potevo rispondere altro che
questo: Chiedilo a lui.
Lei non ebbe la possibilit di seguire il mio consiglio,
perch il giorno in cui Jayan torn dalla sua ultima spedizione
fu tutto un dopo, dopo, non ora. La giornata pass
senza che il camioncino risalisse la strada e a mezzogiorno
dell'indomani mio fratello era di umore nero.
Sapevo perch camminava avanti e indietro: nel capanno
c'era l'avorio, il midollo si asciugava, il peso calava, il
prezzo si abbassava a ogni grammo in meno.
Al tramonto mio fratello si procur un'auto per il
mattino dopo e giur che non avrebbe mai pi lavorato
con quel bastardo irresponsabile. Ancora non sapeva
che il bastardo aveva giurato la stessa cosa.
Infatti proprio quella notte la polizia del Karnataka
pest i pugni sulla nostra porta e attravers il salotto per
andare a prelevare mio fratello dal suo letto senza nemmeno
dargli il tempo di infilarsi una camicia. Abbaiarono
un misto di kannada e malayalam, qualcosa a proposito
di uno sconfinamento con armi. Presero i pezzi di
avorio dal capanno, uno dopo l'altro, avvolti nella carta
di giornale e annidati nel calderone come uova che non
avrebbero mai dischiuso un centesimo. Quando Leela
usc di corsa in cortile con un mundu blu, i poliziotti stavano
gi portando mio fratello alla jeep.
Immaginate la scena: noi, in piedi fuori da casa nostra,
di notte. Leela con un mundu blu in mano. Mia madre
che grida contro la polizia. Io, a quindici anni, che guardo
mio fratello con addosso solo il chaddi, in mezzo a
due bruti che non hanno avuto la decenza di lasciargli
mettere una camicia.
 difficile avere fiducia in un uomo che durante una telefonata
di dieci minuti dalla prigione ti dice di non preoccuparti.
Ma Jayan ci convinse che Chacko il Comunista
gli avrebbe pagato la cauzione, come aveva gi fatto altre
due volte. Due volte? Quando? domand Leela. Mio
fratello rispose che non aveva tempo di spiegare. Promise
che non si sarebbe andati al processo.
Ma Chacko il Comunista non gli pag la cauzione,
accampando la scusa dei debiti accumulati in precedenza
da mio fratello, che dovevano risalire alle altre due volte.
E cos il procedimento sarebbe andato avanti. Con il collo taurino come testimone dell'accusa.
Negli ultimi tempi i rapporti fra loro si erano guastati,
dopo che il collo taurino aveva chiesto di poter essere lui
a sparare, per prendersi la paga doppia. Mio fratello riteneva
che di lui non ci fosse da fidarsi, n per la mira, n
per la spartizione dei soldi, altro compito che toccava a
chi imbracciava il fucile. Quindi gli aveva detto di no, e il
traditore era andato dritto dalla polizia per propinare
agli agenti la storia inverosimile del suo ravvedimento e
del ritrovato rispetto per la legge. Giudici e giuria si sarebbero
buttati sulla storiella come corvi su una carcassa.
Una volta mio fratello era apprezzato per la mira perfetta,
ora invece agli occhi dell'opinione pubblica divenne
un reietto. Si diffusero voci incontrollate secondo cui
aveva fatto soldi a palate con la caccia agli elefanti. Altrimenti
perch la polizia del Karnataka sarebbe venuta oltre
confine per prelevarlo? Praticamente tutti, cristiani,
musulmani o ind che fossero, credevano che uccidere
gli elefanti per soldi fosse peccato e, peggio, che lui ne
avesse tratto ingenti profitti, accumulando somme indicibili,
quando tutti gli altri si accontentavano del misero
salario che la vita offriva loro.
Ma quali soldi! inveiva Leela contro di me, come
se rappresentassi l'intera societ. Ha sparato a quattro
o cinque elefanti, tutto qui. Me l'ha giurato. Come fanno
a rinchiuderlo per quattro elefanti?
Okay, va bene, le ho lasciato credere che fossero quattro.
Mi dicevo che non erano affari miei, che era una
cosa fra loro. La verit  questa: avrei giurato qualsiasi
assurdit sulla Bibbia di re Giacomo pur di fare in modo
che lei non ci lasciasse. Che non mi lasciasse.
Mio fratello insistette strenuamente perch non andassimo
nel Karnataka per assistere al processo, non era
necessario. Di certo la giuria avrebbe giudicato inattendibile
la testimonianza del collo taurino, vista la sua fedina
penale macchiata dai reati minori tipici di un idiota.
(Una volta aveva cercato di rapinare una palazzina di uffici
e si era chiuso nell'ingresso.) Era un viaggio troppo
lungo per un processo che si sarebbe concluso nel giro
di pochi minuti. E se ci fossimo andati, chi si sarebbe occupato delle risaie?
Jayan sapeva - come poteva non saperlo, dal suo posto
in prima fila - che la corte l'avrebbe giudicato colpevole.
Il suo era un dono patetico, l'unico che potesse farci: una
scusa per non vederlo con gli esili polsi ammanettati, per
andare avanti come se nulla fosse cambiato.
Per quattro anni mio fratello rimase lontano da noi. Mia
madre pass quasi tutto quel tempo confinata in casa,
ostaggio della convinzione che ficcanaso e pettegole la
aspettassero appena fuori dalla porta, che i loro bisbigli
scavassero cunicoli nei muri. Un cattivo marito era una
disgrazia. Un cattivo figlio era colpa sua e sentiva di meritare
ogni parola pronunciata contro di lei.
Riguardo ai pettegolezzi, Leela diceva che non serviva
a niente ascoltare tutti i cretini che davano fiato alla bocca.
Si annodava una pezza in testa, prendeva il falcetto e
faticava nei campi con le donne adiya che la sbirciavano
mentre colpiva gli steli, sudava, imprecava e non tagliava
nulla. Alla fine le mostrarono come affilare la lama sul
bamb prima di mietere. Trov il denaro per comprare
galline e una mucca di nome Bianchina, e guadagn
qualcosa con uova e latte. Sorvegliava i pulcini accanitamente,
quasi li avesse covati lei, ma i predatori erano
molti. Un giorno un avvoltoio ne afferr uno con gli artigli,
ma rialzandosi in volo gli sfugg la presa. A pancia in
su, il pulcino chiocciava nella polvere, una striscia luccicante
di interiora strappate fuori. Finito, pensai, insieme
a tutte le uova che avrebbe deposto per noi.
Ma Leela non sprec neanche un secondo e mi disse
di portarle ago e filo. Le avevo infilato parecchi aghi, eppure
non le avevo mai visto fare quello che fece: cullare
il pulcino nel palmo e ricacciare dentro i visceri col dito,
come se stesse riempiendo un bign. Come un chirurgo,
ricuc la pancia, poi spalm un impiastro di curcuma sulla ferita.
Alla fine la gallina ricucita sopravvisse alle altre. E seguiva
Leela dappertutto, come un corteggiatore malato
d'amore che non voleva sentire ragioni, un comportamento
che avrei trovato divertente se non fosse stato fin
troppo simile al mio.
Tuttavia non ero il suo unico fan, per cos dire.
Un giorno due uomini mi chiamarono fuori casa, chiedendomi
di Leela Podimattom. Uno aveva il viso lungo,
i lineamenti da lucertola. Disse che la conosceva da prima,
erano vecchi amici. Soci in affari, disse l'altro, un
tipo con la faccia tutta raggrinzita e segnata, come un cavolo
tagliato a met. Avevano sentito che era in difficolt
economiche. Pensavano di poterla aiutare.
Il lucertolone sorrise mostrando dentini minuscoli. Ci
trova all'hotel Meriya, disse andandosene.
Raggiunsi Leela sul retro, china su un enorme jackfruit,
uno dei tre che ci aveva regalato Achan Sintetico,
sapendo quanto mi piaceva fritto come le patatine. Si
mordeva il labbro come se ce l'avesse con quel masso
verde e spinoso, con il suo gambo che gocciolava linfa.
Se ne sono andati? mi chiese.
Annuii. Mi pass la zappa. La sollevai sopra la testa e
colpii il frutto. Lo girai leggermente e colpii di nuovo.
Girai. Colpii. Girai. Colpii.
Lei si chin e separ le due met con le mani, la linfa
collosa le inzaccher le dita. A vederlo, l'interno sembrava
una margherita, con i bulbi di frutto giallo chiaro
come petali attorno al centro polposo. Con un coltello
da cucina, cominci a tagliare le due met in quarti, sempre
in silenzio, la bocca stretta in un nodo.
Le chiesi come mai l'avevano chiamata Leela Podimattom.
Mi disse che era il posto dove era nata.
Nessuno mi chiama Manu Sitamala.
Tacque.
Hanno detto che eravate soci in affari continuai.
Clienti.
Di che genere?
Lo stesso genere di tuo fratello. Lo disse con una
tale disinvoltura... per io mi accorsi delle lacrime che le
erano spuntate. Provai un desiderio meschino di vederle
cadere.
Invece lei butt il coltello sul giornale e affond le
dita in una ciotola di acciaio piena d'olio, strofinando via
il bianco mentre mi sfiorava passandomi accanto.
La presi per il braccio. Ho il diritto di sapere...
Sapere cosa? Dai, dillo.
Il calore mi inond il viso. La domanda richiedeva una sottigliezza che io non avevo. Avevo in mano una zappa.
Con tutto quello che mi hai lasciato credere sugli alberi di sandalo... Scosse il capo. Non venirmi a dire che hai il diritto di sapere.
Abbassai lo sguardo. Non trovai nulla da ribattere.
Dopo un po' parl lei, a bassa voce. Conoscendo quei due, domani lo sapranno tutti, in paese.
No, non lo permetter.
Ah-ah, il mio eroe. Fece un sorrisetto indirizzato al jackfruit martoriato ai nostri piedi. Lascia perdere,
Manu, lascia perdere e basta.
Un altro uomo avrebbe lasciato passare il momento e si sarebbe scordato della cosa. Io per non ero un uomo; ero un ragazzo di sedici anni che ribolliva di istinti e di rabbia, e sentivo che era compito mio difenderla. Raghu si rifiut di accompagnarmi perch, avendo visto quei due cretini, secondo lui si metteva molto male.
Trovai il lucertolone allo shappe accanto all'hotel Meriya, circondato da una corte di gente come lui, tra tutti non valevano una cicca. Il lucertolone si accorse con la coda dell'occhio che stavo arrivando e si lanci in un'intensa esibizione. Leela Podimattom! Come un macellaio, ne valut le parti, lingua, petto, coscia, e se le sapeva usare, alcune di quelle parti... Il suo menu non cambiava mai, era lungo e ricco, dalla lista non restava fuori niente e, credetemi, la sua bocca non si stancava mai...
Neanche la tua.
Il cornuto mi guard con un ampio sorriso. Tenevo le mani nelle tasche dei vecchi pantaloni di mio padre.
Ah, ecco la sua guardia del corpo.
Si chiama Leela Shivaram.
E come facevo a saperlo? Mica mi ha invitato al matrimonio.
Adesso lo sai.
Io sapevo un'altra cosa.
Quella che conoscevi tu era un'altra persona.
Scroll le spalle. Puoi lavare un corvo finch vuoi, ma non diventer mai bianco.
Gli chiesi di accompagnarmi fuori. Succhi pigramente
una lisca di pesce prima di tirarsi su. Era difficile
mantenere la mia aria di aggressivit mentre si puliva la bocca da ogni bruscolino.
Mi segu fino a una certa distanza dallo shappe, in un
boschetto dove, voltandomi, mi trovai la testa di cavolo
alle calcagna. Ebbi un tuffo al cuore. Cosa  venuto a fare?
L'arbitro, no di certo.
Tenni lo sguardo fisso sui suoi piedi mentre in tasca il
mio pugno si induriva, quattro dita inanellate nell'acciaio
di mio padre. Ripensai al tirapugni inerte e letale
nel palmo di mio fratello. Il lucertolone mi chiese se avevo
intenzione di rivedere le mie opinioni, al che ribattei
schiantandogli le nocche di metallo sul grugno.
Fece una giravolta e atterr con la faccia nella terra, le
braccia allargate in una posizione che mi ricord mio padre
e per un terribile istante pensai che fosse morto.
La testa di cavolo guardava fisso il collega che, con
mio grande sollievo, si agitava come un neonato nel tentativo
di rialzare la testa. In quei pochi secondi di stupore,
ebbi il tempo di infilare il tirapugni fra gli alberi, in
modo che non venisse usato contro di me. Le dita mi risuonavano di dolore.
Vi prego di notare che non scappai. A differenza di
mio padre, sapevo che non bisogna accumulare debiti.
La testa di cavolo sospir e mi lanci un'occhiata di
delusione quasi paterna. Poi mi colp sull'orecchio, sul
mento e - con una risolutezza da levare il fiato - in pancia.
Disteso sull'erba, mi preparai per il calcio finale, quello che mi avrebbe spedito in un sonno profondissimo,
quando da un punto imprecisato sopra di me sentii una
voce: Lascialo stare o ti riempio di buchi.
Il mondo oscillava attorno a me ma riuscii a distinguere
la sagoma di un ragazzo che imbracciava un fucile. Un
ragazzo le cui braccia esili come ossa di pollo sembravano
proprio le braccia di Raghu.
Quel fucile  pi alto di te disse la testa di cavolo.
Secondo me non  neanche carico.
Il giovane armato spian il fucile. Scommettiamo, femminuccia?
Quella s che fu un'interpretazione magistrale, cos
convincente che la testa di cavolo si arrese e si port via
il collega, scagliando fiacche minacce. Appena se ne furono
andati, Raghu mi spinton fino a casa: la sua pi
grande paura era che Achan Sintetico scoprisse che il
suo fucile era sparito. Sulla canna erano incisi dei conigli.
 quanto ricordo del fucile che avrei ritrovato pi
avanti, in circostanze pi cupe. Ricordo anche l'espressione
trionfante che risplendeva sul viso di Raghu mentre
ci dirigevamo a casa su un risci a motore.
Perch ci hai messo cos tanto? dissi con la parte
della bocca che ancora funzionava. Un altro pugno e
mi avrebbero spappolato.
Guardati nello specchietto, ragazzino: sei spappolato.
A uno per le ho date.
Hai le allucinazioni.
E cos via, tra battute e bisticci, al posto di una gratitudine
che non sapevo come esprimere.
Passai i giorni successivi in una nebbia di dolore. Nelle
mie lettere a Jayan non accennai nulla. Era una tacita regola
che le nostre lettere non dovessero contenere altro
che scene pacifiche, una casa pi dolce di quella che ricordava.
Lui ci dipingeva la prigione a tinte simili:
Alle 6 ci portano il chai in cella. Alle 6,30 andiamo
nello spazio comune, dove si pu giocare a scacchi o a
carrom o leggere il giornale. Io leggo il giornale. Ci
sono tre cabine telefoniche con la teleselezione. Bella
biblioteca. Uno che  qui da quindici anni si  preso
la laurea in giurisprudenza e altre due lauree. Io mi
metterei a studiare legge, non fosse che odio cos tanto
tutti gli avvocati. Il soffitto mi darebbe consigli migliori.
Nessuno di noi credeva che la galera fosse la lussuosa facolt
di legge descritta da Jayan. Eppure alla nostra prima
visita ci presentammo del tutto impreparati.
Durante la settimana precedente, mia madre e Leela
avevano messo insieme un banchetto che avrebbe riempito
la pancia di mio fratello dieci volte, con vasetti di
achar, sia di limone sia di mango, e sambar, avial e riso.
Met si rovin per il caldo mentre aspettavamo di ottenere
il nulla osta. Tre ore in piedi per trenta minuti a
guardarsi attraverso una rete metallica talmente fitta che
le nostre mani non riuscivano a toccare le sue. Finalmente
capivo perch ci aveva tenuti lontano cos a lungo. Vedendolo
in quello stato, mia madre perse la parola.
Perch era un'altra persona, mio fratello, gli occhi
sporgenti come quelli di un ubriacone, le clavicole talmente
alte che le avresti potute spezzare come matite.
Anche il suo modo di parlare era cambiato, sproloquiava
senza sosta per non lasciare spazio alle risposte. L'unica
cosa di cui voleva discutere era l'indecente barbarie del
sistema giudiziario del Karnataka. Nel Karnataka, il trenta
per cento dei detenuti era innocente. Nel Karnataka,
se un uomo si suicidava, sua moglie veniva arrestata come
complice. Nel Karnataka capitava di prendere sei mesi
per aver fumato.
Gran bella idea dichiararsi innocente quando l'intero
Stato pensava il contrario. Ovviamente n mia madre n
Leela lo dissero, e io neppure. Limitammo i nostri interventi
a Come stai? e Cosa possiamo portarti? Sapevamo
benissimo le risposte, ma in quei trenta minuti ci fu una
tale smania, una tale cieca disperazione, man mano che il
tempo si prosciugava.
A un certo punto lui volse i suoi occhi arrossati su di
me. Cosa hai fatto al naso?
Niente. La mia mano and al naso, dove mi era rimasto
ancora un livido dallo scontro del mese prima.
Ho fatto a pugni.
Tu?
Perch no?
E il motivo?
Leela mi trafisse con lo sguardo. Avevo mentito sia a
lei sia a mia madre, ma le era bastata un'occhiata al mio
viso sgangherato per capire.
Rapinato disse con un sospiro mia madre. Ci crederesti?
In pieno giorno.
Mentre gli anni passavano, ogni angolo non illuminato
rappresentava una speranza a cui aggrapparci. Quando
i giornali scrissero che il primo novembre, per celebrare
l'anniversario della sua fondazione, il Karnataka
avrebbe graziato alcuni detenuti estratti a sorte, aspettammo
dei numeri che non uscirono mai. Quando Jayan
licenzi il suo avvocato, ne assumemmo un altro, ma erano
come le zanzare, quelli, ti ronzavano nell'orecchio e
intanto ti succhiavano il sangue.
Quando Jayan fu scarcerato, ormai ero un giovane di diciannove
anni e le mie speranze di andare all'universit
erano in sospeso. Mi dicevo che avrei preso la laurea non
appena Jayan fosse tornato a casa, ma non avevo tenuto
conto di quello che possono fare a un uomo quattro anni
in cattivit.
La sua spavalderia e la sua disinvoltura si erano consumate.
Aveva un'aria circospetta, sempre sul chi vive
come se fosse braccato. Dormiva tutto il giorno e fumava
tutta la notte, pareva che volesse rifarsi per tutti i bidi
che non aveva potuto comprare in prigione. Ci era familiare
e al tempo stesso estraneo, e del resto noi dovevamo
esserlo per lui.
Io lo evitavo, ma le donne lo trattavano pi delicatamente.
Mia madre lo riempiva di attenzioni e Leela accorreva
al minimo rutto, come se fosse un liquido versato
che stava per raggiungere il bordo della tavola e
cadere gi. Aggiungeva il suo nome alla fine di ogni frase,
quasi volesse ricordarglielo.
Una sera lo sentii rivolgersi a Leela con una voce cattiva
e borbottante. Lei voleva che la accompagnasse al
tempio per la festa del Sita Devi, la pi grande bolgia nel
raggio di chilometri, ma Jayan non era dell'umore giusto.
Tanto varrebbe tatuarmi ladro in fronte,  quello che
pensano tutti, quando mi guardano.
E tu lasciali guardare. Ormai non abbiamo pi nulla
da nascondere. Per tutto il tempo che non ci sei stato, ho
camminato a testa alta. Ho lavorato. Non mi sono chinata
davanti a nessuno.
Chi ti ha dato la mucca e le galline?
Le ho comprate.
Con quali soldi?
Lei non rispose subito. La mia catena nuziale.
Un lungo, vasto silenzio.
Avresti dovuto andartene disse lui.
E dove? Chi mi avrebbe voluto?
Le tue sorelle.
Si sarebbero prese i miei soldi, non me. Un borbottio
di Jayan. Lo sai, perch. E comunque, loro non possono
darmi dei figli.
Sentii mio fratello schiarirsi la gola con prudenza.
Sono stanca di aspettare disse lei. Mi avevi promesso
una vita.
Jayan non rispose. La voce di Leela assunse un tono
diverso, morbido e bramoso, mentre gli chiedeva: Devo
essere pi precisa?... introducendo cos il genere di accompagnamento
sonoro che mi toglieva il sonno.
I mesi passavano in fretta e Jayan sembrava irrobustirsi.
Riprese a lavorare nei campi e spesso andavo con lui, lasciando
solo Raghu. Anche quando mi invit a guardare
junior Mandrake a casa sua sul loro nuovissimo televisore
LG, gli dissi che ero stanco perch avevo lavorato tutto
il giorno con Jayan, che non si stancava mai e non si
fermava neanche per bere.
Ma c' Jagathy mi disse Raghu. Ti piace Jagathy.
Il mio letto mi piace di pi.
Raghu strofin un piede scheletrico sull'altro. Non
vieni pi da noi, ad aiutarci.
Avete gi abbastanza aiuto.
Mio padre ha detto che stanotte devi venire con me nel palli.
Stanotte? Sono troppo stanco.
Per la tua patatina per non sei troppo stanco.
Alz la voce abbastanza perch mia madre lo sentisse.
Come si chiama? Kamini? Yamini?
Gli dissi di andare a farsi fottere.
Tanto per chiarire: non sapevo che vai a farti fottere
sarebbero state le ultime parole che avrei detto a Raghu,
il mio cugino fraterno e pi fedele amico, che mi
aveva salvato la vita non molto tempo prima di perdere
la propria. Mi tormenta ancora non essere andato con lui
quella notte, ma vedere l'espressione ferita sul suo viso e
voltargli le spalle fu una cosa perfino peggiore.
Sei mesi dopo la scarcerazione di mio fratello, mio cugino
rimase ucciso.
Nei giorni successivi alla sua morte, Raghu mi apparve
al tempio e nelle risaie, e una volta sul retro di un camion.
Per un certo periodo anche mio padre mi aveva
fatto visita nello stesso modo. Mi era capitato di inseguire
un autobus, certo di averlo visto a bordo, che controllava i biglietti.
Il lavoro era l'unico muro contro cui potevo appoggiarmi.
Con il permesso di mia madre, cominciai a faticare
nelle risaie di Achan Sintetico, perch gli mancavano
un paio di braccia. Non che mio zio volesse le mie. Aborriva
la mia presenza e non mi degnava di uno sguardo
nemmeno quando mi dava un ordine, nemmeno quando
a fine giornata dicevo Vado e torno, al che lui non
emetteva nemmeno un suono. Versavo il mio sudore sulla
sua terra e mi inventai una possibile soluzione per i
pappagallini che scendevano gracchiando dal cielo e si
buttavano sul riso. Passai una mattinata intera a piantare
due pali lungo il lato est della fattoria e a ripiegare nel
mezzo un lungo pezzo di plastica bianca su cui erano infilati
tappi di bottiglia e campanellini. Mandava bagliori
scintillanti e tintinnava nella brezza. Mio zio mi chiese se
volevo spaventarli o preparargli una festa.
Di notte stavo sveglio a pensare al Vendicatore, un
nome che conoscevo fin dall'infanzia, insieme agli altri
appellativi dell'elefante. Gli scolari avevano messo in
musica la sua furia omicida:
Ecco arriva
l'ottayan, il Vendicatore,
ha mandato al Creatore
il suo padroncino.
Cosa aveva mai fatto il suo padrone, mi domandavo, per
dare a quell'elefante una tale sete di morte?
Nei giorni seguenti il Vendicatore si prese un altro palli
e un'altra vita. Il palli apparteneva a una fattoria pi gi,
le sue pareti furono ridotte in schegge di legno. L'uomo
che era dentro riusc a scappare e sopravvisse per raccontarci
una storia dubbia: Ero sdraiato sul fianco accanto
al fuoco, perso nelle mie fantasticherie, quando ho sentito
vicino all'orecchio un alito talmente delicato che mi 
venuto da pensare che fosse mia moglie, anche se, a essere
sinceri, piuttosto di essere affettuosa con me scoreggerebbe
in chiesa, quindi mi sono girato e mi sono ritrovato davanti
il nasone del Vendicatore! Senza rifletterci, gli ho
mollato un pugno nelle narici. Pac! Naturalmente non si
aspettava un eroismo simile, perch ha tirato indietro la
proboscide, dandomi giusto il tempo di saltare fuori e scappare.
La donna di Kuruva non pot essere interrogata. Si
stava caricando in spalla della legna da ardere sul limitare
della foresta, quando il Vendicatore l'aveva trovata.
Probabilmente decine di donne avevano fatto lo stesso,
per alimentare i fuochi su cui cucinavano, ciascuna convinta
che non sarebbe stata lei a trovarsi sul cammino
dell'assassino. Pass un'intera mattina prima che un camion
rallentasse e notasse il cuscinetto di un piede che
spuntava da sotto i rami ammucchiati. Come nel caso di
mio cugino, il Vendicatore aveva celebrato il suo funerale privato.
E cos il Dipartimento forestale ci diede la raccomandazione
pi ovvia: restare in casa dopo il tramonto. Promosse
il Vendicatore allo status di delinquente, ma si
guard dall'emettere un ordine di eliminazione. Finch non uccise ancora.
Nel frattempo continuai a lavorare nei campi di Achan
Sintetico. Mi alzavo alle sei del mattino, parecchie ore
prima che i braccianti scendessero freschi freschi dalla
jeep. Erano un gruppetto di pigroni incalliti che pretendevano
un goccetto o due di Old Cask per colazione.
Quando loro tagliavano, io tagliavo, e quando loro si caricavano
in testa le fascine, lo facevo anch'io.
Mi trattenevo nelle risaie di mio zio fino a sera. Da
dietro casa sua guardavo il cielo rosa e arancio, le capre
tra i fiori di balsa e pi oltre le montagne, che nascondevano
nei loro abissi il Vendicatore.
Non passava molto prima che i pappagallini interrompessero
il mio idillio, veleggiando trionfanti sopra il mio
pezzo di plastica moscio. Piombavano in picchiata in
una sfarfallante nuvola verde e recidevano gli steli con i
chicchi, per poi riprendere il volo e allontanarsi. La mia
unica difesa era fischiare e pestare un cucchiaio su una
padella di latta, ma i graziosi ladruncoli si erano gi rifugiati
sugli alberi, dove becchettavano il riso come i corvi
becchettano gli occhi di un morto.
I pappagallini erano insolitamente silenziosi quando mi
ritrovai accanto Achan Sintetico. Il tuo nastrino non ha funzionato.
Non c' abbastanza vento.
Me ne frego degli uccelli mi disse. Ho un problema pi grosso.
Lanciai una rapida occhiata al suo viso e mi domandai quando si fosse ingrigito sulle tempie.
Indovina chi  venuto a portarmi i suoi omaggi?
prosegu. Il Dipartimento forestale.
Quando?
Qualche giorno fa. Mi hanno detto che mi avrebbero
dato diecimila rupie per i danni, basta riempire qualche
modulo. "Richiesta di risarcimento" l'hanno chiamata.
Porci. Gli ho risposto: E cosa me ne dovrei fare?
Comprarci un altro figlio? Ma poi mi  venuta un'idea.
Si volt verso di me. Potrei darli a te e Jayan.
Non ci devi nulla.
Lo so. Siete voi che mi dovete qualcosa.
La tranquillit e la freddezza di quella rivendicazione.
Il peso di quella mano sulla mia spalla.
Vuoi che ammazziamo il Vendicatore?
Dillo pi forte, i verdoni non ti hanno sentito.
Scossi la testa. Jayan non accetter. Non vuole tornare
in prigione.
Ascoltami. Tuo fratello ha commesso l'errore di mettersi
a lavorare con un buono a nulla, un ruffiano. Stavolta
siamo tutti dalla parte di Jayan, tutti gli agricoltori.
Nessuno lo biasimerebbe o farebbe il suo nome alla polizia.
Mi riusciva difficile immaginare questa seconda
famiglia di contadini: dov'erano stati negli ultimi quattro
anni? La nostra gente vuole sicurezza per i nostri campi,
i nostri raccolti, i nostri figli...
E io non sono vostro figlio?, avrei voluto chiedergli.
Ma gli era bastato accennare ai figli per perdere la voce.
Guard dall'altra parte e si strofin ripetutamente il
naso, tanto per dare qualcosa da fare al suo viso.
Se accuseranno tuo fratello, te o chiunque altro,
confesser. Mi sottoporr al processo; mi addosser la
responsabilit, te lo giuro. Vivere qui o vivere in gabbia,
non fa differenza. Fece una pausa e poi aggiunse piano:
Almeno per me.
Non mi era mai sembrato tanto vecchio, eppure nel
suo viso diroccato vidi un'eco di mio cugino.
Lui ti ascolta, Manu.
Restai in silenzio, ma avevo scelta? Ripenso al giovane
che ero e vedo un bambino, impotente davanti all'unico
uomo che avevo sempre desiderato chiamare pap.
Cercai di avvicinare mio fratello, ma era impossibile trovarlo
da solo, sua moglie era sempre dietro l'angolo.
Leela non si fidava di lui e teneva l'orecchio teso, nel
caso ricadesse nelle vecchie abitudini. Era una carceriera
graziosa, ma pur sempre una carceriera.
Alla fine lo trovai in cortile. Stava rastrellando un bel
mucchio di riso, inforcava e arieggiava gli steli, sudando.
Nel giro di un paio di giorni gli steli si sarebbero seccati
e lui avrebbe manovrato l'aratro trainato dalle bestie per
trebbiare il riso in modo che la pula si staccasse.
Chiedevo solo una pausa che preludesse alla nostra
discussione, ma Jayan continuava a parlare, come per
evitarla. Quel giorno aveva scelto come argomento il dissodatore.
Kunjappen mi ha detto che in mezz'ora il dissodatore fa un lavoro per cui con l'aratro ci vorrebbero ore.
L'anno scorso l'abbiamo usato. C'erano pi vermi in quel riso che pulci su un randagio.
Cosa c'entra col dissodatore?
Continuammo a battibeccare sui meriti e le follie del dissodatore finch buttai l: Ho parlato con Achan Sintetico.
Cos', adesso parla?
Riferii la richiesta. Jayan ascolt in silenzio, pi infilzando che arieggiando.
Quanto ti ha offerto? chiese alla fine.
Minimo diecimila.
E vuole che sia io a farlo.
Non tu mi affrettai a rispondere. Pensavamo conoscessi qualcuno che poteva farlo.
Qualcuno che ha voglia di finire in galera?  una specie rara.
Nessuno finirebbe in galera. Lo zio me l'ha giurato.
Da quando  primo ministro?
Ha vegliato su di noi mentre tu non c'eri.
E per questo ha tutta la mia gratitudine. Ma non avr il resto della mia vita.
Risposta sensata, lo ammetto. Jayan voleva solo guadagnarsi da vivere onestamente, senza nulla da nascondere.
Io volevo una cura per il mio senso di colpa.
Come se avesse intuito i miei pensieri, mi disse: Raghu  morto. E se fossi stato con lui quella notte, saresti morto anche tu.
Non puoi saperlo.
Invece lo so. Corri come una vecchietta.
Me ne diede una dimostrazione, che fece ridere soltanto lui.
Cosa devo dire ad Achan Sintetico?
Digli che adesso hai altro da fare. Un sorriso gli
tese la bocca. Digli che presto diventerai zio anche tu.
Difficile credere che non mi fossi accorto che Leela era
incinta di cinque mesi. In effetti avevo notato che in certi
punti si stava arrotondando, ma credevo stesse mettendo
su peso, come molte giovani mogli si irrobustiscono
sulla vita e il didietro, e abbandonano le gonne dalla vita stretta per abiti larghi da casa.
Dopo che Jayan mi ebbe rivelato il segreto, non riuscii
a vedere nient'altro. Sebbene la pancia di Leela si notasse
appena sotto la veste, all'improvviso mi sembr che i
suoi attributi crescessero di minuto in minuto. Due volte
sorprese il mio sguardo poco galante e prese l'abitudine
di tirarsi uno strofinaccio sul seno quando mi avvicinavo
con un bicchiere di latte caldo o un uovo sodo o qualsiasi
altra cosa mia madre mi desse da portarle.
Intento a costruire una vita prospera per suo figlio,
Jayan lavorava fino a tardi, beveva molto meno e port
perfino Leela al tempio per una cerimonia di benedizione
del nascituro. Mi arruol per aiutarlo a scavare una
trincea attorno al capanno dove tenevamo il baule del
riso chiuso a chiave. Altri agricoltori avevano riferito di
incursioni di elefanti nei loro capanni, dove una sola bestia
era in grado di fiutare e ingollare il cibo di un anno.
Assoldammo altre braccia per aiutarci a scavare e rafforzammo
le pareti con del legname. Sopra appoggiammo
un'asse a mo' di ponte.
Mia madre si lament parecchio dell'asse, ma secondo
mio fratello era l'unica soluzione. Cosa voleva che facesse?
Che piantasse una siepe amara attorno al capanno,
come aveva fatto Kunjappen? Un toro aveva sfidato il
pessimo sapore, poi gli era venuta la dissenteria e si era
scaricato sui muri e sui cespugli.
Parlando di cattivi odori, so che il gabinetto non  un
argomento dignitoso, ma permettetemi di parlarne perch,
come vedrete, la sua posizione avrebbe alterato il
corso della nostra vita.
Mentre Jayan era in prigione, Achan Sintetico ristruttur
casa sua e si offr di pagare qualche miglioria anche
nella nostra, per generosit, ma anche per la vergogna,
perch la famiglia di suo fratello era ancora costretta a
vivere sotto un tetto di steli di riso. Mia madre install
un fornello a gas, che non usava mai, a meno che non ci
fossero ospiti: preferiva di gran lunga gli effluvi fumosi
della stufa a legna. Fece sostituire il tetto di paglia con le
tegole. Mi mancava vedere l'erba fresca che brillava sotto
il sole, ma non mi mancava vederla ingrigire nei mesi,
finch dovevamo issare di nuovo quella fresca sull'intelaiatura del tetto.
L'unica innovazione che mia madre non aveva voluto
accettare era il bagno in casa. Ormai nessuno ha pi il
gabinetto esterno le avevo detto. E poi  scomodo.
Sarebbe scomodo mi aveva risposto uscire e percorrere
dieci passi per fare quello che devi fare? N io
n Leela eravamo riusciti a convincerla. Si rifiutava di
tollerare che i rumori, gli odori e lo squallore di una latrina si diffondessero nelle stanze.
Ora che Leela era incinta, mia madre era pentita di essersi
impuntata. Non aveva considerato gli inconvenienti
della gravidanza, tra cui la necessit di fare i propri bisogni
ogni dieci minuti. Nel mezzo della notte, Leela sgattaiolava
fuori senza accendere la luce. Fra le turbolente
note del russare di Jayan, tendevo l'orecchio ai suoi passi,
per assicurarmi che non fosse caduta.
In una notte cos, con il rumore dei suoi passi che scemava,
mi appisolai e mi svegliai pi tardi al sibilo sussurrato della pioggia.
Sbirciai in camera di mio fratello. Il materasso dalla
parte di Leela era vuoto. Scossi Jayan finch si volt e
vide che lei non c'era, e l'espressione arrabbiata sul suo viso svan.
Senza svegliare mia madre, ci precipitammo fuori sotto
la pioggerella. Dovetti trovare la strada a tastoni, aggrappandomi
al filo per stendere il bucato teso tra la
porta sul retro e il gabinetto, che nelle notti senza luna ci
serviva anche per non perderci. La porta del gabinetto era semiaperta. Vuoto.
Manu mi disse, fissando il banano spezzato in due,
la chioma nel fango. Dalla palma caryota erano stati
strappati due enormi ventagli. Mi inginocchiai sopra un
avvallamento rotondo del terreno e con gli occhi balzai
al successivo e a quello dopo ancora, fin dove sparivano
di colpo come se l'elefante si fosse alzato in volo.
Con voce roca, mio fratello la chiam. Ben presto anche
mia madre si mise a correre attorno alla casa brandendo
una torcia. Cercammo dappertutto. Il cielo era
scuro e selvaggio, gli alberi si contorcevano nel vento.
Fui pervaso da un senso di calma. Chiamavo il suo nome
come se fosse l vicino, non trafitta o maciullata o attorcigliata
fra i rami di un albero. Guardavo, ma l'unica cosa
che vedevo era il palli di Raghu ridotto in schegge di legno.
Alla fine mia madre ci chiam dalla trincea che circondava
il capanno del riso. Era inginocchiata sul bordo.
Leela era l, sdraiata sulla schiena, la camicia da notte
rigirata attorno alle ginocchia inzaccherate. La torcia le
abbagli il viso, ma lei rimase distesa immobile e bella
come una bambola malandata nel fosso che avevamo
scavato, profondo come una tomba.
Immaginatevela, in quella notte senza luna. Ha appena
fatto i suoi bisogni, quando sente un rumore di legno
frantumato. Il terrore le risale delicatamente la spina
dorsale. Si alza piano sulle ginocchia tremanti e per un
istante nulla si muove. Si sforza di aprire il chiavistello
arrugginito e uscire dal gabinetto.
La sta aspettando, come un corteggiatore venuto a trovarla.
Il Vendicatore fa un cenno, la proboscide arricciata
all'ins, e alita. Le gocce di pioggia le scivolano sul collo
nudo, ma lei non sente niente. Ansima, l'elefante? Sar
una visione? Le sembra di essere lontanissima, un fantasma tra i vivi.
Il cuore le batte forte in gola, le ricorda cos': carne e midollo, saliva e vigore. Futura madre.
Come corre!
Il sangue le pesta nelle orecchie, un rumore pi forte delle zampe del Vendicatore, ma la falcata dell'animale  ampia e impossibile. Sono due animali costretti all'antica danza del cacciatore e della preda e una piccola parte di lei considera una possibile fine - la propria - giusto quando la terra la consuma.
...
.
...
L'elefante.
...
.
...
Lungo la strada del tempio tremolavano le fiamme di
piccole lampade. Il Vendicatore fiutava l'olio caldo, le
pannocchie al peperoncino, il gelato e le arachidi, i giocattoli
gonfiabili di plastica, i petali dei fiori, calendula e
acqua di rose, tutti questi profumi mutevoli che si increspavano,
e sotto a tutti, un limo pesante: l'odore delle persone.
Per il Vendicatore la stagione delle feste era una novit;
sfilare, benedire e aspettare erano una novit. Sette mesi
prima, al centro faunistico, gli aveva fatto visita un uomo
che gli aveva dato da mangiare una manciata di caramelle.
Curiosando nelle sue tasche, ne aveva trovate altre. Il
Vecchio l'aveva sgridato, ma il Caramellaio si era messo
a ridere e aveva allargato le braccia, accarezzandolo con
le nocche sotto la proboscide. I suoi occhi erano piccoli e infossati, come semi.
Quindi un giorno il Vendicatore aveva rubacchiato dalle
tasche del Caramellaio, e quello successivo si era ritrovato
intrappolato sul cassone di un camion, a sobbalzare
verso una nuova casa. Non apprezzava i cambiamenti
improvvisi. Tremava ancora al ricordo del momento in
cui un camion l'aveva portato dalla foresta al centro faunistico,
quando la vita si era ristretta fino alle dimensioni
di una caverna buia e da ogni lato c'era un muro. Allora,
come ora, comprendeva poco di ci che gli stava accadendo.
Ma era sorretto da una consolazione: il Vecchio l'aveva accompagnato.
Il Vendicatore non capiva che era stato comprato dal
Caramellaio, conosciuto in zona come Sabu degli Elefanti.
Oltre al Vendicatore, Sabu degli Elefanti possedeva
sette animali, sei dei quali venivano noleggiati per il
trasporto del legname. Al campo gli faceva compagnia il
buon Parthasarathi, che aveva goduto di una breve fama
per aver salvato una vita. Si raccontava che era rimasto a
cavallo di un fosso per cinque minuti interi, reggendo un
tronco con la proboscide, rifiutandosi di lasciarlo cadere
dentro. Solo quando gli operai avevano guardato dentro
il fosso avevano visto un cane che dormiva, raggomitolato
comodo come una lumaca.
Ora Parthasarathi stava invecchiando, aveva la vista annebbiata
e le gambe indebolite, un rigonfiamento rosa
alla tempia come il nodo di un vecchio albero di kindal.
Cos lui e il Vendicatore erano stati assegnati alle celebrazioni.
La moglie di Sabu degli Elefanti era rimasta sbalordita
dal prezzo del Vendicatore. Trentotto lakh? Con trentotto
lakh si comprava un terreno, come aveva suggerito
suo padre, pi una macchina. Tuttavia Sabu degli Elefanti
riteneva che col tempo il fisico quasi perfetto dell'animale
avrebbe reso abbastanza per comprare molte
macchine. In fin dei conti, rispondeva a tutti i dodici requisiti propizi:
1. Rigonfiamento prominente in mezzo agli occhi.
2. Testa eretta.
3. Grandi orecchie che si toccavano sopra l'attaccatura della proboscide.
4. Forma delle zanne: rivolte verso l'esterno e in su, colore biancastro.
5. Bell'affossamento in cima alla testa.
6. Occhi enormi color miele.
7. Una proboscide che arrivava fino a terra e si arricciava.
8. Altezza alla spalla ben superiore a tre metri.
9. Zampe forti e tozze.
10. Corpo lungo e groppa arrotondata.
11. Coda con punta a pennello, lunga fino alla caviglia.
12. Unghie biancastre, 4 e 4 sulle zampe anteriori e 5 e 5 su quelle posteriori =18, cio un numero di buon auspicio.
Sabu degli Elefanti era una vera e propria enciclopedia
del sapere pachidermico. Ma era fiato sprecato con sua
moglie, che non l'aveva nemmeno lasciato arrivare al numero
5, prima di dirgli dove poteva mettersi il resto.
In un boschetto al riparo dalla baraonda festiva, il Vendicatore
mangiava il suo panna, tranquillizzato dal bagno
e dalla presenza di Parthasarathi, che masticava lentamente.
Passavano gran parte del tempo in compagnia
l'uno dell'altro, in piedi immobili durante una puja, o a
dormire nei box adiacenti. Facevano il bagno insieme. Si
abbeveravano insieme. Sonnecchiavano fianco a fianco.
Quando il Vendicatore cominciava ad agitare il capo torcendo
il collo per ragioni oscure e nebulose, Parthasarathi
brontolava a una frequenza che solo il suo compagno
riusciva a percepire. Si concentrava su quel ronzio e
il resto del mondo sguaiato spariva.
Il Vendicatore trovava un sollievo analogo nell'odore
muschiato del Vecchio, che sedeva su un muretto basso
abbracciandosi le ginocchia, a osservarlo, come sempre.
Con tutti e sedici gli elefanti lavati e benedetti, la puja cominci.
I sacerdoti facevano a turno a imboccare il Vendicatore
con palle di riso e zucchero nero condite con la curcuma.
L'ultimo della fila, un ragazzo, sollev impacciato
un grosso blocco di zucchero nero fino alla bocca dell'elefante.
Siccome stava ancora masticando, l'elefante lo
prese e lo tenne avvolto nella proboscide. Sgomento, il
sacerdote ragazzo si ritrasse.
Le donne esplosero in un cinguettio sfrenato, sostenuto
dal battito dei tamburi. Alzavano le mani ripiegate, i loro
mormorii si sovrapponevano. Il Vendicatore sentiva una
pressione dentro la testa che scem solo quando il bastone
si pos sulla sua proboscide. Il bastone serviva a ricordargli:
Resta fermo e obbedisci.
La folla lo avvolgeva, si separava ovunque passasse, ogni
viso somigliava a quello accanto, come ciottoli di fiume
levigati fino a perdere gli elementi distintivi. Qualcuno
gli diede tre brevi spintoni sulla zanna; lui si inginocchi
per permettere al primo sacerdote di salirgli sulla zampa
anteriore mentre un altro gli si arrampicava sulla groppa,
l'ornamento cerimoniale gli si srotolava sulla fronte
in una cascata di cuciture rosa e di ottone caldo, le sue
zampe venivano rinchiuse in cavigliere cariche di chincaglieria
e un pesante thidambu d'oro gli veniva issato in
groppa. Poi lo condussero dagli altri quindici, che lo
aspettavano pi in basso, nella polverosa spianata che
avrebbero dovuto attraversare, un passo misurato dopo l'altro.
I tamburi erano assordanti, ma nulla in confronto al
rombo dei razzi che trafiggeva il cuore, trapassava il corpo
come un'esplosione, come l'esplosione che aveva fermato
il respiro di sua madre. Fili di fumo si intrecciavano
agli alberi dietro il tempio. Pens a metallo e polvere
da sparo, a sole e ombra, e tutto quanto pulsava dentro il
suo cranio. Com'era aperta quella distesa di terra, vuota
come le alture dove era caduta sua madre. Com'era fitta
la foresta di persone, centinaia, sul lato opposto.
Tra loro c'era un bambino piccolo, che cercava di nascondersi
dietro sua madre. Lei lo spingeva fuori dalle
sue gonne, dicendo: Guarda quello grosso, guardalo!
Ma il bambino non voleva guardare Sooryamangalam
Sreeganeshan. L'aveva gi vista abbastanza, quella bestia
che lo ossessionava in sogno da quando in paese erano
stati affissi i manifesti delle celebrazioni. Le sue zanne
sembravano forare la superficie del manifesto, lunghe e
ricurve come i baffi dei cattivi, con una bolla che aleggiava
sopra la fossetta della testa, riempita da una minaccia: STO ARRIVANDO.
...
.
...
La documentarista.
...
.
...
Appena tornato dal matrimonio, Teddy si era seduto ai
piedi del mio letto, dove cinque ore prima era seduto
Ravi. La sua mano sinistra era avvolta da un tatuaggio all'henn
elaborato e femmineo. Sanjay mi ha detto che
se lo sarebbero fatto tutti i ragazzi, era una specie di tradizione.
Invece poi  saltato fuori che  pi una roba da donne.
Perch non l'hai chiesto alla donna che li faceva?
Non ero sicuro che parlasse inglese. Senza la telecamera,
con la gente del posto Teddy era di una timidezza
esasperante. Si annus la mano e fece una smorfia.
Allora ti sei divertito gli dissi.
Avrei preferito restare qui.
Ero scarmigliata e stanca, ma non mi rigiravo pi nella
nausea. Rassicurai Teddy che il mio organismo aveva
smaltito gli unni appam e che Ravi si era preso cura di me.
Ravi disse estremamente dubbioso. Figuriamoci.
Quindi Sanjay  arrivato in groppa a un cavallo?
A un elefante. Aveva una paura da morire. Mentre
Teddy descriveva la scena, il mio telefono vibr per la
terza volta quella mattina. Lo silenziai all'istante. Ravi mi
aveva gi mandato due messaggi, per invitarmi a fare un
giro in macchina prima che Teddy tornasse. Avevo rifiutato,
nonostante la voglia di andarci, preoccupata che
noi due soli in gita di piacere alla Riserva di Kavanar destassimo sospetti.
Perch non rispondi? mi chiese Teddy.
No, sar qualche pubblicit.
 Ravi. Mi indic il nome che baluginava in verde
sullo schermo.
Mi finsi sorpresa e risposi.
Ravi fu sbrigativo, tutto lavoro. Ho parlato con la responsabile
territoriale, Samina Hakim. Potete intervistarla.
Mi ha suggerito che fareste bene a parlare con due
degli agenti. Possono portarci a fare un tour del parco.
Quando?
Luned. Tra una settimana esatta.
Okay, ottimo. Lo dico a Teddy.
Un'altra cosa: stasera passo da te.
Okay, ricevuto.
E lui non  invitato.
Senza lasciarmi il tempo di ribattere, Ravi riagganci.
Riferii quasi tutto a Teddy, che mi osservava accigliato.
Per caso lo stai evitando?
Ravi? No, perch?
 stato piuttosto brusco, da quel che ho sentito.
Ma no... Sotto lo sguardo indagatore di Teddy, mi
torn in mente un concetto del corso di cinema: i cerchi
di confusione. Era la versione pi poetica di un tecnicismo
usato per determinare quale area dell'inquadratura
sarebbe stata a fuoco o, per usare le parole del manuale,
di nitidezza accettabile. Tuttavia, gli obiettivi sono
tutti imperfetti; l'immagine non era mai perfettamente
nitida, al massimo ammissibile alla vista.
Piantala di fissarmi cos gli dissi.
Cos come?
Regola generale, aveva detto il nostro professore. Per
le inquadrature ravvicinate, mettete a fuoco sugli occhi del soggetto.
Come se mi stessi filmando.
Lui ridacchi e mi scosse il ginocchio, lasciandoci la
mano guantata di henn un po' pi a lungo del necessario.
Il luned, come promesso, Ravi ci port all'ufficio della
Forestale, di fronte al quale era di guardia un fiammeggiante
albero di fuoco. Sembrava trapiantato dalle leggende
popolari, con quei fiori mostruosi, il tronco gobbo,
le radici che strisciavano e scivolavano gi per i
gradini su cui ci trovavamo.
Teddy spost lo sguardo della telecamera dai fiori all'ufficio
e di nuovo sui fiori. Io ero alla ricerca di rumori
di strada. Ogni tanto lanciavo un'occhiata a Ravi, che fumava
vicino al marciapiede e guardava nel vuoto davanti
a s, quasi desintonizzato. Se incrociava il mio sguardo,
mi restituiva un rapido sorriso complice.
Eravamo diventati bravi a non farci beccare. Al centro
di soccorso c'era un cottage per gli ospiti, con le pareti di
bamb intrecciato, un letto morbido, persiane alle finestre.
Aveva un'atmosfera pittoresca, bucolica, rovinata
per dai boxer a pois buttati sul pavimento e dalla spatola
per la lingua sul bordo del lavabo. (Trovavo strano e
tenero che si portasse la spatola quando dormivamo l.
Tu non ti pulisci la lingua? mi aveva chiesto, scioccato.)
Quando entravo era sempre fresco, l'aria ronzava di
possibilit, una sensazione che mi riportavo nella suite
prima dell'alba. In quelle notti non mi era mai capitato
di vedere Teddy e ne conclusi, con beata indifferenza,
che lui non aveva mai visto me.
Finiti gli esterni, raggiungemmo Ravi ai piedi della
scala. Andiamo? disse, schiacciando la sigaretta con la scarpa.
Teddy si accigli. Dove?
A trovare Samina Madame.
Parla inglese, vero? Quindi non ci serve l'interprete.
Teddy mi lanci un'occhiata. Ci vuole un po' di riservatezza
durante queste interviste. Meno pubblico c', meglio .
Ravi sorrise come se gli sembrasse un'assurdit. Io e
Samina Madame ci conosciamo molto bene. Cosa c' di
tanto riservato che non potrebbe dire anche a me?
Il tono era tagliente. Mi guardava, e lo stesso faceva Teddy, in attesa che mi pronunciassi.
Ho il tuo numero dissi a Ravi. Perch non vai a prendere qualcosa da mettere sotto i denti e poi torni?
Sotto i denti ripet Ravi.
S, uno spuntino...
Lo so cosa vuol dire precis, mentre gi si allontanava.
Senza dare tempo a Teddy di domandarsi perch gli
fossero girate le palle, cominciai a salire la scala.
Dentro, un anziano in uniforme verde era seduto a
una scrivania dietro stalagmiti di cartellini orari e faldoni.
Sembrava che quella selva di carte non lo turbasse, o
magari la vedeva a malapena, dato che il suo occhio destro
era velato di bianco. Mentre ci presentavamo, ci rivolse
uno sguardo severo con il suo occhio funzionante e
poi ci guid lungo il corridoio, oltre una stanza con un
enigmatico cartello sulla porta: wireless. La stanza era
vuota, a parte una sedia su cui erano seduti quattro cellulari
in fila, tutti a succhiare da un'unica presa multipla.
Girato l'angolo, entrammo in un ufficio e trovammo
Samina Hakim che si tamponava rapidamente il rossetto
con un fazzolettino. Alz lo sguardo e sorrise. Aveva lineamenti
graziosi, da bambolina - bocca arcuata, grandi
occhi -, innestati su un viso ampio. Strinse la mano a tutti
e due, soffermandosi un attimo sull'henn di Teddy,
prima di rinnovare il sorriso.
La signora Hakim disse che aveva a disposizione un
tempo limitato, quindi ci mettemmo subito in azione.
Teddy prepar la telecamera mentre io la ammorbidivo
chiacchierando del pi e del meno, dato che sembrava
farle piacere. Tra le altre cose, parlammo del magnifico
caff dell'india meridionale. In America il caff non 
mica caff comment lei. Ne chiedi uno e vogliono
sapere quanto grande. Chiedi il latte e vogliono sapere
quanto grasso. Qui il caff  caff.
Ed  ottimo confermai, appuntandole un microfono
a spillo tra le pieghe che si allargavano a ventaglio sul
suo petto. Guard con un certo sospetto il microfonino
grande come una mosca.
Mi permette di concentrarmi su di lei le spiegai,
senza tenerle il microfono davanti al viso.
Capisco, non c' problema.
Dopo aver controllato i suoi livelli audio, chiesi alla signora
Hakim se le andava di cominciare. Lei si raddrizz,
spalle indietro, e giunse le mani sulla scrivania come
una giornalista televisiva, tutto il suo calore sostituito da una legnosa cortesia.
...
.
...
Trascrizione dell'intervista a Samina Hakim, responsabile territoriale di divisione.
Samina Hakim: Sono Samina Hakim, responsabile territoriale della Forestale per la regione di Kanavar. Lavoriamo a stretto contatto con il centro per il soccorso e la riabilitazione della fauna, fondato in cooperazione con il Dipartimento forestale del Kerala.
Di punto in bianco sfoder un atteggiamento meccanico, mentre ricapitolava il lavoro del padre, guardaparco, una breve parentesi da programmatrice di software al Technopark e la rapida ascesa fino a diventare la prima responsabile donna di tutta l'india, poi si appoggi allo schienale, come se avesse finito di mangiare e stesse aspettando il conto.
L'improvvisa asprezza dei suoi modi mi colse alla sprovvista e, non trovando di meglio da dire, caddi nel clich.
Emma: Suo padre sar orgoglioso di lei.
E Samina fu a sua volta presa alla sprovvista. Ci fu una lunga pausa.
Samina Hakim: Mio padre non c' pi.  rimasto ucciso
in uno scontro a fuoco con i bracconieri nel 1992.
Emma: Ah, mi dispiace molto... E stato allora che ha fatto
domanda per entrare nella Forestale?
Samina Hakim: S. (Pausa.) Il vostro film  sul centro di
soccorso, no?
Emma: Esatto, ma ci interessano anche le persone che
ruotano attorno alla struttura. Non deve sentirsi obbligata
a raccontarci cose di cui non le fa piacere parlare,
ma personalmente trovo affascinante il suo background,
soprattutto come donna che si  trovata in un
ambiente non familiare.
Samina Hakim: L'ambiente mi si addice moltissimo.
Emma: Infatti, sembra che durante il suo mandato il
bracconaggio sia notevolmente diminuito. Come ha
fatto a ottenere questo risultato?
Samina Hakim: Le denunce sono aumentate e abbiamo
messo in atto strategie di protezione e campi antibracconaggio.
Emma: Ho sentito dire che lei  molto pi efficiente del
suo predecessore, P. K. Kurian.
Samina Hakim: Non mi pronuncio. Dir solo che ho fatto
della natura e della conservazione la mia priorit assoluta.
Emma: Kurian aveva altre priorit?
Samina Hakim: No, non intendevo questo. Preferisco
concentrarmi sulle cose positive; per esempio, abbiamo
fatto passi da gigante nella tutela delle aree boschive.
Coinvolgiamo le comunit locali insegnando
metodi sostenibili di estrazione dei prodotti della foresta
che non siano il legname, per esempio miele e
cardamomo, e in questo modo rendiamo la tutela una
priorit per tutti.
Emma: Capisco.
Samina Hakim: Ci sono altre domande? Oggi non ho molto tempo.
Emma: Naturale, certo...
(Lunga pausa.)
C' un altro aspetto, per... Stavo leggendo di un caso specifico, quello della Shankar Timber Company.
Samina Hakim: ...
Emma: Si trattava della protesta degli abitanti di un villaggio, che erano arrabbiati perch il Dipartimento forestale aveva autorizzato una compagnia del legname ad abbattere tutti gli alberi di quello che secondo loro era...
Samina Hakim: Dove l'ha letto?
Emma: Non me lo ricordo di preciso.
Samina Hakim: Sa cosa le dico? Gli abitanti di quel villaggio sono arrabbiati perch vedono il profitto dell'abbattimento del legname. Vogliono anche loro la licenza. Il Dipartimento forestale non pu permettere l'asportazione non regolamentata del legname e il conseguente degrado boschivo. Diamo il via libera solo dopo un'attenta valutazione, se il risultato  nell'interesse di tutti.
Emma: Gli abitanti del villaggio sono stati interpellati? O almeno avvisati?
Samina Hakim: No.
Emma: Non si tratta di una violazione dei suoi principi ambientalisti, come il coinvolgimento delle comunit locali...
Samina Hakim: L'intervista  durata abbastanza. Per me abbiamo finito.
Emma: Non desidera aggiungere altro?
Samina Hakim: Spenga. Spenga la telecamera, per favore.
...
.
...
Appena uscimmo dall'ufficio, Teddy mi mitragli di domande,
per scoprire come fossi venuta a sapere della
Shankar Timber. Gli dissi che gli avrei spiegato pi tardi,
non ora che Ravi ci aspettava vicino alla macchina.
Non avevo programmato di sollevare l'argomento
della Shankar Timber, ma con il procedere dell'intervista,
man mano che Samina assumeva una cadenza da attrice
consumata (per esempio... per esempio...), mi ero
resa conto che non c'era altro modo di incrinare il suo rivestimento
di Teflon. Nessuna alternativa. Lo scandalo
era una carta lecita; in fin dei conti, era stato sui giornali.
Non l'avevo mica colta di sorpresa in casa sua, in accappatoio.
Doveva sapere che l'argomento sarebbe potuto venir fuori.
Invece, a giudicare dalla sua reazione - dal modo in
cui le sue mani si erano saldate in una griglia stretta - era
chiaro che non se l'aspettava.
Non avevo riflettuto nemmeno sull'effetto che le mie
domande avrebbero avuto su Ravi, sull'opinione che si
era fatto di me. La cosa pi logica era tenerlo all'oscuro, per il momento.
Un'ora dopo io, Teddy e Ravi passeggiavamo nella Riserva
naturale di Kavanar al seguito delle guardie forestali
Soman e Vasu. Teddy si occupava dell'audio e io riprendevo
mentre sfilavamo nel verde che oscillava appena al
di fuori della nostra portata. Mi era mancato stare dietro
la telecamera, in ipersintonia con quello che avevo intorno,
eppure distaccata. C'erano tantissime cose da
immortalare: le esplosioni bianche e spumose dell'erba
comunista, cos chiamata, mi spieg Ravi, per la sua tendenza
a diffondersi. I macachi che scuotevano i rami pi
alti degli alberi di teak. Nidi di setose orchidee bianche
germogliate sui rami, con radici che sembravano colate
di lava solidificata; formiche rosse che entravano e uscivano
da un'eruzione di sterco di bufalo.
E poi c'erano Vasu e Soman, entrambi con i tratti pittoreschi
e grossolani degli gnomi da giardino. Prestai pi
attenzione a Vasu, ma solo perch mi sembrava il pi
amichevole. Tramite Ravi, gli chiesi dell'enorme fucile
che aveva in spalla, se l'aveva usato spesso contro i cacciatori
di frodo. Vasu ascoltava ogni domanda con un
sorriso impacciato e un'alzata delle sopracciglia quasi
glabre. Un paio di volte disse. Ma non per sparare al bracconiere.
Perch no?
Se ammazziamo qualcuno, interviene la stampa e
poi la commissione per i diritti umani. Si rischia di perdere
il posto. Ci mettono un mucchio di paletti.
Senza spiegare quali fossero questi paletti, Vasu prosegu.
Notai che le sue stringhe erano allacciate a casaccio,
passate nei buchi senza un ordine e rigirate tre volte
attorno alle caviglie perch le scarpe non si sfilassero.
Cosa doveva temere un bracconiere da un tizio con gli
scarponi mimetici troppo grandi e due grumi di stucco
al posto delle sopracciglia?
Pi avanti Soman ci indic un disastro di canne di
bamb spesse come ossa di elefante, tutte inclinate, vecchie
di trent'anni e prossime alla decomposizione. Gli
elefanti adorano il bamb aggiunse Ravi, quindi la
scarsit di cibo li spinge verso le fattorie. E il Dipartimento
forestale non piantuma, quindi...
Segu un botta e risposta di voci alterate, talmente rapido
che l'unica cosa da fare fu filmare e chiedere la traduzione
pi tardi:
Soman: Date tutti la colpa al Dipartimento forestale.
Ravi: Non sto incolpando...
Soman: Lo sai meglio di me che queste decisioni devono
arrivare da Trivandrum.
Ravi: Dico solo come la penso. I contadini dicono la
stessa cosa, sul bamb.
Soman: Ah! Geni della scienza e della tecnica, quelli!
Dicono anche che dovremmo costruire la Grande
muraglia cinese attorno al parco. Cosa sarebbe, uno
zoo?
Vasu: Calmati, Soman, ci stanno riprendendo.
Soman: Non gliene frega niente di quello che diciamo.
Nel loro film non ce lo mettono.
Vasu: Perch no?
Soman: Quelli come loro non fanno film su quelli come noi.
Vasu: E tu che ne sai? Neanche li guardi i film.
Soman: So che non ti basta un filo d'erba in bocca per diventare Sunil Shetty.
Vasu: Possiamo strillare e litigare finch vogliamo, ma verr un giorno in cui il bamb scomparir, poi scompariranno gli elefanti, poi noi, e tutto sar come prima che arrivassimo. O forse sar qualcosa di diverso.
Soman: E allora?
Vasu: Il mondo sta cambiando. Se non stesse cambiando, non sarebbe il mondo.
(Silenzio.)
Soman: Dategli il Filmfare Award!
Dopo la passeggiata, le nostre guide ci portarono a riposare
nei loro alloggi, una palafitta di bamb su due livelli.Sulla torretta di avvistamento era appollaiato un altro
guardaparco. Passammo accanto a un orticello con file
ordinate di fagioli, foglie di curry e cavoli. Al centro c'era
un palo con appesa una latta di olio di senape Shakti,
che dondolando rifletteva la luce.
Vasu ci fece da cicerone. Ecco le zanzariere arrotolate
sopra le brande; ecco le camicie beige appese ai ganci sul
muro, i bossoli dei proiettili sul letto, i walkie-talkie che
sputacchiano rumori, il calendario con una ragazzina timida
che gioca con la treccia. Poi ecco l'altarino accanto
alla porta, su una mensola inchiodata nel muro, con le
immagini di Ganesh e di un Krishna azzurro come un
cherubino, le scatole di incenso e i fiammiferi bruciati
piantati dentro palle di cera. L pregavano prima di addentrarsi
nella foresta.
Mentre riprendevamo, salt fuori che Vasu veniva da
una famiglia povera, cos come Soman, che vedeva i suoi
una volta al mese. Vasu tir fuori un portafoglio sottilissimo
e ne estrasse qualcosa che sembrava il pezzo di un puzzle.
Io disse.
Ed era proprio lui, sebbene pi giovane, snello e fiero
nella sua uniforme beige, il piede puntato sul paraurti di
una jeep. Aveva ritagliato la sua figura e quella della jeep
attaccata al suo piede, come se fossero una cosa sola.
Misi a fuoco la foto, tenuta con delicatezza dalle sue
dita, la terra sotto le unghie. C'era un che di umile, di
commovente in entrambi i Vasu, grande e piccolo, presente
e passato, nessuno dei due sembrava capace di fare
del male. Eppure due giorni dopo Vasu avrebbe ammazzato
un bracconiere. All'inizio non ci volevo credere;
a sparare doveva essere stato un altro Vasu, non il
nostro, non quello con gli scarponi da clown. Pensavo di
averlo conosciuto, nel giro di quelle poche ore. Aveva
recitato per la telecamera? O ero stata io ad assegnargli
il ruolo dell'indiano dolce e goffo ancora prima che
aprisse bocca?
La jeep ci riport verso casa nel tardo pomeriggio. La
luna fece una precoce apparizione, una pallina di vaniglia
traslucida che si squagliava nel blu. Ravi si era addolcito
nei miei confronti, e viaggiando accanto a lui quasi
mi dimenticai di Teddy, seduto dietro con quell'espressione
satolla che aveva sempre alla fine di una buona
giornata. Ravi teneva il volante con una mano, indicava
gli alberi del kapok, i sai, le conifere e di tanto in tanto
un aanjili presidiato da scimmie teppiste.
Fummo costretti a rallentare dietro un camion sul cui
cassone aperto erano seduti quattro ragazzi, i talloni che
danzavano contro il paraurti. Tre chiacchieravano; il
quarto era distratto da un seme setoso portato dal vento.
Pensai a quella fotografia di Helen Levitt: quattro bambine
che camminano per strada, distratte da bolle di sapone
fluttuanti. Helen Levitt aveva venticinque anni, all'incirca
la mia et, quando si era comprata una Leica. Ci
aveva montato un mirino angolare, un dispositivo che le
permetteva di puntare in una direzione mentre la macchina
scattava nell'altra, in modo che il soggetto non si
rendesse conto di essere fotografato.
Non ho quasi nessuna foto del periodo che abbiamo
passato in India. Mi ero detta che non volevo essere quel
genere di turista, che immortala l'esotismo a uso e consumo
degli amici a casa, i quali poi si annoiano gi dopo
aver sfogliato una decina di foto. Io e Teddy vedevamo
la nostra India solo nell'ottica del film e ammetto che era
una prospettiva ristretta. Compensavamo ogni insicurezza
insistendo nel nostro proposito: filmare tutto il possibile,
e filmarlo bene.
Eppure ci sono stati momenti inattesi che ancora mi
rammarico di non essere riuscita a catturare con un mezzo
pi duraturo della memoria. Come il ragazzo sul camion,
che allungava la mano verso il seme setoso. O Ravi
che mi strizzava la mano sporgendosi sopra il cambio,
senza farsi notare da Teddy.
Per cena Ravi ci port al suo ristorante preferito, l'Y2K,
un nome criptico contraddetto da allegri allestimenti floreali
e tovaglie di plastica a quadretti. Il cameriere ci serv
tre pasti casalinghi - una montagna di riso accompagnato
da vari stufati e curry - e pos con diplomazia i
cucchiai accanto a due piatti. Ravi mangi con le dita
svelte, che non sembravano mai fermarsi, sempre intente
a lanciare o frantumare o appallottolare un boccone,
senza lasciare molto spazio alla conversazione.
A met della cena, Teddy disse: Okay, Em, confessa.
Ebbi un vuoto allo stomaco, sapendo dove voleva
arrivare. Avevo dimenticato di avvertirlo, tralasciato le
spiegazioni. Adesso i miei segnali - occhi supplichevoli,
rigidi no con la testa - arrivavano troppo tardi. Dove
hai preso quella storia della Shankar Timber?
Ravi sollev di scatto lo sguardo.
Con lentezza, mi misi nel piatto altri sottaceti. Non
me lo ricordo.
Le hai chiesto della Shankar Timber? disse Ravi.
Teddy si rivolse a lui. Ne hai sentito parlare? C' un
villaggio, come si chiama...
Manaloor rispose Ravi.
Giusto. Comunque, la tensione  salita parecchio,
ma Emma non si  tirata indietro. E un'ottima intervistatrice,
molto migliore di me.
Scossi la testa, rivolta a Teddy. A Ravi non interessa.
Cos' che la rende tanto brava? insistette Ravi.
Nella sua voce era filtrata una sfumatura di irritazione.
In genere con lei le persone vuotano il sacco.
Dai, Teddy, cos sembra che faccia degli interrogatori,
non delle interviste.
 una maestra della pausa a effetto, per esempio. La
gente sente il bisogno di riempire il silenzio, cos finisce
per raccontare pi di quanto avrebbe voluto. Poi ha
un'altra tattica: alla fine di un'intervista, di solito dice:
C' qualcos'altro che dovrei sapere, secondo lei?
 una domanda sincera protestai.
Sta tutto nel tono, tipo: Guarda che di me ti puoi fidare.
Ma anche: Lo so che c' qualcosa che non mi hai detto.
Quindi  una manipolatrice disse Ravi.
Teddy scroll le spalle. Tutti i film sono manipolati,
in un certo senso.  un modo per avvicinarsi di pi alla verit.
Certo, per... se ti avvicini troppo, finisce che una ragazza si taglia le vene.
Il cucchiaio di Teddy rimase sospeso per un attimo, prima di riabbassarsi sul tavolo. Mi guard, guard Ravi.
Il silenzio era una morsa che si stringeva a ogni secondo.
Io ho finito disse Teddy, buttando il cucchiaio sul piatto e uscendo ad aspettare in macchina.
Scossi la testa guardando Ravi.
Cosa c'? fece lui.
Non posso crederci.
Io non posso crederci.
Scusami...
Ravi si alz.
Non ho detto a Samina che sei stato tu a dirmelo.
Lui mi smont con un gesto e and a lavarsi le mani al lavandino.
In tutta quella serie infinita di spostamenti in aereo e in auto, nessuno mi era sembrato lungo come i trenta minuti che impiegammo per arrivare a casa. Continuavo a sbirciare Teddy nel retrovisore, pensando che se fossi riuscita a incrociare i suoi occhi le cose tra noi sarebbero andate a posto. Ma Teddy era voltato verso il finestrino, il suo sguardo cieco fisso nel vuoto.
...
.
...
Il bracconiere.
...
.
...
Portammo Leela all'ospedale con la macchina di Achan
Sintetico. Lungo la strada cominci a sanguinare. Si
punt col braccio contro lo sportello, il viso avvampato e
imbruttito dal dolore. Mia madre le serrava la mano.
Jayan abbracciava il volante.
Emorragia, sentenzi il medico. Aveva perso quasi un
quarto delle riserve del suo utero. Il bambino era vivo,
ma c'erano elevate probabilit che nel giro di due settimane
avrebbe partorito una cosa troppo piccola per sopravvivere.
E anche se fosse sopravvissuto, sarebbe stato
troppo ritardato per distinguere suo padre dal paletto di
una staccionata.
Le infilarono dei tubicini nelle braccia e la ricoverarono
per la notte. Nella sala d'aspetto, osservai Jayan passare
il pollice sul filo della chiave della macchina, su e
gi, su e gi, senza che il suo volto tradisse alcuna emozione.
A un certo punto entr per parlarle da solo. Usc
ancora pi abbattuto di prima e disse che Leela voleva la
sua biancheria e lo spazzolino da denti.
La lasciammo con mia madre e io guidai nell'alba torbida.
Jayan sedeva immobile dalla parte del passeggero.
Ero frastornato dalla stanchezza ma il suo mormorio mi
ridest all'istante.
Avrei dovuto uccidere quell'elefante. Avrei dovuto
ucciderlo quando sei venuto a chiedermelo.
Ti avevo chiesto di trovare qualcun altro...
Pensa di poter calpestare la mia fattoria e la mia famiglia,
di poter mettere fine alla mia vita con la facilit
con cui si spezza un filo...
 un animale, dubito che abbia una strategia.
Allora non sai un tubo degli elefanti.
Ma cosa dir Leela?
Mi rivolse uno sguardo feroce. Chi glielo andr a
raccontare?
Passammo davanti a case vuote dipinte del colore della
glassa per le torte, a una chiesa dove un'enorme signora
al neon sprizzava luce dalle dita. Era la Vergine Madre,
di cui Leela teneva un'immagine sullo specchio, una
donna bianca con gli occhi vitrei, in lutto per il figlio.
Il silenzio dur finch parcheggiai vicino a casa. Quando
il motore si spense, restammo a fissare la scena, uguale
a come l'avevamo lasciata, e all'improvviso sembr che
quella terribile nottata fosse stata un sogno.
Pensa che il bambino stia morendo dentro di lei disse Jayan.
 suggestionabile. Qualsiasi madre lo sarebbe.
Chi pu saperlo meglio di lei? Tu? Il dottore? Reclin
il capo, la sua voce non pi di un raschio. Una madre le sa, certe cose.
Rifiutando conforto e consiglio, Jayan si strofin l'umido
dagli occhi con il polso e strizz le palpebre guardando
la nostra palma spezzata. La rigidit della mandibola
dichiarava le sue intenzioni, insieme al muscolo che
gli si contraeva sotto l'occhio. Avrebbe inflitto un dolore
equivalente. L'avrebbe lasciato morire dissanguato.
Gli chiesi se non avesse un paio di calzoncini verdi di riserva.
Mi guard. Sei sicuro?
Il mio cuore batteva rapidissimo. Non ero sicuro di
niente. Ma non potevo lasciarlo andare da solo.
Per cinquemila rupie Jayan assold Alias, uno che conosceva
la foresta come se l'avesse progettata lui. In omaggio
portava anche il suo fucile fatto in casa. Era famoso
per le sue armi di palissandro a carica frontale, lunghe
un metro e mezzo, quasi quanto lui. Era altrettanto famoso
per avere solo otto dita. Si diceva che avesse perso
le ultime due arrampicandosi sulla parete di una montagna.
La mano gli era rimasta incastrata tra due rocce, e
lui aveva tirato e tirato, poi alla fine aveva estratto il coltello.
Era tamil? Tribale? Superuomo? Mio fratello mi consigli di non indagare.
Achan Sintetico forn a Jayan il suo fucile, un pezzo
che a suo dire era stato realizzato su misura in Germania.
Me lo present nel privato del capanno dove teneva il
riso, dilungandosi sulle sue origini, senza sapere che io e
il tedesco ci eravamo gi incontrati. Pensai a Raghu che
puntava la canna contro i miei nemici. Scommettiamo,
femminuccia? Con affettuosa tristezza, accarezzai col
dito uno dei conigli che saltellavano tra le foglie di ferro.
Mi stai ascoltando, ragazzo? Apri la mano. Mio zio
mi deposit sul palmo un sacchetto di pesanti proiettili.
Usa quelli che servono, ma senza sprechi. Negli anni
Sessanta, un proiettile costava cinque rupie, adesso settanta.
Quanto pensi che mi sia costato un fucile come
questo? Stavo per sputare, quando lui mi disse: trentacinquemila.
E a quei tempi, per di pi.
Durante tutta la presentazione, mio zio continu ad
armeggiare col proprio naso - grattandolo, arricciandolo,stropicciandolo - e la sua ansia era cos evidente che,
come per un effetto dondolo, mi elev a uno stato di calma.
Un'altra cosa. Di' a tuo fratello di seppellire il
proiettile in profondit. I verdoni non devono trovarlo.
Se lo trovano, sono finito.
Lo rassicurai: sarebbe andato tutto come da programma.
Ma prima bisognava aggirare Leela. Non era un compito
da poco trasferire di nascosto l'arma dalla Maruti di
mio zio al nostro capanno. Erano passati due giorni da
quando Leela era tornata dall'ospedale e sicuramente
avrebbe notato i nostri traffici, se non fosse stata costretta
a letto, a riposo. Sembrava circondata da un drappo
funebre, mentre aspettava che il sanguinamento riprendesse,
che il bambino svanisse dentro di lei come una
gocciolina d'acqua. Eppure il suo sguardo restava acuto
e vigile, il suo sesto senso di moglie immutato.
Una sera mia madre mi ordin di portarle una ciotola
di zuppa di riso spezzettato. Come mio solito, rubai una
cucchiaiata prima di consegnarle la ciotola. Quando mi
voltai per andarmene, lei mi ferm sulla soglia: Prendimi
un altro cucchiaio. Sei malato.
In effetti quella mattina mi sentivo le tonsille gonfie.
Come fai a saperlo?
Lei sollev la ciotola e soffi sul riso spezzettato. Lo
capisco quando mi nascondi qualcosa.
Perch pensi che ti nasconda qualcosa?
Altrimenti perch te ne saresti andato cos di corsa?
Per prenderti un cucchiaio.
Non fare il furbo. Guardami, Manu.
Mi sembrava di trovarmi davanti a un giudice, tanto la
sua voce suonava severa.
Che cos'? mi chiese.
Cosa?
Quello che mi nascondi. C'entra con lui?
Te lo devo dire? Mia madre mi impiccher.
Cosa ti fa pensare che non ti impiccher io?
La tirai in lungo per un po' e mi inventai una ragazza
che avrei dovuto incontrare vicino alla bancarella di cibarie
a meno di un chilometro da casa. Leela mi guard
con i suoi occhi sospettosi. La vuoi sposare?
Forse.
I suoi genitori sarebbero contenti di te?
Come faccio a saperlo?
Smettila di fare il finto innocente. Lei ha diritto alla
verit. Anche se  troppo stupida per chiedertela.
Guard nella ciotola e mescol la zuppa con il mio
cucchiaio infetto. Dopo un altro po', disse: Tutti pensano
che abbia preso in trappola tuo fratello. Ma come
fa un topo a prendere in trappola un ratto? Lui, almeno,
sapeva chi ero.
La figlia di un manovale. Guardai la porta, a disagio.
Mia madre avrebbe potuto sentirci.
Macch manovale. Leela sbuff. Mio padre non
era un manovale. Non ha mai alzato nulla, a parte le
mani.
Dopo quella chiacchierata, Leela cominci a sospettare
giorno e notte che mio fratello stesse combinando qualcosa.
Si girava e rigirava nel letto, di tanto in tanto si trascinava
alla porta con la scusa di prendere una boccata
d'aria, per controllare se fossimo tornati dai campi.
Una mattina la finestra offr a mia madre una vista
nauseante: una jeep del Dipartimento forestale che si avvicinava
borbottando a casa nostra. Mia madre si ritrov
paralizzata. Cosa aveva fatto jayan? Gli antichi peccati di
suo figlio la travolsero in un'ondata che le lev il respiro.
Chi ? grid Leela dal letto.
La portiera si apr e ne spunt uno scarpone nero, da uomo, non fosse stato per l'orlo del sari sporco di fango che gli ricadeva sopra.
Chi?
Ssst fu l'unica cosa che mia madre riusc a dire,
perch era la gran sacerdotessa dei verdoni, alias la piccola
musulmana lardosa, alias la responsabile territoriale
Samina Hakim.
Samina Madame era considerata dai pi un miglioramento
rispetto al suo predecessore, un serpente che portava
Ray-Ban troppo belli per il suo stipendio e di rado
lasciava il suo scranno. La si vedeva spesso andare a casa
dei contadini e prendere il t in veranda ascoltando le
loro lamentele con la fronte corrugata come le pieghe
inamidate del suo sari verde oliva. Perch fosse venuta a
casa nostra era un mistero. Mia madre decise di schivare
l'eventuale attacco offrendole il t, che lei accett.
Si sieda, prego disse mia madre, indicando la poltrona di mio padre.
Grazie rispose Samina Madame senza per sedersi,
sono venuta a vedere come sta Leela.
Sorrideva accattivante, il suo viso un gradevole dolcetto.
Pur essendo robusta, dava l'impressione che in lei
non ci fosse un grammo di troppo.
Mia madre la accompagn in camera di Leela e gliela
present frettolosamente. Leela si raddrizz a sedere.
Era un colpo tremendo ricevere la sua nemica da sdraiata,
e avvolta in una camicia da notte.
Vado a prendere t e biscotti disse mia madre, fuggendo.
Non le sembra che di biscotti ne abbia mangiati abbastanza?
le grid con voce gioviale Samina Madame.
Trascin una sedia di plastica accanto al letto di Leela
e si sedette. Quella, pensava Leela, era l'arpia responsabile
della reclusione di suo marito. Era stata lei a stanarlo
grazie alle sue spie, l'aveva consegnato alla polizia del
Karnataka come un bel chilo di torta.
Sono andata all'ospedale disse Samina Madame.
Mi hanno detto che l'avrei trovata qui. Come sta?
Bene. Viva. La maggior parte di quelli che hanno visto
il Vendicatore non possono dire lo stesso.
Per fortuna suo marito si  svegliato proprio in quel momento.
Anche se ero stato io a svegliarmi per primo, Leela annu.
E il bambino?
Leela la fiss come se fosse trasparente, e Samina Madame si appoggi allo schienale, consapevole di essersi spinta in acque proibite.
Entrambe restarono in silenzio. Gli occhi di Samina Madame vagavano sulle pareti. Leela pass una mano sul lenzuolo, di un nuovo cotone fresco disseminato di
barche a vela. Conosceva la regola: mai comprare regali per un bambino non ancora nato. Ma aveva visto le barchette e aveva disobbedito.
Suo marito  a casa? le chiese Samina Madame.
 nei campi.
Torner a pranzo?
Ha intenzione di restare fino all'ora di pranzo?
Non serve. Samina Madame sorrideva a disagio e oscillava sulla sedia come una gallina che sta liberandosi di un uovo.
Mio marito non stacca per mangiare.
E come gli vanno le cose, da quando  tornato a casa?
Dovrebbe saperlo, madame. Leela pronunci madame come se fosse la definizione da vocabolario di sterco.
Due settimane dopo essere stato rilasciato,  passato dal suo ufficio. Il suo  l'ufficio con l'albero di kapok?
Madame annu, con vivacit un po' pi incerta. Non mi ricordo che sia venuto.
Cercava un lavoro al Dipartimento forestale. Nessuno conosce le regioni interne come lui, quindi pensava di poter diventare una sentinella, di aiutare a pattugliare la foresta. Non  una delle mansioni che offrite?
S, nell'ambito di un progetto pilota che punta ad armonizzare le necessit economiche dei locali con le necessit della fauna selvatica...
I suoi tirapiedi gli hanno riso in faccia.
Chi avrebbe riso? Quale guardia?
Che differenza fa? Sono tutti uguali.
Mi sembra evidente che io non lo sono.
Perch lei prende il t con noi e si interessa della
nostra salute? Ho sentito dire che prende il t anche con
quelli della Shankar Timber.
Madame vacill, chiaramente sorpresa su diversi fronti:
che l'inferma la stesse interrogando, che l'inferma fosse
in confidenza con lo scandalo che le si era attaccato al
calcagno come una grossa merda di cane. Non  dipeso da me.
Ho sentito dire che da loro si fa dare ben pi di una tazza di t, madame.
I piani di lavoro vengono approvati a vari livelli: Delhi, Trivandrum. Io ero contraria all'abbattimento, ma mi hanno scavalcata. Certo, per voi  facile starvene qui a muovere accuse. Pi difficile  trovare delle soluzioni.
Io di soluzioni ne penso in continuazione.
Allora mi dica.
Ci servono recinzioni elettrificate intorno ai terreni e
alle strade disse Leela. Madame annu. Non di quelle
da quattro soldi che anche un cucciolo di cinghiale riuscirebbe
a rosicchiare. Il movimento della testa di Samina
era ipnotico. Leela si ritrov a parlare suo malgrado.
Un'altra cosa: dovreste dare una possibilit a quelli
come mio marito. Saprebbe rendersi utile. Quelli come
lui... vorrebbero vivere come si deve, vorrebbero ascoltare
i vostri consigli, ma i consigli non riempiono la pancia.
Dovete dargli un modo per vivere come si deve.
E lei  sicura che Suo marito voglia vivere come si deve?
Che domanda sarebbe?
Non c' bisogno di scaldarsi.
Ma Leela era disgustata, nauseata di se stessa. Aveva
capitolato davanti a quella donna viscida, quella verdona
in sari con gli assi nella manica del maglione.
 un dato di fatto. La maggior parte dei cacciatori di
frodo ci ricasca. Ricascano negli stessi errori, in continuazione,
che vogliano vivere come si deve oppure no.
Ha pagato il suo debito.
Mi creda, ha ancora dei debitori, dei nemici. Lo tengono d'occhio.
E lei li tiene in pugno.
Me li tengo vicini disse Samina. Alcuni, almeno. Sono come i peli sul mento, quelli. Ne strappi uno e te ne spuntano quattro. Perch  venuta? Per parlare di peli sul mento?
Per scoprire cosa sa di suo marito. Samina Madame si accigli. A quanto pare, ben poco.
So che ha frequentato pessime compagnie. Si sono approfittati di lui solo perch era bravo a sparare agli uccelli e alle scimmie, un elefante ogni tanto...
Cinquantasei.
Leela si appoggi ai cuscini, strabuzz gli occhi. Il numero le lev il fiato. Quattro insistette, senza convinzione.
Forse cinque.
Il suo complice ha detto al giudice che erano cinquantasei. E negli ultimi tempi suo marito si sta incontrando con un uomo che ne ha uccisi anche di pi. Secondo lei, di cosa parlano?
Io... non lo so.
Mentre i passi di mia madre si avvicinavano, Samina Madame appoggi il suo biglietto da visita sul comodino, dando a intendere che l'argomento era chiuso. Non del tempo, glielo assicuro.
...
.
...
L'elefante.
...
.
...
Il Vecchio poteva prendersela solo con se stesso per aver
assunto Kizhakkambalam Romeo Kuriakose. Romeo
aveva un sorriso bianco e perfetto, che il Vecchio aveva
scambiato per un segno di buona igiene, invece era solo
una dentiera. Una malattia delle ossa gli aveva portato
via i denti a vent'anni, raccontava Romeo, ma non tutto
il male veniva per nuocere, dato che ora aveva un sorriso
da principe!
Il sorriso da principe svan non appena il Vecchio gli
mise in mano il badile e gli disse di spalare la cacca del
Vendicatore.
Gli elefanti non tollerano la sporcizia, gli disse il Vecchio.
Nella foresta non insozzano mai lo stesso posto.
Proprio come i bramini.
Romeo capovolse il badile e guard la pala di metallo,
accigliato. E allora noi cosa siamo?
Sabu degli Elefanti pretendeva tre pappan per ogni animale.
Come terzo, il Vecchio voleva un ragazzo giovane,
che fosse malleabile e interessato al lavoro. Senza nemmeno
dargli il tempo di cominciare a cercare, Romeo si
trascin dietro la feccia della sua famiglia: suo fratello e
il figlio di suo fratello, un ragazzo con le borse sotto gli
occhi che era stato bocciato in terza media per tre anni
di seguito e non alzava lo sguardo dai propri piedi. Aveva
la forma di un'urna: massiccio, spalle larghe, senza
collo. Apparentemente sembrava forte, ma in presenza
del padre sussultava come una gallina. Suo padre gli
dava del cretino, diceva che non ascoltava mai i genitori,
a dispetto dei segni che gli lasciavano sul didietro. Per
caso il Vecchio era disposto a prendere il cretino sotto la
sua ala e domarlo come aveva domato tante bestie selvatiche?
Come ti chiami?, chiese il Vecchio al ragazzo.
Mathai.
Ti interessano gli elefanti?
Non lo so. Mai conosciuto uno.
Suo padre gli moll un ceffone sulla nuca. Che risposta ? (Una risposta ragionevole, pens il Vecchio.)
Mathai, disse il Vecchio, soppesando il nome. Ti chiameremo Mani. Un nome ind?, chiese il ragazzo. Sta cercando di convertirmi?
No, scemo, disse Romeo, che pure aveva fatto la stessa domanda il suo primo giorno di lavoro. E perch cos, quando portiamo l'elefante al tempio, quegli swami non penseranno che sei un mangiamaiale nasrani.
Mani-Mathai fece un sorrisetto timido. Solo i cattolici mangiano maiale.
Cos spalare la cacca e raccogliere il cibo tocc a Mani-
Mathai, che aveva accettato il lavoro e assorbiva tutte le
conoscenze che il Vecchio aveva da offrirgli: gli elefanti
si risciacquano sempre le zampe prima di bere, proprio
come i bramini i piedi; gli elefanti possono tenere dieci
litri d'acqua nella proboscide; se qualcosa cade ai piedi
dell'elefante non bisogna mai chinarsi a raccogliere, altrimenti
c' il rischio che usi la nostra testa come scaletta.
Il Vecchio era soddisfatto di Mani-Mathai, che compensava
ampiamente quell'ubriacone sdentato di suo zio.
Romeo comprava la lealt degli altri pappan con una fornitura
costante di barzellette sporche, bidi e riviste con
le donnine. Quando non ricopriva d'insulti il nipote, lo
ignorava, e lui se ne stava per conto suo.
Col tempo il Vecchio cominci a rendersi conto che Mani-Mathai
non era affatto un cretino. Suo padre ne aveva
scambiato la calma per stupidit, la consapevolezza per
pigrizia. A differenza dei ragazzi della sua et, che erano
irrequieti come foglie al vento, Mani-Mathai era dotato
di una certa stabilit. Poteva stare con gli elefanti per
ore, senza annoiarsi n addormentarsi, semplicemente a guardarli mangiare.
Dietro la sua reticenza, il ragazzo covava strane idee.
Una volta descrisse al Vecchio un suono che sentiva in
compagnia di Parthasarathi e del Vendicatore. Una specie
di pulsazione nell'aria, un mormorio mutevole che
sentiva nel midollo. Non sempre precis, arrischiandosi
a guardare il Vecchio. Solo di tanto in tanto.
Il Vecchio non aveva mai sentito nulla di simile, ma quelle
parole gli diedero da pensare.
Non appena Romeo venne a sapere della pulsazione
di Mani-Mathai, insinu che fosse localizzata nel chaddi
del ragazzo. Gli altri pappan si unirono alle prese in giro.
E questo lo senti? disse Romeo, lanciando un sasso in
direzione dell'inguine di suo nipote.
La mattina dopo, presto, Mani-Mathai scapp. Nel tardo
pomeriggio suo padre lo recapit di nuovo alla porta
del Vecchio, trascinandolo per la collottola. Sulla tempia
aveva un rigonfiamento violaceo.
Le giornate si susseguivano senza pioggia. Le foglie del
teak incartapecorivano e cadevano, dure come gusci di
tartaruga, trascinandosi sulla terra secca.
Alla fine il temporale si abbatt sulla siccit, depredando
gli alberi delle foglie vecchie. La pioggia rimbombava sul
tetto del capanno dei pappan. Una persiana sbatt contro
il davanzale, svegliando il Vecchio, che and a chiuderla
e fece scivolare al suo posto il gancio rugginoso.
Romeo dormiva sulla pancia, a faccia in gi, le braccia
spalancate in una posa da affogato. Utile nel sonno come lo era al lavoro.
Di solito Mani-Mathai dormiva tra un letto e l'altro, ma
quella notte il suo bancale era vuoto. Un'altra fuga, senza
dubbio, cui sarebbe seguito un altro pestaggio. Il Vecchio
si tir su, sicuro che fosse troppo tardi, che ormai il
ragazzo fosse un'ombra tra le ombre degli alberi.
Trov Mani-Mathai sul gradino davanti alla porta. Guardava
il buio abbracciandosi le ginocchia robuste. Lo
chiam con il suo vero nome, Mathai, ma il ragazzo si
volt dall'altra parte. Erano lacrime, sulle sue guance, o era la pioggia?
Vieni dentro, disse il Vecchio a voce alta, per farsi sentire sopra il rumore degli elementi.
Arrivo, rispose il ragazzo, senza muoversi.
Il Vecchio si immagin nel letto, a scivolare rapido nel
tunnel che conduceva verso le poche ore di sonno che gli
restavano. Tuttavia si accomod sul gradino accanto a
Mani-Mathai e guard la pioggia che si assottigliava, aghiforme.
Li sento, disse il ragazzo. Sento gli elefanti che parlano.
Io ti credo, disse il Vecchio.
Il ragazzo fece schioccare la lingua tra i denti. I vecchi non credono a niente. Pensano di sapere tutto.
Chi ha detto che sono vecchio?
Il ragazzo gli lanci un'occhiata e si pass il ditone sotto il naso. Lo sembri.
Il Vecchio non sapeva cosa rispondere. Cosa poteva fare
per consolare il ragazzo? Mettergli una mano sulla spalla?
Sulla testa? Stava ancora decidendo tra spalla e testa,
quando Mani-Mathai disse: Posso prendermi un giorno libero?
S. Uno.
Mio padre dice che posso prendere un giorno solo quando lo prendi tu.
Io prendo un giorno libero quando se lo prende l'elefante.
Il ragazzo sospir nella notte, il suo viso tutto una riflessione.
 nato in catene?
L'hanno preso da cucciolo. Sua madre era stata uccisa
dai bracconieri. Quando le guardie forestali l'hanno trovato,
era al suo fianco.
Secondo te, se la ricorda?
Ricorda tutto.  il grande dono degli elefanti.
Dopo una pausa, in cui sembr che la mente del ragazzo
si fosse rivolta altrove, Mani-Mathai disse: Un dono terribile.
Il Vecchio fu colpito dalla semplice verit di quelle parole,
una accanto all'altra. Per essere tanto giovane, tanto
semplice, il ragazzo era profondo.
L'elefante si  affezionato a te, gli disse.
Lo sento anch'io.
Il Vecchio lasci passare qualche attimo di silenzio, poi
disse: Ti ho mai raccontato di quella volta che l'elefante
mi ha salvato la vita?
Il ragazzo lo guard, diffidente, e scosse la testa.
Eravamo a un tempio e la gente gli si stringeva attorno
per toccargli la proboscide, dargli delle banane da mangiare
e avere la sua benedizione. Vedevo che era nervoso
dal modo in cui si infilava in bocca la punta della proboscide.
Cercavo di ricacciare indietro la gente allargando
le braccia, ma loro spingevano e mi gridavano di levarmi
di mezzo. Poi, all'improvviso, mi ritrovo in aria. L'elefante
mi aveva tirato su per la cintola e mi aveva piazzato
sulla sua groppa.
E la gente cos'ha detto?
Niente di niente! Sono rimasti a bocca aperta come un
banco di sperlani. Come se un dio incarnato fosse atterrato
in mezzo a loro portandomi in groppa con il culo
per aria.
Mani-Mathai guard nella direzione dei box degli elefanti,
dove otto bestie dormivano sul fianco, otto meravigliosi
cuori pulsanti grossi come jackfruit. Credi che sia
un dio?, chiese.
Il Vecchio per poco non gli rivel la verit: che certe volte
temeva l'elefante pi di quanto temesse qualunque
dio. Che avvertiva qualcosa di nebuloso dietro quegli occhi
chiari come il miele. Che quando si era sentito sollevare
in aria, strizzato dalla proboscide, aveva pensato
che fosse arrivata la sua ora, che l'elefante gli si fosse ribellato
contro, la pi grande paura di qualunque pappan.
In quell'istante in cui si era staccato da terra aveva
avuto anche una formicolante sensazione di epifania: Allora
 questo che ha sempre provato per me.
Andiamo, disse il Vecchio. Ci resta qualche ora di sonno.
Non ancora. Mani-Mathai lo guardava implorante. Raccontami
un'altra storia. Una lunga.
Il Vecchio ricordava una fame di storie simile, la voce
bassa di suo padre che lo avvolgeva come uno scialle,
restituendo la magia al faticoso tran tran dei loro giorni.
Sebbene ormai nessuno desse valore alle profonde intuizioni
dei pappan, quelle storie raccontavano di un'epoca
in cui erano ancora apprezzate. Tramandarle significava
sperare in un tempo migliore. E il Vecchio non aveva figli,
solo quel ragazzo con gli occhi affamati di speranza.
Cos gli raccont la storia che suo padre gli aveva raccontato
tante volte, con tanti finali diversi da sembrare
intessuta daccapo ogni volta che veniva pronunciata a
voce alta.
Tanto tempo fa, nell'epoca prima delle zanne, ogni elefante
maschio aveva le ali. Artigliate, squamose, ricamate
di vene, portavano i maschi in cielo, mentre le femmine
li guardavano distrattamente dal basso. Che acrobazie,
nella stagione degli amori, che evoluzioni e che picchiate!
Finch il Saggio non rovin tutto.
Il Saggio risiedeva nel cuore oscuro della foresta, era
scontroso, pio e raggrinzito e se ne stava quasi sempre
per conto suo. Un giorno, mentre pregava, un elefantino
volante gli moll in testa un carico puzzolente. Per qualcuno
il giovane elefante era un burlone; per altri aveva
solo una pessima mira (o un'ottima mira, a seconda dell'opinione
che si aveva del Saggio). Determinato ad avere
l'ultima parola, il Saggio maledisse tutti gli elefanti,
condannandoli a una vita terrestre.
Nel giro di pochi giorni, le loro ali si raggrinzirono, si ridussero
a una membrana trasparente e si staccarono. Gli
elefanti cercavano di alzarsi in volo ma cadevano. I loro
tonfi, gli strilli angosciati, zittivano anche gli uccelli pi
ciarlieri nel raggio di chilometri.
Uno degli elefanti, che chiameremo l'Elefante, tent di
negoziare con il Saggio. Come al solito, il Saggio era di
cattivo umore, ma ascolt l'Elefante fino in fondo.
La tigre ha le strisce, si lament l'Elefante. Il pavone ha
la coda. Il gaur  talmente brutto che non si distingue il
muso dalla groppa, ma almeno ha le corna.
Cosa vuoi da me?, gli chiese il Saggio.
Le ali, o Grande Saggio. Ci teniamo molto alle nostre ali.
Non cercare di adularmi. Se anche volessi revocare la
maledizione, e non voglio, non potrei farlo. Una maledizione
 una maledizione.
Allora non puoi darci qualcos'altro? Qualcosa di bello e
potente che ci contraddistingua?
Dopo molte lusinghe e molte ciance, il Saggio cedette.
Butt una manciata di terra in una borsa di tessuto. Strofinane
un pizzico sui denti di sopra, disse, e vedrai.
L'Elefante esegu e la mattina dopo due dei suoi denti
erano cresciuti, diventando scintillanti zanne di avorio
ricurvo. Dapprima non gli sembrarono granch. Erano
belle ma inutili, a differenza dell'imponente armatura
delle ali. Ma gi quel giorno, gli altri animali della foresta
gli si radunarono attorno, meravigliati della sua nuova
dotazione. Le scimmie vi si dondolavano appese, gli uccelli
si appollaiavano vicino alla loro punta. Dalle profondit
della foresta, le tigri miagolavano di invidia.
Le elefantesse trovarono le zanne piuttosto affascinanti.
Gli altri maschi, notandolo, si strofinarono i denti con la
polvere del Saggio e ben presto ogni elefante della foresta
ebbe le sue zanne, con risultati disuguali. Alcune erano
gialle e divaricate, alcune sottili e affilate, alcune spuntate,
alcune lunghe, e una povera bestia deforme mor di
fame perch le sue si incrociavano proprio davanti alla
bocca. Tutti concordavano che le zanne pi imperiose
erano quelle dell'Elefante.
La notizia giunse al Rajah, che invit l'Elefante a palazzo
per vedere con i propri occhi quelle meraviglie gemelle.
In preparazione della visita, i pavimenti del palazzo vennero
tirati a specchio, la scalinata di accesso demolita e
ricostruita a misura di zampa di elefante. L'Elefante sal
i gradini, mentre la folla di persone comuni lo acclamava
dal basso. Dentro il palazzo i nobili proruppero in infuocati
accessi di venerazione. Una signora svenne; le altre
la scavalcarono per andare ad ammirare l'Elefante. Perfino
il Rajah si commosse a quella vista. Che creatura imponente!
E quelle zanne, quelle fantastiche, incredibili zanne!
Diedero all'Elefante melagrane, creme vellutate e latte
con miele, tutto ci che chiese. L'Elefante se la spass
un mondo e, intontito dagli zuccheri e dal piacere, accett
l'offerta del Rajah di fermarsi per la notte nel tempio,
l'unico edificio con soffitti abbastanza alti da contenerlo.
La mattina dopo, quando il Rajah pass da lui, l'Elefante
fece per salutarlo. Il Rajah per lo supplic di fermarsi
ancora una notte, perch un principe suo vicino aveva
sentito parlare delle zanne e si era messo in viaggio verso
il tempio. L'Elefante accett, perch chi poteva dire no
al Rajah? Giorno dopo giorno, il Rajah gli presentava
una nuova richiesta e, man mano che i visitatori affluivano
al tempio, l'Elefante cominci a preoccuparsi. Una
notte saggi i cancelli e scopr che erano chiusi a chiave.
La mattina dopo, al risveglio, si ritrov una catena alla caviglia.
E cos, nel corso degli anni, centinaia di persone vennero
a deporre frutta ai piedi dell'elefante del Rajah. Lo onoravano
con canti, sculture e dipinti. I bambini pretendevano
elefantini giocattolo con zanne lunghe come un
dito e, come i bambini, ogni rajah voleva un elefante tutto
per s. Mandavano nella foresta i cacciatori, che scavavano
profonde buche e le coprivano di rami e frutti, come esca.
Col tempo ogni serraglio reale che si rispettasse doveva
possedere una mezza dozzina di elefanti. I templi si adeguarono.
Nessuno tuttavia fu amato come il primo elefante,
che il Rajah fece raffigurare su una moneta d'argento,
perch fosse onorato fino alla fine dei giorni.
Gli elefanti della foresta decisero che il Saggio doveva
pagare. La pi autorevole fra loro era la Grande Madre,
che batt gli abissi frondosi pi cupi finch non trov la
grotta in cui si era nascosto, talmente stretta che nessun
animale pi largo di una pantera ci sarebbe entrato.
Una sera, quando il Saggio usc in punta di piedi, lei lo
atterr e lo immobilizz sotto il basamento della sua
zampa. Il Saggio si dimenava e urlava. Se non la smetti,
gli disse lei, ti faccio un altro buco nella testa.
Il Saggio respirava con affanno.
Era mio figlio, disse la Grande Madre.  morto in quel
palazzo, dentro la loro gabbia. Hanno bruciato il corpo
alla maniera dei pagani. Perfino le ossa! Come far a
piangere il mio caro figlio senza le ossa?
Come..., disse il Saggio, ma non riusc a continuare finch
la Grande Madre non gli tolse la zampa dal petto.
Come hai saputo della cremazione?
Ho fiutato le sue ceneri nel vento.
Il Saggio si lasci cadere su una pietra, la testa fra le
mani. Trappole, frecce e catene non erano nelle sue intenzioni.
Era molto peggio di quando aveva costretto a
terra gli elefanti, che in seguito non gli avevano parlato
per dieci anni interi. Ora il Saggio era un fuggiasco nella sua stessa foresta.
La Grande Madre pretendeva che il Saggio privasse i maschi delle zanne, ma in quel frangente il Saggio non
poteva nulla. Appena la Grande Madre lev la proboscide per colpirlo a morte, grid: Aspetta! Una cosa da offrirti ce l'ho!
Racchiuso tra due colline c'era un lago, sconosciuto all'uomo e agli animali. Il Saggio le avrebbe mostrato la
strada e lei l'avrebbe mostrata ai suoi simili. Cos gli elefanti avrebbero saputo dove andare quando la morte si
avvicinava. L sarebbe stato il luogo del loro estremo riposo, sulle rive del lago segreto, di cui avrebbero sorseggiato
le acque azzurre per morire in pace. L sarebbero andati a piangere indisturbati e le loro ossa e le ossa dei
loro discendenti sarebbero state al sicuro dalle mani degli uomini.
Disse la Grande Madre: Non me ne importa un fico secco del tuo mortorio! L'uomo lo trover e l'unica cosa
che ci vedr sar un campo di oro bianco da saccheggiare.
Intaglier perle e bracciali nelle nostre spoglie.
Il Saggio chiuse gli occhi e vide che era una possibilit, anche se remota. Qualcuno ci sarebbe arrivato, ma ritenendo che non fosse il caso di scendere nei dettagli, disse: Si tratta di un luogo che la maggior parte degli uomini non sar in grado di trovare, ma se qualcuno andasse a rubare anche solo un frammento, sar costretto a riconsegnarlo, insieme alla sua vita.
E fu cos che si cre il cimitero degli elefanti. Col tempo,
tutti loro seppero la strada che portava ai morti.  noto
che alcuni zoppicarono per chilometri, le cosce infilzate
di frecce, grondando sangue su campi e foreste e praterie
per raggiungere il lago segreto. Come aveva promesso
il Saggio, bastava un sorso per spirare in pace.
La posizione del cimitero era un segreto custodito con
tanta cura che nessun elefante avrebbe pronunciato ad
alta voce le indicazioni per raggiungerlo: le sussurravano
attraverso i cuscinetti delle zampe. Si abituarono a tal
punto a mantenere il silenzio da passare a un nuovo linguaggio,
su una frequenza e una gamma che gli umani non potevano udire.
Un solo elefante ruppe il giuramento, un cucciolo nato"
con un'unica zanna giallastra di cui andava molto fiero.
Ebbe un battibecco con un entello che si rifiutava di credere
all'esistenza del cimitero e gli rivel dove si trovava.
Ma prima che la scimmia potesse allontanarsi oscillando
di ramo in ramo per andare a riferirlo alle sue schiere, la
Grande Madre balz fuori da un cespuglio e la uccise.
L'elefantino con la lingua lunga implor il perdono del
branco, ma non c'era peccato pi grave di rivelare il segreto.
Per assicurarsi il suo silenzio, lo scaraventarono gi da una rupe.
Passarono le ere. I continenti si separarono e si scontrarono;
lungo le faglie sorsero montagne. I re combatterono
e si sposarono e generarono altri re, sulle cui gesta si
ricamarono canzoni. Ma il ragazzo senza padre a cui ci
interesseremo ora non era di stirpe regale. Era talmente
insignificante che non se ne  tramandato neppure il nome.
Il ragazzo aveva bisogno di lavorare. Aveva sentito dire
che stavano scavando e lastricando una strada a molte
miglia dal suo villaggio, quindi si mise in cammino e approfitt
di ogni camion disposto a dargli un passaggio.
Lungo il tragitto incontr un'anziana che si trascinava
vestita di stracci. Le chiese indicazioni per raggiungere il
cantiere, ma quando lei alz il viso e sorrise con un'unica
zanna giallastra si pent di non aver aspettato di trovare
qualcun altro a cui chiedere. Lei apr la mano e gli tracci
lungo l'intrico di linee sul palmo le indicazioni per
un luogo che a suo dire gli avrebbe portato ricchezze
maggiori di qualsiasi strada. Non essendoci nessun altro
a cui rivolgersi, il ragazzo segu i suoi consigli, camminando
e camminando, fino a perdere il conto del tempo.
Il sole sembrava fisso in un punto, un bottone bianco cucito
nel cielo azzurro.
Infine il ragazzo arriv a un lago che nessuno dei suoi simili
aveva mai visto, che conosceva solo dalle storie.
Che cosa avrebbe raccontato del cimitero degli elefanti?
Il silenzio era di un altro mondo. C'era un lago talmente
immobile da sembrare di vetro, e tutto attorno alle sue
sponde, a perdita d'occhio, enormi teschi di elefante,
con orbite larghe come la sua testa, mandibole su mandibole
di denti smussati, lunghe ossa pulite, gabbie toraciche
come grotte e zanne cos fosforescenti che sembravano
rilucere dall'interno.
Il ragazzo sollev un pezzo di avorio non pi lungo del
suo braccio, al massimo un chilo. Quanti soldi gli avrebbe
fruttato? Di certo pi di quanti ne servivano alla sua
famiglia per campare per tutto l'anno, e a quel punto sarebbe
stato abbastanza grande da chiedere al capomastro
il posto di suo padre.
Ignor la stretta di terrore che gli serrava il petto. Avvolse
l'avorio nella camicia, se lo infil sotto il braccio e ritorn
a casa in autostop. Il viaggio dur vari giorni; dorm
in ogni casa da t che gli desse riparo e qualche volta
sotto le stelle.
A casa, la sua matrigna svolse il tessuto attorno alla zanna
con la cautela con cui si toglie la benda da una ferita.
Le sue labbra si schiusero, emise un lieve sospiro. Afferr
le mani del ragazzo e a lui sembr, al contrario di
quanto aveva sempre pensato, che forse in fondo gli voleva
bene, che non se ne sarebbe andata come spesso minacciava
di fare se non le avesse portato a casa un salario
decente. Cominci a chiamarlo bravo ragazzo e figlio
mio, anzich figlio di un'altra madre e orfanello, come era
solita fare.
La mattina dopo, il ragazzo usc nel mondo con rinnovata
speranza, lanciando di tanto in tanto un'occhiata alla
base dell'anacardo, dove al crepuscolo aveva seppellito
la pallida meraviglia. La considerava il loro potenziale
nascosto, un seme che si sarebbe aperto spargendo abbondanza.
La sua matrigna aveva intenzione di chiedere
a suo fratello dove vendere l'avorio, ma intim al ragazzo
di tenere la bocca chiusa, per non attirare gente poco
amichevole.
Ammaliata dal suo argenteo futuro, la matrigna quasi
non sent il ragazzo che si lamentava del mal di testa. A
sera il ragazzo si mise a letto. Si tocc la tempia e vi trov
un rivolo di liquido pi appiccicoso del sudore.
Nei giorni successivi cominciarono a verificarsi altri cambiamenti.
Non poteva inspirare senza fiutare ogni minimo
aroma, come se l'aria fosse diventata limpida e precisa,
come se potesse sbucciarne gli strati, come se avesse
vissuto tutta la vita con il cotone nel naso e ora, solo ora,
le sue narici si fossero liberate. La sua matrigna era cipolla
e sudore, stemperati col finocchio. Sua madre, ricordava,
aveva una patina di zucchero nero bruciato.
E cominci ad avere lampi di ricordi, istantanee di un
periodo della vita talmente precoce che nessuno avrebbe
creduto che fossero ricordi suoi. Ricord la prima, sconcertante
volta in cui gli era venuto il singhiozzo nell'utero
di sua madre. Ricord il gorgoglio acquoso del cuore
di lei, una nota bassa e lenta rispetto al ticchettio frenetico
del suo, e l'odore metallico che l'aveva accolto quando
era venuto al mondo. Ricord il viso di sua madre,
macilento e infatuato, con occhi del colore mutevole di
un cielo tempestoso.
Inform di quegli sviluppi la matrigna, che non sapeva
che farsene dei suoi racconti. Smettila di tergiversare, gli
disse, e porta l'avorio a mio fratello.
Ma il ragazzo era spaventato dal proprio corpo e dalla
propria mente, da come sembravano svilupparsi al di
fuori dei loro confini naturali e conosciuti. La mattina
dopo dissotterr la zanna e se la infil sotto il braccio. Si
incammin per foreste e campi, alla ricerca del cimitero
degli elefanti. Ma la strega col dente giallo era scomparsa,
e con lei le indicazioni, cos si ritrov a vagare in tondo.
Di ritorno a casa, seppell la meraviglia in un punto che
non rivel alla matrigna, la quale per vendetta non gli
prepar la cena e lo chiam figlio di un puttaniere. Il ragazzo
aveva altre preoccupazioni. Per esempio la sua
pelle, che in certi punti aveva cominciato a ispessirsi e indurirsi,
formando chiazze scure e coriacee sulla schiena,
le gambe, la fronte. Per esempio le sue unghie, che stavano
diventando tasselli duri e giallastri. Per esempio il dolore
che ogni notte pulsava alla radice dei canini superiori.
A toccarli con la punta della lingua, gli sembravano
strani, un paio di sgraziati impostori. Allo specchio, sembravano
pi bianchi degli altri.
Era un ragazzo o un elefante?, si domandava. Poteva essere
entrambi, insieme?
Non essere sciocco, disse la matrigna. Nessuno pu essere
due cose insieme. Per ora sei un ragazzo, pi o meno.
Ma evidentemente ti stai trasformando in un elefante.
 colpa della zanna, disse il ragazzo, con gli occhi umidi.
 stata la zanna a causare questo guaio. E se la riportassi
indietro? Non potrei sciogliere la maledizione?
Oh figlio mio, cos dolce e cos sciocco. Le maledizioni
non si sciolgono, lo sanno tutti. Ma chi ha detto che non
possiamo trasformarla in una benedizione?
Dapprima con dolcezza, lo incalz perch cercasse di ricordare
dove si trovava il cimitero degli elefanti. Gli sugger
di tornarci con una carriola e di portare via tutto
quello che poteva. Sarai tu a prenderlo, disse la matrigna,
perch sei gi maledetto e poi ultimamente la schiena
mi tormenta, quindi io rester a casa. Pensaci, zuccherino!
Un solo viaggio e la tua povera matrigna non
dovr mai pi lavorare. E nemmeno tu, avrai una vita di
manghi e banane e tutto il resto, libero di andare e venire
come ti pare.
Quella notte il ragazzo rimase sveglio, setacciando i ricordi
alla ricerca del cimitero degli elefanti, non per soddisfare
la richiesta della sua matrigna, ma per restituire
ci che aveva rubato. Si rifiutava di credere a quello che
la matrigna gli aveva detto sulle maledizioni. Lui era l'eroe
della sua storia; giur di essere artefice del proprio
destino, della propria fine, a prescindere da quello che
sarebbe successo al suo corpo.
A questo giuramento, il suo corpo rispose con il massimo
vigore.
Prima che avesse il tempo di gridare di dolore, i due lunghi
denti si tuffarono e risalirono sotto forma di zanne di
un bianco candido, talmente candido che risplendevano
al buio. La spina dorsale si incurv, arrotondandosi; il
naso ricadde pesante e spesso, una potenza enorme racchiusa
in ciascuna piega a soffietto. Le dita dei piedi si
fusero, le piante si ammorbidirono diventando sensibili.
All'altezza dell'osso sacro sentiva una specie di gradevole
formicolio. Starnut.
Si alz, finendo subito a quattro zampe, e con la groppa
fece un buco nel tetto. Con due testate al muro di fango
si apr la strada per il cortile, fino al gelso. Impar in fretta
come usare la proboscide per gettare via-la terra o per
cogliere qualche bacca che gli avrebbe dato un momentaneo
piacere. Infine trov la meraviglia, rilucente sulla
polvere vellutata. Mentre la scuoteva per pulirla, fiut
una traccia nella brezza. Cipolla e sudore, stemperati
con piombo.
Si volt a guardare la matrigna. Gli puntava contro il fucile
di suo padre. Aveva gli occhi tondi e facili da leggere
mentre percorrevano le sue zanne: paura e repulsione tagliate
con l'avidit.
Portami al cimitero, gli disse.
Ci sono bisogni che cambiano di mese in mese, ma ci
sono brame cos permanenti che il loro potere e la loro
forma ci restano nascosti, eccetto in rari e terribili momenti.
Quanto tempo aveva sprecato inseguendo l'amore
di una madre, quanti sforzi aveva dedicato alla donna
che ora imbracciava il fucile. Il dolore lo sopraffece, dolore,
fallimento e furia, e rugg da ogni angolo del petto.
Avanz a passo di carica verso la matrigna, che fece quello che lui si aspettava: gli spar al cuore.
Con il dolore venne un altro lampo di ricordi, che sembravano
suoi e al tempo stesso non suoi, e i suoi piedi
reagirono precipitandosi con fragore nel folto del bosco.
Vag per tutta la notte, sentendo la vita defluire dal suo
petto, sentendo i ricordi d'infanzia squagliarsi, sostituiti
da altri. C'erano elefanti volanti, vorticavano e si libravano
nel cielo azzurro; c'era il Saggio e il fatidico pizzico di
polvere; c'era il Rajah, la crema, la gabbia. Nel frattempo
le sue gambe erano mosse da una volont rimasta a lungo
sepolta. Un uccello acquatico gli si pos sulla schiena,
bench lui non vedesse acqua nei dintorni. Quando cominci
a trascinare i piedi, l'uccello vol avanti, solo e
bianco contro l'alba chiazzata d'oro.
Passarono ore, o forse minuti, l'elefante non avrebbe
saputo dirlo con certezza. L'unica cosa di cui era certo
era l'odore, che gli diede il benvenuto prima che lo facesse
il cimitero: gli spettri di vecchi elefanti. La vista
gli si era indebolita, ma riusciva a distinguere la foschia
azzurrina del lago e del cielo, i duri resti bianchi. Sorseggi
l'acqua e and a sdraiarsi all'ombra del teschio
pi grande.
Dalla cavit del teschio proveniva l'odore della Grande
Madre, antico e minerale. Gli gonfi i polmoni e port
altri ricordi: i solchi della sua proboscide, il pilastro della
sua zampa, quella a cui si appoggiava sempre. Non
avrebbe saputo dire se la luce stesse calando dietro i suoi
occhi o in cielo, ma ormai sembrava irrilevante. Girava
attorno a un unico pensiero: Allora stava tutto qui! Ovvio
che dovesse terminare esattamente l, circondato dal
suo odore e dal bianco su tutti i lati, bianco come l'interno
di un uovo, come l'inizio di un'altra vita.
...
.
...
La documentarista.
...
.
...
Marted, il giorno dopo la cena all'Y2K, Ravi era impegnato
all'estremit orientale del parco per la formazione
dei custodi, e cos ebbi tutto il tempo per una litigata con Teddy.
Quand' che gli hai raccontato di Shelly? volle sapere.
Stavamo tornando in camera a piedi dopo un'insipida
ripresa di un custode che dava il biberon a un tigrotto.
Era tutta la mattina che cercavo le parole per scusarmi.
Non appena cominciai, mi interruppe. Quando?
Quando sono stata male, credo, non lo so. Abbiamo
passato tutta la giornata insieme. Teddy allung il passo,
tanto che mi era difficile stargli dietro. Non avrei dovuto, mi dispiace.
Lo seguii nella sua suite. In qualunque stanza si trovasse
ad abitare, Teddy riusciva a creare un'atmosfera di
travaglio artistico: la Moleskine aperta sulla scrivania
come un uccello appiattito, le criptiche annotazioni
sparse sul letto (esempio: sequenza avvoltoio: odiano
essere chiusi in gabbia), la scatola di fiammiferi Batara
sul davanzale, accanto al tubo della carta igienica usato
come porta incenso, che in qualsiasi momento avrebbe
potuto distruggere la stanza in un fragrante incendio. In
quel caos di vestiti e foglietti c'era un angolo di ordine: la
valigia dei nastri mini-DV, tutti catalogati e riposti con
meticolosa cura.
Teddy spost da una parte alcuni foglietti e si sedette sul letto, staccando l'obiettivo.  stato Ravi a raccontarti la storia della Shankar Timber?
Annuii. E non avrei dovuto parlartene, credo.
Quindi adesso siete amiconi, eh?
S, direi di s. Tacqui un attimo. Si trova bene con me.
Per ovvi motivi.
Perch siamo amici.
Anch'io sono tuo amico, ma con me non ti sei mai messa della roba sulle labbra.
Rimasi sorpresa, sconcertata, che avesse notato il mio
burro cacao colorato. Non dire assurdit. Succede sempre: loro si affezionano e noi ci affezioniamo. Non
avvicinarti troppo agli animali, mi aveva detto Ravi alla nursery degli elefantini, prendendomi il gomito con delicatezza.
Non vogliamo che si affezionino. Come fa ad aprirsi, se non si fida di noi?
Ti sto solo dicendo di stare attenta. Con il tuo atteggiamento
incoraggi le persone, anche se non lo fai di proposito.
Arrossii. Sentivo che Teddy era sull'orlo di una sorta
di confessione, qualcosa che avrebbe completamente
stravolto la nostra amicizia. Nella mia testa i clich scorrevano
come il nastro della telescrivente: ho bisogno di
stare da sola... non ti vedo in quel modo...
Teddy sospir. Tra due mesi mio padre mi taglia fuori.
Come?
Ogni tanto mi sganciava qualcosina, quando ero in
difficolt. Ma adesso ha Bev e tutta la sua nidiata, quindi
tra poco sar finita. Niente pi prestiti. Niente pi assicurazione sanitaria.
Mi sedetti accanto a lui. Lavorerai come freelance.
Ti trasferirai a Greenpoint. Mangerai da McDonald's
tutti i mercoled. Ero stata io a informarlo dell'offerta
del mercoled: per tre dollari potevi comprarti una scorta
settimanale di hamburger flaccidi. Tirerai avanti
come tutti gli altri, e se non sar pi possibile darai lezioni
private ai ragazzini ricchi o qualcosa del genere.
Annu con un sorrisetto triste sulle labbra.  solo
che non avr mai un altro periodo come questo. Senza
interruzioni, finanziato. Almeno non a breve.
E allora?
Allora ho bisogno che questo film conti qualcosa.  la nostra possibilit di farci un nome. Un film di Emma Lewis e Teddy Welsh.
Bello. Il mio nome viene per primo.
Mi lanci una rapida occhiata ammiccante. Hai capito
che parlo sul serio, vero?
La sua sincerit mi sorprese, mi offese, e mi fece sentire
in colpa, e il risultato finale fu un esasperato: S.
Scusa, dovevo dirlo.
Tecnicamente non gli avevo mentito, avevo solo aggirato
la verit, gli avevo presentato i contorni precisi invece
della sostanza caotica. E tuttavia. Quella sensazione
opprimente. L'improvviso, pruriginoso bisogno di cercare
rifugio altrove, in un posto qualsiasi, purch non l.
Dissi a Teddy che volevo girare una riserva e senza dargli
il tempo di trovare obiezioni serie gli strappai la telecamera.
Andando dai cuccioli, mi fermai vicino a un custode
chino su un bidone d'acciaio e lo ripresi mentre setacciava
a mano riso e fagioli mungo. Il marrone e il bianco
riempivano l'inquadratura in onde granulose, scivolando
e mescolandosi ipnotici.
Alzai gli occhi e incrociai lo sguardo scettico del custode,
la cui chioma fluente e vaporosa meritava altrettanto
scetticismo.
Ana kutty mi disse con un cenno oltre la sua spalla,
in direzione degli elefantini. Mim il gesto di mangiare
dal secchio, forse per dire Ora della pappa o Non hai
niente di meglio da immortalare per i posteri?
Sapevo la strada per raggiungere gli elefantini, dove
svoltare, a sinistra del covone di erba appena tagliata,
rete metallica sui due lati. Ma quando ci arrivai, mi era
passata la voglia di riprendere. Appoggiai la telecamera
su un palo della recinzione e li osservai, per la prima volta,
senza attrezzature attaccate alle orecchie o agli occhi.
Due custodi reggevano brocche di latte col beccuccio.
Prima toccava ai pi piccoli, proboscide alzata, bocca attorno
al beccuccio. Il latte sbrodolava sui peli spessi del
mento, trasformandoli in una barbetta caprina. I cuccioli
pi grandi emettevano gorgoglii di ribellione, appoggiavano
la proboscide sulla groppa di quelli che stavano
bevendo, implorando il loro turno, ma i guardiani li allontanavano
mentre i fortunati succhiavano e sciabordavano.
Avevamo gi filmato l'allattamento, ma mi venne in
mente che avrei potuto inquadrare pi stretto, lasciando
fuori i custodi, concentrandomi su occhi, lingue e
proboscidi, intensificando il rumore di risucchi e piagnucolii,
come per entrare nella loro cerchia, anzich osservarla
dall'esterno. Immaginavo un film che includesse scene
come quelle, sequenze pazienti, liriche, in cui l'assenza
di voci umane avrebbe aperto un canale per un linguaggio
pi intimo e visuale.
Mentre gli elefantini mangiavano, il telefono mi vibr
contro il fianco. R Varma. La sola vista del suo nome illuminato
di verde bast a cancellare l'amarezza per il battibecco
del giorno prima. Non provai altro che una pericolosa euforia.
Voltai le spalle ai custodi imbronciati, allontanandomi
di corsa dagli elefantini prima di rispondere: Ciao, dove sei?
Sto guidando mi rispose, un raschio fumoso nella voce.
Aspettai che aggiungesse qualcosa, dando per scontato
che mi avesse chiamato per scusarsi. Forse la raffinata
arte della riconciliazione non era il suo forte. Avrei dovuto
chiederti conferma, prima di citare la questione del legname. Scusami.
Grugn.
Entrai nell'ufficio principale, vuoto, appoggiai la telecamera
sulla sua scrivania e mi lasciai cadere sulla sua sedia.
Non avrei aggiunto altro. Mi dondolai studiando le
mensole dietro di me: sembrava potesse bastare il peso
di una matita per rovesciarle, cariche com'erano di libri
mastri, raccoglitori, registri, vecchie tastiere strangolate
dai cavi. Riguardo a Shelly. Nessuna risposta. Tenni
duro attraverso il silenzio. Per favore, non risollevare
l'argomento. E tutto il giorno che io e Teddy siamo in
imbarazzo e forse sa di me e te o almeno sospetta...
Se la conversazione fosse stata un dondolo, io sarei
stata bloccata in aria con le gambe a penzoloni, ridicola.
Lascia perdere gli dissi. Ne parliamo stasera.
Torno domani mattina.
Perch, che succede?
Niente. Il corso di formazione. La sua voce si affievol;
lo sentivo respirare. Ravi non era tipo da pause meditative, almeno non al telefono.
Ho ricevuto una telefonata disse alla fine. Hanno trovato un elefante morto in una fattoria, a Sitamala.
 l'elefante che ha ucciso il ragazzo?
Non ne ho idea. Domani mattina gli faccio l'autopsia. Se vuoi, puoi venire.
L'hanno ammazzato, l'elefante, o  morto per cause naturali?
Ammazzato.
L'elefante prese forma nella mia mente, riverso e disseminato di fori. Non sapevo cosa dire.
Domani sar uno schifo prosegu Ravi. Mettiti le scarpe brutte.
Riagganci senza darmi modo di chiedergli quali delle
mie scarpe secondo lui erano brutte. Studiai la parete
dietro la scrivania, dove un essere caprino mi fissava afflitto
da un collage di ritagli di giornale. Fui catturata dai
titoli: Bufalo selvatico riabilitato a Dibru Saikhowa.
Cucciolo di rinoceronte smarrito riunito alla madre.
Chi trafigge, chi salva. Primi elefantini rilasciati.
Sotto l'ultimo titolo, un paragrafo evidenziato:
Quattro elefanti adolescenti sono stati liberati ieri
nella Riserva naturale, dotati di radiocollari e targhette
alle orecchie. Utilizzati per tracciare i cuccioli
vulnerabili, i collari cadranno dopo diverse settimane.
Le targhette rimarranno per anni spiega Ravi
Varma, veterinario responsabile del WRRC, per
permetterci di raccogliere dati nel lungo periodo,
man mano che i giovani elefanti crescono, finch a
loro volta non si riprodurranno.
La citazione sembrava una di quelle risposte che Ravi mi
dava all'inizio, levigata fino a togliere ogni traccia di personalit.
Cercavo di deviare dal percorso a tappe che di
solito seguiva nelle interviste, evitando di preparare in
anticipo le domande, ma in questo modo a volte dopo
mi veniva in mente una domanda che avevo tralasciato.
Mi accadde anche in quel momento, con la cosa che
avrei dovuto chiedergli al telefono, la cosa che probabilmente
l'avrebbe tormentato tutta la notte: l'elefante
morto aveva la targhetta? Era uno dei suoi?
...
.
...
Il bracconiere.
...
.
...
Marted, il giorno prima che ci mettessimo sulle tracce
del Vendicatore, alla fattoria del Vecchio Raman venne
trovato un elefante moribondo. Probabilmente si era trascinato
fuori dalla foresta e si era accasciato sul limitare
del campo, abbattuto dalle numerose ferite. Chi gli aveva
sparato dimostrava di non avere n piet n buona
mira, perch la bestia stava morendo lentamente, bombardata
fino all'ultimo da innumerevoli occhi umani socchiusi.
I verdoni avrebbero sospettato il Vecchio Raman di
concorso nella morte dell'elefante, accomunandolo a
quei contadini che in passato avevano attirato con delle
esche gli esemplari molesti. Uno aveva perfino infilato
un petardo in un jackfruit, aprendo un cratere nella bocca
del suo nemico. Ma Raman era fatto di una pasta pi
morbida. Port dell'acqua in un secchio di plastica e,
quando l'elefante fu troppo debole per sollevare la proboscide,
gli si avvicin con cautela e di tanto in tanto
gliela vers sulla lingua schiumosa.
Quando sentii che c'era un elefante moribondo, sperai
che fosse il Vendicatore. Jayan si augur il contrario:
non pensava ad altro che alla caccia, anche quando mi
port fuori con i suoi amici. Pass la serata chino sul bicchiere,
le narici dilatate, gli occhi talmente cupi e concentrati
da farmi capire che nella sua testa stava facendo
le prove dell'uccisione.
Comunque i suoi amici compensarono il suo atteggiamento
ombroso. Bevemmo e fumammo e mi ribattezzarono
Piccolo Shivaram dopo che per poco non soffocai
buttando gi un liquore che sapeva di benzina. Decisi di
accettare il soprannome, anche se era un po' degradante.
Lasciarsi degradare da certa gente significava farsi prendere
sotto la loro ala, e pi stavo al gioco, pi sembrava
che col tempo i ragazzi avrebbero potuto diventare i
miei ragazzi, e Jayan con loro. Sulla via di casa caddi e mi
distorsi la caviglia, e dovetti zoppicare appoggiato a mio
fratello. Avanzavamo a balzi, mentre Jayan latrava stronzate
nel buio: Eccolo che arriva, il Vendicatore, ne faremo
una cenetta per gli avvoltoi!
Ma al mattino gli avvoltoi stavano gi pasteggiando. I
verdoni bruciarono legno di sandalo e ramacham per coprire
il tanfo dell'elefante morto, che per ribolliva e si
diffondeva nonostante tutto nella calura.
Leela and a vederlo a piedi. Non ci rivolgeva la parola
dall'alba, quando eravamo rientrati con l'alcol nell'alito
e il senso di colpa in faccia. Mio fratello and a lavorare
nei campi e io avrei voluto fare lo stesso, ma mi doleva
la caviglia, perci fui costretto a restare a casa e subire i
coloriti insulti di mia madre, scansafatiche di qua e mascalzone di l.
Nel pomeriggio trovai Leela che si risciacquava i piedi
alla pompa. Bevve dal palmo e si asciug il mento luccicante.
Il suo sguardo si pos sulla corda del bucato, dove
il vento gonfiava il mundu azzurro di Jayan, quello che
lei aveva in mano quando la polizia del Karnataka se l'era
portato via. Aspettai che mi parlasse di quanto aveva
visto, ma era preoccupata per il mundu e lo guardava
cos intensamente che avrebbe potuto forarlo.
Poi sospir, come se avesse gettato la spugna. Manu, vieni ad aiutarmi.
Zoppicai fino alla corda e presi un lembo del mundu,
mentre lei arretrava tenendo l'altro. Il tessuto era umido
e duttile, non ancora irrigidito dal sole.
Tirammo agli angoli opposti, come mi aveva insegnato
anni prima, quando ero il suo vice in casa. C'erano
tre uomini mi disse infine. Ubriachi. Ballavano sul cadavere.
Del Vendicatore?
Non far finta di non saperlo. Angolo destro.
Per poco non avevo lasciato cadere l'orlo del mundu.
Tu pensi che noi... Le sue labbra si assottigliarono.
Ma non eravamo nella foresta ieri notte, eravamo da
tutt'altra parte! Chiedilo a chi vuoi, a Sabu, a Shaji...
Gran bella coppia. Per quanto si ricorderanno, potevate
essere finiti nella pancia di una balena.
Credimi...
Stratton cos forte che il tessuto mi sfugg di mano.
Dammi qua. Prese il mundu e spazzol via i sassolini,
poi lo ripieg in due e ancora in due. Che razza di posto
 questo, dove gli uomini ballano sulla schiena di un dio?
Tenni per me la risposta, sapendo che non era dell'umore giusto per sentirla.
Un posto dove gli di ballano sulla nostra.
Pi tardi, Leela disse a mia madre che andava in chiesa,
un alibi che mia madre, solidale, accettava, visto che anche
lei era stata una giovane moglie infelice.
Leela si prese il suo tempo per appuntare le pieghe
del sari di misto cotone e poliestere. Di solito teneva lo
specchio di plastica inclinato verso il soffitto, perch non
le ricordasse le lentiggini sparse dal sole sul suo viso.
Mentre si metteva il kajal sotto gli occhi, sent qualcosa
muoversi nella pancia. Dopo l'aggressione del Vendicatore,
non aveva pi sentito movimenti simili. La sua
mano si pos sulla vita, cercando e sperando, finch non
le sfugg un rutto: aria e nient'altro.
Non si aspettava di restare incinta tanto in fretta. Negli
anni in cui era Leela Podimattom, aveva abortito tre
volte, e sempre dopo una caterva di rimedi casalinghi:
pepe lungo, papaya, brodo di midollo di montone, aveva
provato persino a pestare la pancia sullo schienale di una
sedia. Nessun utero sarebbe sopravvissuto indenne, ed
era stato proprio questo che aveva detto a Jayan quando
le aveva chiesto di sposarlo. Lui aveva riso, ribattendo
che i suoi soldati erano pronti per ogni terreno.
A quei tempi era quella che chiamavano ragazza di
famiglia; lavorava solo negli hotel, su appuntamento,
tramite la sua agente, una zia di Kottayam. Jayan era il
primo che si era portato a casa, il primo a complimentarsi
per le federe dei cuscini che aveva cucito con le sue
mani, il primo a guardarla negli occhi quando parlava.
Che strano pensare che gli avesse concesso il suo cuore
solo perch lui l'aveva guardata negli occhi, eppure quel
minimo gesto l'aveva fatta sentire importante e perfino
un po' potente. Ma adesso dov'era quel potere? Era incatenata
fra terra e cielo, sempre a guardare in basso,
china sul terreno, o in alto, aspettando la pioggia.
E poi aveva visto l'elefante moribondo, che non era il
Vendicatore, che era pi piccolo del maschio con cui si
era ritrovata faccia a faccia. Di cui aveva toccato la pelle
granulosa e inspirato il tanfo. Era stata a pochi passi dalla
proboscide flaccida, dall'enorme braccio teso di un
dio. Non il suo dio, ma pur sempre un dio.
Cinquantasei di. Per quanto ne sapevano.
Leela si disse di aver preso appuntamento con Madame
solo per chiedere un lavoro per Jayan e per nessun altro
motivo. Nella sua mente lo vestiva di verde come i
verdoni, lo immaginava a pattugliare orgogliosamente la
foresta e a condurre le visite guidate, un lavoro in cui a
prendere la mira erano solo le macchine fotografiche.
Leela si trov di fronte un vecchio fossile di verdone.
L'uomo alz la testa dalla scrivania e la fiss con un occhio
spalancato e rapace, mentre l'altro era una fessura
lattiginosa.
Lei fece un respiro per darsi un tono. Ho un appuntamento.
Il fossile la condusse alla porta di Madame e se ne torn
alla sua postazione. Madame aveva la cornetta del telefono
incollata a un orecchio e stava scavando con una
forcina nell'altro, sradicando il cerume con aria bellicosa.
Quando si accorse di Leela, si sbarazz della forcina
e le indic la sedia di fronte alla scrivania.
Sulla parete alle spalle di Madame si allargavano mappe
della regione irte di puntine rosse, gialle e verdi. Leela
si rigir l'angolo del fazzoletto intorno a un dito finch il
polpastrello le divent freddo.
Hah, signore, la ringrazio, signore. Stanca, impaziente,
Madame lasci cadere la cornetta sull'apparecchio.
A Sitamala hanno massacrato un elefante. Di sicuro
avete sentito la puzza della carcassa prima di me.
Gli hanno sparato nel petto, nella spalla, nella zampa,
l'hanno ridotto come un colabrodo... Ehi! Mi sente?
Leela aveva chiuso gli occhi in preda a una densa ondata
di nausea. Annu mentre Madame chiamava per avere acqua e t.
Non  nel secondo trimestre? Ormai la nausea dovrebbe essere passata.
Va e viene riusc a dire Leela. In segreto era riconoscente per la nausea. Le ricordava che il bambino era vivo.
Il fossile port due bicchieri di carta pieni di acqua
calda, in cui una bustina di t galleggiava come un pesce
morto, lasciando una scia di sangue marrone. Madame
prese la sua bustina e la immerse tre volte. Allora. Suo marito.
Suo marito, suo marito, l'argomento onnipresente.
Non si poteva cominciare parlando di qualcos'altro?
L'infanzia, i bambini, la sua nausea, al limite? Leela aveva
passato tante giornate da sola con le sue preoccupazioni,
a pregare che il bambino sopravvivesse incolume,
a sognare di partorire un sasso. Due chiacchiere le avrebbero offerto un fugace sollievo.
Ma Madame non era interessata. Suo marito ha un complice di nome Alias. L'ha mai sentito nominare?
Mai.
Un tipo sfuggente. Mira notevole. Una volta ha sparato
a un elefante qui disse Madame indicando lo spazio
tra le proprie sopracciglia e la forza del colpo  stata
tale che l'animale  ricaduto all'indietro sul posteriore.
Di solito cadono in avanti, invece quello  morto seduto.
Mentre parlava, Madame apr un cassetto e prese alcune
fotografie che erano in cima. Comunque Alias e i
suoi complici si sono arrampicati e sono riusciti a fare il
loro lavoro, e quando hanno finito, ci hanno lasciato questo ricordino.
Leela chin il viso sulla foto che Madame aveva appoggiato
sulla scrivania. Ci volle un attimo perch le
forme si districassero, perch il suo cuore prendesse velocit.
A poco a poco riusc a distinguere le grigie colline gemelle
che coronavano la testa, le flaccide orecchie ai due
lati, ma dove avrebbe dovuto esserci il muso c'era una
cavit, delle fauci spalancate su corde recise e superfici
scavate, una poltiglia di cremisi e osso. Madame percorse
col dito due creste pallide che si incontravano a formare
una V. Queste sono le mandibole. I denti in fondo
erano consumati. Doveva avere ottant'anni. E un'altra
volta abbiamo trovato un elefante a cui era stata asportata
una sola zanna. Respirava ancora.
Leela allontan la foto. Mio marito  un agricoltore,
non un macellaio. Non pi. Ha frequentato cattive compagnie.
Ha commesso degli errori, ma ha pagato. Sentiva
addensarsi nel petto un peso cattivo. Perch me
l'ha fatta vedere? Ce l'aveva a portata di mano nel cassetto
per puro caso, questa foto?
Apra gli occhi. Il viso di Madame era gradevole, la
sua voce ferrea. Suo marito era coinvolto in un traffico
di avorio tra qui e Dubai, i particolari sto ancora cercando
di raccoglierli. Ha ucciso di propria mano cinquantasei
elefanti...
Chi le ha dato questo numero? Il cretino voltafaccia
che l'ha denunciato?
...ma, vede, ad affascinarmi  la sua ultima uccisione.
Era appostato su un albero e ha sparato a un maschio
adolescente di circa otto anni. Un proiettile alla nuca, un
lavoro pulito, ma non abbastanza. Perch la madre  con
lui. La madre raggiunge il figlio morto. Gli tocca la proboscide
con la sua. Le madri lo fanno, per controllare se
i figli respirano. Ma non respira. Suo marito aspetta che
se ne vada, ma lei non se ne va. Rimane l, immobile, per
tutto il giorno e la notte, fino all'alba. E suo marito aspetta
sull'albero per tutto il tempo. E quando  chiaro che
l'elefantessa non se ne andr, Jayan spara anche a lei,
estrae le due zanne da cinque chili del figlio, taglia le due
code, e se ne va. Quello che mi domando sempre, per,
 questo: perch  rimasta? Senza dubbio sapeva che suo
marito era sull'albero. Si  esposta al suo tiro per un giorno
intero. Che cosa le passava per la mente?
Incerta sul senso della domanda, incerta su tutto,
Leela scosse la testa.
Madame si sporse in avanti. Forse pensava: So cosa
sei. E voglio guardarti dritto in faccia.
Una mosca si pos sulla foto dell'elefante senza volto,
zampettando qua e l come se stesse cercando una via
per infilarsi nel carnaio.
Chi pu dirlo? Madame si riappoggi allo schienale
della sedia con un'alzata di spalle. Ma tornando a
noi, s, credo anch'io che il complice di suo marito sia un
cretino voltafaccia. Troppo cretino per inventarsi una
storia del genere. E poi c'erano le zanne nel vostro capanno.
Cinque chili. Non molto, ma cosa si poteva pretendere
da un elefante di otto anni?
Leela affog lo sguardo nel t. Il passato  passato
sussurr. Perch lo vuole rivangare?
Perch lei non permetta che accada di nuovo. Pensi
al suo bambino. Leela chiuse gli occhi, ma la voce di
Madame penetrava il buio, fin nel suo cuore. Dovr essere
testimone delle azioni di suo padre? Pensi come
sar per suo figlio, cosa prover a incontrare il padre dietro
una rete da pollaio.
Non penso ad altro.
E allora?
Non so cosa si aspetta da me. Lui fa i suoi progetti
senza consultarmi.
Non le sto chiedendo di inventarsi una storia. Solo,
se dovesse scoprire qualcosa, me lo riferisca: nomi, compratori,
luoghi...
Lo sguardo di Leela and a posarsi sulle mappe alla
parete. Tutte quelle puntine rosse, verdi e gialle, quella
sordida costellazione. Ciascuna sembrava un crimine
commesso da suo marito, un peccato che lei non aveva
ancora scoperto.
Parl rivolta alle puntine, in un mormorio talmente
basso che Madame dovette sporgersi in avanti per sentire.
Se la aiuto, non lo toccher neanche con un dito.
Niente pestaggi, niente condanne. Minacciatelo, e basta.
Spaventatelo abbastanza da farlo smettere. Arrestatelo,
se dovete, ma solo per una notte.
Non voglio altri anni di vita di suo marito. I bracconieri
sono il gradino pi basso, a loro toccano le briciole.
Sbatterne uno in galera non ha alcuna rilevanza, come
strappare un fungo... Madame si interruppe. Mi scusi,
ho parlato senza riflettere.
Ma Leela aveva esaurito la rabbia. Rigirava il bicchiere
di carta e osservava il pesce nuotarci dentro, ancora
ignara di quanto fosse raro estorcere delle scuse a Madame.
Non si scusava mai, perch non sbagliava mai. Le
capitava di pentirsi di una decisione ma, se aveva deciso,
agiva, e in fretta.
Col passare delle ore, l'elefante morto emanava un tanfo
sempre pi forte, come se nell'aria si fosse aperta una ferita
disgustosa e infetta.
Buttai gi caff finch il mio stomaco non cominci a
lamentarsi. Nonostante ci, ero deciso a rimanere sveglio
per il nostro incontro con Alias. Saremmo partiti per
la caccia alle cinque del mattino.
Dato che Leela era fuori, mi diedi da fare a mungere
la mucca. Il ritmo del latte che tamburellava sul metallo
avrebbe anche potuto calmarmi, all'inizio, ma Bianchina
continuava a darmi codate in faccia come se fossi una
mosca fastidiosa.
Nel tardo pomeriggio vagai sulla terra dove due settimane
prima avevamo mietuto. Il suolo era friabile e bucherellato,
presto avremmo dovuto seminare di nuovo.
Da l vedevo tutti quanti gli acri di mia madre; ne avrebbe
lasciato met a ciascun figlio. E allo stesso modo io e
Jayan avremmo diviso i nostri appezzamenti per la generazione
successiva, e cos via, vivendo tutti gomito a gomito.
Sentivo che il mio futuro mi trascinava negli abissi
della terra. Pensai a mio fratello e a mio zio, ai verdoni e
ai contadini. Pensai agli elefanti e alle creature della foresta,
a tutti i loro occhi gialli, vendicativi. Combattano
pure per questo suolo, pensai. Il mio destino era altrove,
sicuro come il vitello diventa mucca.
Ma quanto potr essere brillante, il ragazzo che non
riesce ad arrivare in fondo al proverbio? Non tutti i vitelli
diventano mucche. Qualcuno finisce nel piatto.
Quella sera sentii Leela strillare contro mio fratello ancora
prima di essere uscito in veranda, dove mia madre
si era installata sulla poltrona di legno di mio padre. I gomiti
sui braccioli, le mani che ciondolavano impotenti.
Alz il vecchio sguardo triste a incrociare il mio e mi
chiese: Dove sei stato?
Nei campi. Dove altro?
Non lo so. Non so pi niente di te.
Finsi di non aver sentito l'ultima parte. Adesso perch litigano?
Ah fece lei, un grugnito di resa. Lui dice che se ne va. Lei dice che sar lei a lasciarlo per prima. Il riso si sta raffreddando.
Feci per entrare in casa, ma lei mi prese per il braccio.
Tu non te ne andrai, vero, Spago?
Non sentivo quel nomignolo da quando ero bambino, quando mio padre mi prendeva in braccio e dichiarava che pesavo quanto uno spago. Perch dovrei andarmene,
mamma? E dove, poi?
Non per me. Per Jayan. Promettimi di tenerlo d'occhio, quando non ci sar pi.
Tornai un passo indietro. A lui hai chiesto la stessa cosa? Di tenermi d'occhio?
Figlio mio, tu non hai bisogno di essere tenuto d'occhio come lui. Lui  sempre stato una peste, fracassava tutto, non aveva paura di niente. Credevo che la prigione l'avrebbe raddrizzato, ma ormai  impossibile. Trasal alle grida di Leela. La sera  sempre stata un brutto momento per me, non mi ha mai dato pace.
Le sue parole mi zittirono. Posai lo sguardo su un banco di nubi grigie, sperando che non vedesse la piet nei miei occhi. Non sopportava la piet.
Dimmelo, figlio mio. Promettimelo.
Le promisi che avrei tenuto d'occhio mio fratello. Ma
il suo viso rimase serrato dalla preoccupazione, le sue
mani si muovevano una sull'altra come creature distinte
in cerca di calore.
Pensi che sia stupida? grid Leela. Pensi che non
sappia dove vai?
Trovai mio fratello in camera sua. Si stava infilando
una camicia e guardava Leela con indifferenza, o piuttosto
guardava oltre Leela, come se non valesse la pena
soffermarsi su di lei.
Dove vai? chiesi.
Rispose lei, per lui. A incontrare i suoi amici fuorilegge.
A organizzare un'altra battuta di caccia di frodo.
Se l'unica cosa a cui tieni  l'elefante disse Jayan,
dovresti farti assumere dal Dipartimento forestale.
Lei esit. Io tengo al mio bambino. Che razza di padre
avr? Un padre che non rispetta la legge? Un bugiardo?
Che bugie avrei...
So che hai ucciso cinquantasei elefanti. Cinquantasei!
ripet a mio beneficio. Uccisi di sua mano. Tu lo
sapevi?
Non risposi. In verit non conoscevo il numero esatto,
ma mi ero guardato bene dal chiederlo.
Jayan ci volt le spalle e apr un cassetto. Chi te l'ha
detto? Una delle tue amiche di chiesa che non sanno tenere
la bocca chiusa?
E l'ultimo, poi, un cucciolo con sua madre. Per soli
cinque chili? Che razza di persona farebbe una cosa simile?
Jayan sbatt il cassetto tanto forte da crepare l'almari.
Il genere di persona che non spreca un paio di belle
zanne. Quei soldi te li sei goduti.
Certo, come no? E dove sarebbero queste montagne
d'oro, dove le hai nascoste? Nel capanno? Nel culo della
vacca?
Non parlare di cose che non sai.
So che ti considerano un cane, quelli per cui lavori,
chiunque siano. Anzi, meno di un cane.
Cercai di intromettermi. Stavolta non  cos, Leela,
non si tratta di quelli...
E tu disse trapassandomi con un'occhiataccia sei
un cretino, a seguirlo. Credi che lo faccia per noi? Per la
sua famiglia? No. Vuole cancellare il passato. Dimostrare
a tutti di essere un eroe.
Guardai il pugno di Jayan aprirsi e chiudersi, come
quello di mio padre, quando era sull'orlo della violenza.
Ma poi, per gradi, il fuoco si plac e Jayan si ritir in se
stesso, dove le parole di Leela non potevano raggiungerlo.
Vieni, Manu disse. Alias ci aspetta.
Leela si rivolse a Jayan. Alias? Chi  Alias?
Manu, andiamo.
Aspetta. Fece un passo verso di me con un'espressione
che diceva: Non devi andarci, non devi fare tutto
quello che dice lui. Ci eravamo mantenuti a una distanza
impacciata - n vicino n lontano - e Jayan pass in mezzo.
Incrociai lo sguardo di Leela. Mi sfugg un sospiro dispiaciuto.
Vai, allora grid la sua voce alle mie spalle. Segui
tuo fratello fino a Mysore. Vedi se ti piace avere i bracciali ai polsi.
Mentre camminavamo, le sue parole mi rigiravano in testa.
Aveva pronunciato il mio nome con un viso infantile
e sciupato dalla preoccupazione; e cosa dovevo sembrarle,
se non un traditore? Ma cosa si aspettava? Era naturale
che due fratelli, procedendo fianco a fianco, si trovassero
in sintonia. E poi, visto il giuramento che avevo
fatto alla mia povera madre e tutti gli anni della nostra
fratellanza, come avrei potuto tradire il mio sangue?
D'un tratto, Jayan si lanci in una discussione a senso
unico. Se le avessi sparato nel didietro, si sarebbe buttata
la terra sulle ferite e mi avrebbe caricato. Oppure sarebbe
scappata. Dopo un attimo di confusione, capii
che parlava dell'elefantessa. Poi per sarebbe tornata
mentre prendevamo le zanne. Tornano sempre.
Il passato  passato gli dissi, o un'altra stupidaggine
del genere. Ma dal suo silenzio capivo che non sarebbe
mai passato, che sarebbe rimasto per sempre presente,
ora che Leela sapeva.
La luna era l'occhio di un morto, rovesciato all'indietro
e bianco. A quell'ora per strada c'erano solo uomini,
andavano a incontrarsi con gli amici o a corteggiare qualche
guaio. Prima della morte di Raghu, ero cos anch'io,
svelto, spensierato. Sul mio orizzonte non c'erano elefanti
assetati di sangue.
Un autobus espresso si avvicin tuonando nel buio,
gli abbaglianti accesi, e nonostante mi fossi scansato per
far passare molti autobus simili, vedendo quello, che ci
caricava muggendo e sul parabrezza aveva un cartello
- PARUMALA THIRUMENI PREGA PER NOI -, il mio cuore part
al galoppo e non rallent finch i fari non mi inondarono
di biancore, lasciandomi irrigidito.
Manu.
Mi accorsi che Jayan mi stava fissando. Era qualche
passo pi avanti, perplesso. Si pu sapere perch ti sei fermato?
Il Vendicatore  veloce come quello?
Come cosa?
L'autobus.
Jayan scrut il mio viso, cercando di dare un senso alla domanda. Forse. Come faccio a saperlo?
Credevo che sapessi tutto.
Sospir, come se fosse gi addolorato per il casino in
cui ci avrebbe cacciato. (Ah, se ne avesse previsto anche
solo la met!) Hai fatto confusione. Mi punt un dito
sul petto. Eri tu il genio. Quello che avrebbe fatto grandi
cose, sicuro come il vitello diventa mucca.
La frase mi fece sorridere.
Quello che se ne sarebbe andato da qui. Come voleva
lui. Capitava di rado che Jayan riesumasse nostro
padre dalle sue ceneri senza appioppargli un insulto.
Aveva puntato tutto su di te. L'unico che avrebbe combinato
qualcosa di buono.
Distolsi lo sguardo da mio fratello, risplendendo sotto
la luce delle sue parole. Alla fine, come sempre, ci trovammo in sintonia.
Ti ricordi cosa diceva di me? Jayan  utile come un
letamaio, anzi meno.
Almeno il letame fa crescere le cose.
Jayan ridacchi. Eravamo stranamente rinfrancati dagli
insulti di nostro padre. Scivolammo ciascuno nei propri
pensieri, sullo sfondo il gracidio scatenato delle rane notturne.
Mi ricordo la volta in cui mi hai insegnato a sparare gli dissi.
Io?
Nella foresta. Hai messo una bottiglia di plastica su
un tronco. Mi hai fatto appoggiare il pezzo dietro...
Il calcio.
Il calcio contro la spalla. Mi hai detto di inspirare,
trattenere il fiato e poi tirare il grilletto. Inspira, trattieni,
spara. Mi ero dimenticato di appoggiare il calcio. Un secondo
dopo ero sdraiato sulla schiena e guardavo in aria,
gli alberi, e tu continuavi a ripetere: L'hai preso, l'hai preso!
Era stato uno dei momenti pi felici della mia vita,
non quello in cui avevo colpito il bersaglio, ma quello in
cui mio fratello aveva pronunciato il mio nome. Mi aveva
chiamato, con sorpresa e orgoglio, come se volesse rivendicare che ero suo.
Jayan sbuff. A quanto ricordo, avevi la mira di un cieco.
Ti dico che avevo colpito il bersaglio!
Ne dubito fortemente.
Me lo ricordo insistetti. Me lo ricordo benissimo.
...
.
...
L'elefante.
...
.
...
Il Vendicatore non si sarebbe mai abituato al camion. Lo
faceva sobbalzare sulle strade che portavano alle celebrazioni
e alle funzioni, ai matrimoni e ai raduni, mentre
auto e motocicli sbandavano dappertutto in una striatura
rossa di clacson. Sul camion il terreno gli brontolava
sempre sotto le zampe, come se si stesse avvicinando una tempesta.
A volte, quando attraversava un villaggio a piedi, la gente
usciva sulla porta con dolci e frutta. Quelli non gli dispiacevano,
ma la folla, la folla vorticosa, lo inghiottiva
nella sua calca, gli piazzava leccornie sotto il naso. Tap,
tap, tap faceva la sua proboscide, benedicendo ogni pelata
e ogni cupola impomatata che gli si avvicinava. I genitori
sospingevano verso di lui i figli, cosette intimorite e
sottili come ramoscelli, che si portavano dietro un odore brutale.
Le moltitudini premevano con il loro timore reverenziale,
il loro bisogno. Il Vendicatore le avrebbe sopportate
meglio con Parthasarathi al fianco, ma l'elefante pi anziano
era scomparso tre giorni prima, trasportato via su
un camion. In ogni posto nuovo, il Vendicatore annusava
l'aria alla ricerca di una traccia di Parthasarathi, che
per non si presentava n alla vista n all'olfatto.
Pesante il cuore e pesante il fardello, che ora portava da
solo. Il pensiero di dove si trovasse Parthasarathi non lo
lasciava mai e durante il musth lo precipitava nell'angoscia.
Il musth era il momento buio. A intervalli di qualche
mese il Vendicatore restava folgorato, il suo corpo vivido
di rabbia, ansante per l'impulso di correre e fracassare
tutto, fino all'ultimo uomo e all'ultima piantina. Il Vendicatore
aveva quindici anni, l'et in cui nella foresta si
sarebbe separato dal suo clan per unirsi ai maschi, che
gli avrebbero insegnato come caricare e quando ritirarsi,
come attirare una femmina lontano dal suo clan (o come
leggere il suo rifiuto), e come affrontare il musth.
A casa di Sabu degli Elefanti, quando il Vendicatore veniva
preso dal musth, i pappan lo tenevano incatenato
fra due alberi. Le catene erano pi strette della changala
che di solito gli cingeva la zampa; quella davanti legata a
quella dietro, non poteva fare un passo. Il cibo compariva
in una mangiatoia o gli veniva gettato da lontano dai
pappan, che restavano fuori dal suo campo visivo.
Quando viaggiavano, il Vendicatore subiva gli agguati
del musth pi spesso del normale. Una volta era successo
a un matrimonio. Stava portando lo sposo in un corteo
sguaiato e nel giro di un attimo si era ritrovato a sradicare
un gruppetto di alberi di limone, con i suonatori
di tamburi e i danzatori che fuggivano da tutte le parti
come formiche, mentre lo sposo si aggrappava ai fianchi dell'howdah e strillava.
Con la zampa davanti e la zampa dietro incatenate tra
due alberi, il Vendicatore guardava il sole attraversare
lento il cielo. Gli alberi grondavano ombre. Fiut la
gomma di pneumatici di passaggio, il muschio polveroso
dell'uccello posato sulla sua groppa a beccare moscerini.
Ai vecchi tempi, il Vecchio si sarebbe accovacciato a terra
accanto al Vendicatore, dandogli le spalle mentre l'elefante
si infilava in bocca le foglie accartocciate. Aveva
imparato a memoria la forma della spina dorsale del
Vecchio, la fila di ciottoli che scendevano uno dopo l'altro.
Di tanto in tanto, il Vecchio canticchiava.
Ma il Vecchio non dava pi le spalle al Vendicatore.
Aveva gli occhi deboli; aveva perso peso, pareva uno degli uccelli sulla sua groppa.
Senza nessuno a placarlo, il Vendicatore ricorreva ai ricordi.
La sua mente ripassava i musi e gli odori che aveva
conosciuto da cucciolo, il guizzo della coda di un cugino,
l'alito di latte rancido della sorellina, un mucchio di
costole di elefante che ancora riecheggiavano un flebile
odore di carne. Per ore se ne stava quieto, ricadendo nel
passato come una foglia che aleggia fino a posarsi a terra
nella foresta. Quei pensieri lo staccavano dai due alberi,
lo trascinavano dentro se stesso, lo portavano a casa.
Ci volevano due giorni perch si riprendesse dal musth,
dieci minuti per caricarlo sul cassone aperto del camion
e sferragliare verso una nuova destinazione. Quando
scendeva la sera, l'odore degli altri elefanti lo inondava
da cento metri di distanza. Era quasi a casa.
Sollevato, pensava ai giorni che sarebbero venuti, all'ordine
ripristinato. Avrebbe dormito cullato dal russare di
Parthasarathi. Lui e Parthasarathi si sarebbero messi al
sole mentre il Vecchio gli lavava con la canna dell'acqua
i fianchi, le zampe e la pancia, i pappan l'avrebbero strigliato
con un guscio di cocco e lui sarebbe precipitato in un sonno senza fondo.
Mentre il camion si avvicinava rumoroso al suo box, il
Vendicatore colse uno strano odore proveniente da
quello di Parthasarathi, dove non c'era traccia di Parthasarathi.
I pappan saltarono gi dalla cabina, si stiracchiarono.
Il Vendicatore allung la proboscide in direzione
del box di Parthasarathi e si ritrasse dinanzi a quell'odore
estraneo. Il tanfo di un forestiero.
Il Vendicatore si immobilizz, travolto da una valanga di
epifanie. Avevano portato via Parthasarathi. Al suo posto
avevano messo un altro elefante. Parthasarathi non c'era pi.
La sua proboscide si abbatt sull'abitacolo del camion.
Colp con tutte le sue otto tonnellate, sordo ai richiami
dei pappan e ai brontolii degli altri elefanti, le grida gli
riempivano i polmoni come acqua, finch rimase senza fiato.
Lo rinchiusero per ore nel camion, senza cibo. Quando
fu privo di forze, lo condussero al suo box sotto lo sguardo
di Sabu degli Elefanti, con il Vecchio che faceva strada emettendo suoni dolci.
A un certo punto, impaziente, Romeo stratton la catena.
Il Vendicatore lo sbatt a terra. Per l'elefante il gesto fu
poco pi che un buffetto; per Romeo, un colpo che lo
fece cadere come un sacchetto di sabbia. Tutti i pappan
ammutolirono per il terrore. Il Vendicatore avvert una
flebile vampa di angoscia finch il Vecchio riprese a
muggire come se non fosse successo nulla di male e non
si profilasse alcuna punizione.
Sabu degli Elefanti disse qualcosa a Romeo, scoprendo i denti, minaccioso.
Romeo si allontan di soppiatto, mesto e avvilito.
Non riuscendo a dormire, il Vecchio si alz dalla branda
e and a controllare il Vendicatore.
L'elefante era una sagoma immobile in piedi tra le quattro
pareti del box. Il Vecchio si tenne a distanza, non sapendo
dire se dormisse. Come una filastrocca gli giunse
l'ammonimento di suo padre: Elefante che dorme in piedi, elefante sofferente.
Avrebbe potuto mollare un ceffone a Romeo per aver irritato
in quel modo il Vendicatore, ma a che serve prendersela
con un buffone sdentato? Se il Vendicatore era
ridotto cos la colpa era di Sabu degli Elefanti. Era lui
che gli assegnava troppi eventi, infilandone uno dopo
l'altro come fiori su una ghirlanda. Ce la metteva tutta
per rifarsi del denaro che aveva speso per acquistarlo e
di quello che aveva perso con il suo amato Parthasarathi.
Il vecchio Parthasarathi viaggiava nel retro di un camion,
il cui solito conducente era rimasto a casa con l'influenza.
Al posto suo, aveva mandato i figli incauti e fradici di
rum. I ragazzi avevano preso una buca a tutta velocit,
mandando l'elefante a sbattere la testa sulla cabina. Un
po' di tempo dopo, un taxi si era affiancato al camion;
l'autista gridava sporgendosi dal finestrino: Accosta,
accosta! L'elefante ha qualcosa, sta barcollando!
Non appena avevano frenato, Parthasarathi era caduto in ginocchio, addormentato.
Mettere un altro elefante nel box di Parthasarathi era
stata un'idea di Sabu, come possibile antidoto alla solitudine
del Vendicatore. Anche Sabu era triste per la perdita
del suo animale preferito, la cui fotografia teneva sempre
con s. Cancell gli impegni di Parthasarathi, restitu
le cauzioni. Fece causa ai fratelli beoni e si prepar ad affrontare
l'inchiesta per crudelt contro gli animali avviata
dal Dipartimento forestale.
Con l'acquisto del Vendicatore, Sabu degli Elefanti aveva
pregustato un futuro dorato, ma ora ogni perdita gli
pesava come un sasso in tasca. Sua moglie premeva perch
assegnasse pi lavoro al Vendicatore. Che senso aveva,
insisteva, tenere un cos bell'esemplare a casa?
Quindi Sabu degli Elefanti noleggiava il bell'esemplare
ai templi e alle chiese e ai cortei nuziali, perfino ai raduni
politici, sia del Congresso sia dei marxisti, purch gli organizzatori
pagassero. Alcuni di quei ciarlatani da strapazzo
rabbrividivano alla quantit di panna e acqua che
dovevano fornire e certe volte nemmeno per i pappan
c'era un pasto decente. Mani-Mathai non si lamentava,
sebbene il suo stomaco gorgogliasse per protesta. Romeo
minacciava regolarmente di licenziarsi.
Quando il Vecchio cercava di far ragionare Sabu degli
Elefanti, gli toccava sorbirsi un lungo discorso sui costi
del settore: anche solo l'acqua, le medicine, il conto del
veterinario! Trenta bottiglie di glucosio per il blocco intestinale
di Parthasarathi, pi quattro bottiglie di aminoacidi
in endovena... non c'era nemmeno da provare a
guadagnarci... solo cercare di sopravvivere...
Nel frattempo l'elefante aveva preso l'abitudine di ciondolare
la testa pi del solito, al ritmo di una melodia cupa e vorticosa.
Alcuni degli altri pappan prendevano precauzioni, mettendo
di nascosto oppio nel mangime degli elefanti per
intontirli durante il musth. Il Vecchio non arrivava a tanto,
non ancora, sebbene il silenzio del Vendicatore gli ricordasse
la dolcezza dei primissimi tempi all'anakoodu,
quando il cucciolo oscillava tra questa vita e la prossima.
Allora il cucciolo si era attaccato al Vecchio e col tempo
erano diventati due met di un'unica conversazione. Ora
l'elefante sembrava chiuso in una stanza separata.
Di tanto in tanto lo assaliva il ricordo del consiglio di
Appachen: cercarsi un altro lavoro, qualsiasi lavoro. Il
Vecchio si era rifiutato; quella era la tradizione da cui era
nato, una via conosciuta, spianata per lui dalle generazioni
precedenti. Era intenzionato a tenerla aperta, a costo di essere il solo.
Sciocchezze, gli aveva detto suo padre. Ormai nessuno
vuole pi fare il pappan, nemmeno i pappan. Si guadagna
di pi a pulire i cessi. E i cessi non ti ammazzano.
Nel cielo sopra di lui imperversavano le stelle, eppure il
Vendicatore non riusciva a dormire. Sentiva un ribollire
sotto la pelle, un dolore alle zanne, finch la brezza gli
port l'odore del Vecchio. Quella presenza invisibile,
per quanto breve, era come un palmo saldo sul fianco del Vendicatore.
A poco a poco l'odore del Vecchio svan, mentre il raschio
dei suoi passi si allontanava.
Qualche attimo dopo, nel buio si rivers un altro odore.
Il Vendicatore distinse l'inquinamento chimico, il tanfo
liquoroso che riempiva la bocca come un frutto cattivo.
Romeo emerse dall'ombra. Entr nel box del Vendicatore
e si mise a trafficare. Il Vendicatore sent i ceppi che
gli legavano insieme le zampe davanti e quelle dietro.
Qualcosa non tornava: veniva incatenato in quel modo
solo durante il musth e in presenza del Vecchio. Dov'era il Vecchio?
Finito di incatenarlo, Romeo gli si piazz davanti. La sua
sagoma scura oscillava. Il Vendicatore non riusciva a vederlo
chiaramente, n lui n il forcone che teneva in
mano, eppure sent il mondo intorno a s serrarsi, una
pressione montare dentro la sua testa.
Il pappan infilz la zampa del Vendicatore. Poi il dolore
gli incendi il fianco, caldo e folgorante.
Lo stesso dolore lo sconvolse dove la pelle era pi tenera,
dietro l'orecchio e sotto la coda, poi sul fianco e sulla
pancia. Tra un dolore e l'altro non c'era interruzione,
non c'era tempo per lasciar respirare il bruciore, solo dolore
e ancora dolore, mentre il pappan latrava assurdit,
e la sua pelle trasudava un aroma di alcol e acidit. Il
Vendicatore si ritraeva, rimpicciolendo, rimpicciolendo
fino a tornare cucciolo, cercando di nascondersi dalle
mani che lo strappavano a sua madre. Sembrava non finire
mai, quella foschia di latrati e pugnalate, finch, finalmente,
il Vendicatore fiut la speranza che fioriva dall'oscurit.
Il Vecchio russava magnificamente, riusciva a dormire
anche se c'era tempesta. Mani-Mathai, intanto, cercava
rifugio sotto il cuscino. Bastava un esile gocciolio attraverso
il tetto a impedirgli di chiudere occhio per ore,
perci accorse alle grida dell'elefante. E quello che vide
e sent lo lasci fermo, pietrificato nel buio.
 questo che vuoi?  questo?
A ogni domanda, suo zio infilzava il fianco dell'elefante.
La mente svuotata, Mani-Mathai lasci passare due colpi
prima di scagliarsi in avanti e mollare un calcio dietro le
ginocchia a suo zio. Romeo, stordito dall'alcol, si mise ad
agitare braccia e gomiti, ma un colpetto nel costato lo
costrinse in posizione fetale, le mani sul viso.
Sollevandosi, Mani-Mathai fu inondato dall'antica paura di padri e frustate.
Romeo si alz, vacill, la mano sul fianco, la voce stridula
di incredulit. Mi hai rotto una costola, stupido animale!
Lo dico a Sabu Sir. Domani mattina gli racconto tutto.
E diglielo!, lo sfott suo zio. Ti dir che si fa cos! Noi
dobbiamo domare le bestie! Credevi che le conquistassimo
con le caramelle? Credi che il Vecchio faccia qualcosa di diverso?
Lui non lo farebbe.
Tu lo difenderesti fino alla morte. Ma chi difender te, se
la bestia ti carica?
Il ragazzo guard l'elefante. Aveva dei conati di vomito,
oppure stava annuendo, non riusciva a capirlo.
Romeo fece un respiro profondo e doloroso, prima di
parlare. Adesso ti dico una cosa. Tu vuoi essere amico
dell'elefante, ma non puoi essere amico e padrone insieme.
Un elefante non  una mucca o un cavallo, non lo si
pu addomesticare fino in fondo. Una parte di lui sar
sempre selvaggia. E la parte di cui non ti puoi fidare, la
parte che devi domare e ricominciare a domare, in continuazione.
Mani-Mathai fissava il forcone caduto a terra. In segreto
aveva sempre voluto che suo zio gli parlasse cos, da pari
a pari, non come se fosse una seccatura. Ma non erano
quelle le parole che voleva sentire, anche se contenevano
un briciolo di verit; perch facevano male.
Questo  il nostro lavoro, disse Romeo.  questo che facciamo.
Chi  che comanda, tu o lui?
Il ragazzo raccolse il forcone, lo soppes. Vattene, disse.
Che cosa? Ma non mi hai nemmeno ascoltato?
Vattene!, ripet Mani-Mathai, sferrando un colpo allo zio. Lo manc di pochi centimetri, ma bast a far fuggire Romeo nella notte.
...
.
...
La documentarista.
...
.
...
L'odore di putrefazione si diffondeva per chilometri, penetrando
nelle finestre, sfondando i muri. Si annidava
nel naso e scavava in profondit, inutile respirare con la
bocca, mentre andavamo dritti verso il nucleo rovente.
Teddy era seduto al posto del passeggero, la telecamera
fissa su Ravi, accasciato nell'angolo opposto. In mezzo
era seduto Bobin, le ginocchia ritratte, rigido come se
toccare il mio microfono a giraffa fosse sconveniente.
Buttai l una domanda ovvia, solo per farli parlare - Allora,
dove stiamo andando? - e Bobin si astenne dalla
conversazione appoggiandosi allo schienale.
Ravi aveva l'aspetto svogliato e smunto di un carcerato.
Non era dell'umore giusto per rispondere, a maggior
ragione se era la stessa domanda a cui aveva risposto
nemmeno due minuti prima quando, purtroppo, la telecamera
era spenta. Andiamo a fare l'autopsia a un elefante
morto, a Sitamala. Lo scopo  stabilire la causa del
decesso e, se si  trattato di bracconaggio, recuperare il
proiettile e presentare denuncia alla polizia.
E se il proiettile non si trova?
La polizia non ci perder tempo. Le autorit fanno
affidamento su di me, per trovarlo. Aspettai, dando
modo a Ravi di seguire il corso dei suoi pensieri. La
cosa peggiore  quando il proiettile  nel cranio. L'interno
del cranio  tutto gallerie e cavit, come un alveare.
Rimbalza di qua e di l, pu finire dappertutto...
Secondo te  lo stesso elefante che ha ucciso il ragazzo a Sitamala?
No. Te l'ho gi detto. Si pass una mano sul viso.
Il Vendicatore  un maschio di pi di tre metri, alla
spalla. Questo  pi piccolo, lo si deduce dalla circonferenza
dell'orma. Non c' nessun legame.
Ma non c' dubbio che sia stato il Vendicatore a uccidere
il ragazzo a Sitamala.
Sembrerebbe, ma... Scosse la testa.  strano che
sia tornato da queste parti, dopo tanti anni.
Potrebbe c'entrare il bamb, come ci avevi spiegato.
S,  possibile. O magari sa che volete riprenderlo e
la cosa lo fa ammattire.
Bobin si lasci andare a un raro sorriso. Teddy si sofferm
sul viso di Ravi per un attimo, stava per abbassare
la telecamera, quando chiesi: Hai mai visto il Vendicatore?
Stavamo facendo una curva e un ciuffo di erba alta,
che cresceva praticamente orizzontale sul fianco della
collina, entr dal finestrino aperto di Ravi. Sovrappensiero,
lui pass le dita tra gli steli. Tanto tempo fa. Allora
si chiamava Sooryamangalam Sreeganeshan. Era il pi
famoso elefante dei templi. La sua foto era sui calendari,
sulle cartoline; parlavano addirittura di usarlo per un
film.
Ero andato a vederlo a una festa religiosa, con tutta
la famiglia. Avevano stipato nove elefanti in un tempio
dove ce ne sarebbero stati tre. Lo spazio era talmente ridotto
che gli animali si appoggiavano l'uno all'altro, ed
essendo il pi alto Sooryamangalam Sreeganeshan si trovava
in mezzo. Per tutta la durata delle benedizioni e
delle preghiere aveva ciondolato la testa. Chiesi a mia
madre perch lo facesse. Lei mi disse che era contento,
sentiva una canzone nella sua testa. Ve lo immaginate?
Solo un bhranthan ciondolerebbe la testa in quel modo.
Un bhranthan?
Perso nei suoi pensieri, Ravi guardava fuori strizzando
gli occhi, come se in lontananza ci fossero tutti e nove
gli elefanti che ciondolavano la testa.
Un pazzo chiar Bobin.
L'elefante morto incombeva enorme e irreale, come un
carro allegorico mezzo sgonfiato, crollato sulle gambe ripiegate,
gommose. Il mento era posato a terra, la proboscide
allungata, gli angoli della bocca rialzati in un sorrisetto perverso.
Per prima cosa Ravi e Bobin si slacciarono l'impermeabile.
Si misero grembiuli di plastica, agitarono le dita
per infilarle nei guanti. Un altro assistente, come precauzione
supplementare, si ficc in testa un casco da motociclista.
Individuarono e fotografarono la bruciatura annerita
attorno al foro del proiettile, sul fianco dell'elefante, dietro
la spalla sinistra. Ma il proiettile era penetrato in profondit,
una libellula sepolta chiss dove in quella massa di carne.
Teddy strinse su Ravi che infilava un bastoncino nel
foro, cercando di stabilire la traiettoria. Bobin brand un
metal detector, fendette l'aria sopra la ferita, finch
l'apparecchio cominci a bippare febbrilmente. Su quel
punto, Ravi tracci una T.
Con un coltello X-Acto, Ravi ritagli un quadrato di
cute, spessa come uno zerbino, e la asport. Sotto c'era
uno strato lucido di grasso e muscolo, venato di rosa, e al
centro il buco bruciacchiato, come una stella nera che
avesse perforato la carne, muovendosi a spirale, creando
man mano una scia di condensazione sempre pi larga.
Io e Teddy ci avvicinammo. Il tanfo di pus mi riemp la bocca.
Cominciarono a segare il fianco dell'animale, il rumore
sembrava una cerniera che va su e gi. Con l'aiuto delle
pinze, afferravano e recidevano il muscolo sottostante
in grosse fette luccicanti, grondanti sangue. Tagliarono
attorno agli enormi palloni umidi degli organi, ispezionarono
il garbuglio meduseo dell'intestino tenue, cavolfiori
di grasso calcificato.
Passarono ore e ancora niente proiettile.
Alle quattro il caldo aveva cotto il fetore fino a nuovi
apici. Io e Teddy ci stavamo allontanando dalla carcassa
per prenderci una pausa e cambiare i nastri, quando la
signora Hakim discese, fazzoletto alla bocca, uno stretto
terrapieno, seguita da un funzionario della Forestale con
distintivi scintillanti e baffi sottili come una ferita da coltello.
Supervision la scena - carcassa, Ravi, Bobin, guardie
- finch il suo sguardo privo di colore si pos su di
noi. La salutai con la mano. Mi ignor.
Interrompendo l'autopsia, la signora Hakim chiam
da parte Ravi. Si consult con lui a bassa voce e Ravi annu
in risposta finch la donna disse qualcosa che lo fece
smettere. Studi il viso di lei, poi il terreno, apparentemente
a corto di parole. Restarono cos, sospesi, non pi
una scena ma un fermo immagine di qualcosa di fondamentale,
qualcosa che ci saremmo persi del tutto se Teddy
non si fosse sbrigato con il nastro.
Non appena ci alzammo per raggiungerli, la discussione
termin. La signora Hakim e Ravi andarono ciascuno
per la propria strada, lui alla carcassa, lei verso di noi.
Teddy, Emma. Sfoder un sorriso perentorio. Sarete
stanchi. Lasciate che vi riaccompagni al centro.
Lanciai un'occhiata a Teddy, eravamo entrambi riluttanti.
A dire il vero... preferiremmo restare finch non avranno finito.
Stanno finendo, su mia richiesta.
Allora ci facciamo dare un passaggio da loro ribattei.
No, devono passare a lasciare i campioni di tessuto
al laboratorio e poi venire da me per una riunione.
Potremmo filmarla sugger Teddy. La riunione
sarebbe un'occasione per...
No disse la signora Hakim, aggiungendo una smorfia
benevola, come se la addolorasse interromperlo.
Niente telecamere alla riunione.
Allora finisce qui? chiesi. Niente proiettile? Ci arrendiamo?
La signora Hakim annu, stranamente serena nonostante l'esito.
Guardai Ravi, in bilico in cima a una scaletta, le braccia
rivestite fino al gomito di poltiglia. Si interruppe un
attimo per gridarci: Andate. Ci vediamo al centro.
Riprendemmo la signora Hakim mentre ci diceva che
il proiettile non era stato recuperato, che la carcassa sarebbe
stata sorvegliata per tutta la notte e seppellita l'indomani.
Non appena Teddy spense la telecamera, ci indic
di seguirla. Adesso venite, per piacere.
L'odore  troppo forte.
Dopo meno di mezzo chilometro, Teddy insistette per
fermare la jeep e montare il treppiede per un'ultima ripresa:
la brusca impennata violetta delle montagne, la
collina dell'elefante morto in primo piano. Per il resto
del tragitto, cerc di adescare la signora Hakim con domande
che lei accolse impassibile come un muro. Io restai
in silenzio, covando la sensazione che ci fossimo persi
un passaggio cruciale della storia e che la signora
Hakim sarebbe stata l'ultima persona a rivelarcelo.
La mattina dopo, al centro, Ravi era introvabile. Gli lasciai
quattro messaggi, cominciando rilassata e curiosa
ma spiraleggiando poi verso l'insistenza. Saltai la colazione,
mettendomi a loggare il girato, tanto per tenermi occupata.
Teddy arriv senza fretta e si butt sul mio letto, riuscendo
a malapena a contenere un rutto. La mamma di
Bobin ci ha fatto le polpette.
Premetti la barra spaziatrice, fermandomi su un'inquadratura
di Ravi a met di una frase, le labbra contratte.
Normalmente avrei colto al volo l'occasione di avere
delle polpette: il guscio di pangrattato croccante, la carne
macinata calda. Ma avevo lo stomaco chiuso dal nervoso.
Adesso non ce la faccio a mangiare.
Perch non ti rilassi?
Sono rilassatissima.
La tua gamba no, ha le convulsioni.
Immobilizzai la gamba. Secondo te, cosa ci nasconde?
Qualcosa di buono, spero. Cos' che ti innervosisce tanto?
Sarebbe bello sapere se  sincero con noi.
Magari non  una persona sincera. E magari  questo
che lo rende un personaggio interessante.
Per me per era pi di un personaggio. E sentivo di
meritarmi la verit; la sua sincerit sarebbe stata un segno
di rispetto, la prova che ero indimenticabile, non un
diversivo in un momento di stanca lavorativa.
Emma, tutto okay?
Sbattei le palpebre guardando lo schermo. Questa
ripresa  leggermente sottoesposta, buia.
Teddy si gir sul fianco, strizzando gli occhi. S.
Merda. Tutto quel muro bianco sullo sfondo. Avrei dovuto lasciarne fuori un po'.
Questo pezzo  una chicca. Premetti la barra e Ravi si anim.
...cos l'animale pi temuto dall'uomo primitivo era l'elefante
con il dente rotto. Erano le creature pi arrabbiate,
pi irritabili, pi inclini a compiere atti di violenza. Quindi,
secondo voi, perch l'uomo primitivo scelse di adorare
Ganesh, un elefante con un dente rotto? Perch paura e
adorazione sono due facce della stessa medaglia.
Mezzogiorno circa: il cigolio rugginoso del cancello.
Teddy balz dal letto, dove si era perso nei suoi pensieri
cercando di leggere un volume sulla realizzazione di documentari
nell'era digitale, nemmeno una pagina girata
nell'ultima mezz'ora. Afferrammo l'attrezzatura, ci precipitammo fuori.
La sala visite disse. E prima che potessi proporre di
andare incontro alla jeep di Ravi, si avvi.
In sala visite non c'era ancora nessuno quando piazzammo
la telecamera nell'angolo pi lontano dall'ingresso.
Per prima cosa viene sempre qui sussurr Teddy.
Dovremmo dirgli che lo stiamo filmando.
Verr bene, se lo prendiamo in un momento privato.
Ma  quasi un'imboscata...
Teddy mi zitt come una maestrina e mi disse di tenere basso il microfono.
Mentre aspettavamo mi torn in mente Helen Levitt
che scattava a New York armata del mirino angolare che
le permetteva di sbirciare dietro le spalle altrui. Di solito
le spalle fragili dei bambini.
Ravi non ci vide subito. Lasci cadere la borsa sul
bancone. Si accasci su una poltrona contro il muro, i
gomiti sulle ginocchia, le mani abbandonate. Il suo
sguardo sembr vagare per chilometri, per minuti, senza
che sbattesse le palpebre. Con la coda dell'occhio mi accorsi
che Teddy zoomava, chiudendo su di lui, e il suo
gesto suscit in me un piccolo spasmo di lealt. Mi schiarii la gola.
Ravi alz gli occhi di scatto e ci vide. C' una foto di
Helen Levitt, me la ricordo, in cui una bambina sembra
respingere le attenzioni della fotografa. Una ragazzina
accigliata di forse quattordici anni, gli occhi cerchiati,
una ruga di disprezzo tra le sopracciglia. Incrociando lo
sguardo di Levitt, prova diffidenza, avversione. Era esattamente
lo stesso sguardo che ci stava riservando Ravi.
Che diavolo ci fate qui?
Volevamo riprenderti mentre entravi gli dissi, sottraendomi
all'occhiataccia di Teddy. Abbiamo pensato
che saresti stato pi autentico. Se non avessi saputo che c'eravamo.
Ravi and al lavandino. Spegni. Adesso non ho voglia
di averla puntata addosso.
Ting! E la telecamera chiuse il suo occhio lascivo.
Io e Teddy restammo l, senza pi uno scopo, una
coppia imbarazzata che fa tappezzeria. Ignorandoci,
Ravi apr la cerniera della borsa e tir fuori un involto di
lame che srotol sul bancone accanto al lavandino. Argento
opaco su feltro scarlatto. Guardai meglio: alcune lame erano tinte di sangue.
Aspetta dissi, mentre Ravi continuava a muoversi,
aprendo il rubinetto, regolando il getto in modo che
tamburellasse leggero sull'acciaio. Torni adesso dall'autopsia?
S. Stamattina abbiamo trovato il proiettile.
La stessa autopsia che stavi per concludere ieri?
Si strofin una saponetta sulle mani e annu.
Ma Samina ha detto che stamattina avreste seppellito la carcassa.
Fissai la sua nuca, il folto turbine dei capelli. Ho deciso
di continuare a cercare. Ve l'ho detto, il proiettile  molto importante.
Perch non mi hai svegliato? Mi resi conto che mi
era uscito un tono acuto, ma ero troppo infuriata per
preoccuparmi di come Teddy avrebbe interpretato la
domanda. Perch non ci hai portato con te?
Ieri avete filmato tutto il giorno rispose Ravi. Ho pensato che foste stanchi.
Grazie per la premura.
Che problema c'? E un bene che l'abbia trovato.
E la riunione con Samina? Perch non potevamo venirci?
Teddy si intromise, con una voce armoniosa e gradevole.
Cosa ne dici se ti riprendo mentre pulisci gli strumenti,
Ravi? Ti va?
Ravi acconsent con un'alzata di spalle. Pass ogni
lama sotto l'acqua e la pul strofinandola con uno straccetto.
Teddy riprese i rimasugli rossi che mulinavano
verso lo scarico. Alla fine lo convinse a raccontare che
aveva trovato il proiettile, gli fece ripetere quella cosa
della testa che sembra un alveare. In tutto quel tempo,
Ravi non mi guard nemmeno per un istante, si limit a
infilare, con precisione, il coltello X-Acto nel suo fodero.
...
.
...
Il bracconiere.
...
.
...
L'ultima cosa che ci restava da fare prima della battuta di
caccia dell'indomani era incontrarci con Alias in una sala
da t. Diversi uomini erano stravaccati sui lunghi tavoli
di legno, in mezzo al caos di briciole e tazze di vetro, alcune
piene di chai e altre illuminate da candele la cui luce
danzava sulla lamiera corrugata del soffitto. Le mosche
roteavano attorno all'unica lampadina, sotto la quale si
trovava un calderone annerito e sferzato dalle fiamme.
L'aria era appesantita dall'odore di pastella fritta, ma
per una volta mio fratello non aveva appetito. Ci sedemmo
all'estremit libera di un tavolo e ci mettemmo a parlare
a bassa voce. Non riuscivo a evitare di fissare i monconi
raggrinziti del nostro compare, un samosa serrato
dalle tre dita superstiti. Le sue vibrisse luccicarono di
unto quando mi indic con il capo. Lui  il terzo?
Mio fratello rispose Jayan.
Ci serve un quarto.
No. Solo noi tre. La roba pu portarla tutta Manu.
Alias mi squadr dall'alto in basso, come mia madre
avrebbe guardato un venditore porta a porta di ninnoli.
Se lo dici tu.
Ci spieg di preciso in quale punto saremmo entrati
nella Riserva di Kavanar, tracciando il percorso con le
dita lungo le giunture del tavolo di legno. Era in combutta
con un guardaparco che ci avrebbe lasciato passare
lungo il confine della fattoria del Vecchio Raman (a
sua insaputa), subito a est del baniano morto, quello
spaccato dal fulmine. Da l, Alias sarebbe stato in grado
senza difficolt di mettersi sulle tracce dell'elefante e si
stizz quando gli chiesi: E come, esattamente?
Il Vendicatore zoppica disse. Ha una zampa posteriore
che rimane all'esterno rispetto alle altre. Alias
riprodusse i passi dell'elefante sul tavolo, passando una
mano sopra l'altra. Se il terreno  abbastanza umido, 
facile come leggere la sua firma.
E se la giornata  asciutta? chiesi.
Si continua a cercare. Ho fatto uscite che sono durate una settimana.
All'idea mi accigliai, ma mio fratello stava annuendo.
Il lavoro  questo disse Jayan. Non molleremo finch non sar finito.
E se poi, domandai, questo cugino guardaparco non
fosse stato affidabile come presumeva Alias? Era un primo
cugino o uno di terzo grado?
Jayan disse Alias inchiodandomi con un'occhiataccia, non hai altri fratelli? Anche una sorella andrebbe bene.
Jayan ci zitt con un sibilo. L'uomo che cuoceva i samosa
ci guardava da sotto il cespuglio delle sopracciglia.
Raccolse una covata sfrigolante di samosa con un mestolo forato grande come un remo e li butt nel colino.
Alias chiese a mio fratello se aveva il fucile. Jayan grugn.
Quanto a lui, si sarebbe portato il suo famoso palissandro.
E io? domandai.
Tu porti la roba disse Alias. Per dormire, per tagliare.
Tagliare, no disse Jayan. Te l'ho gi detto.
Tagliare no, un cazzo! Alias si sporse verso di lui
con un cipiglio che doveva aver perfezionato fin dalla
nascita. Quello ha due zanne che peseranno quaranta
chili, come minimo. Non vorrai che finiscano nella collezione
del Dipartimento forestale?
Per me, possono farci quello che vogliono. Jayan
fissava il tavolo, evitando il mio sguardo. Non fa pi per me.
Ci vorr al massimo mezz'ora. Trentamila rupie.
Vienimi a dire che la met non ti farebbe comodo.
Jayan guardava torvo il fuoco dei samosa. Alias chiuse
il discorso con un gesto della mano monca.
Tutto qui? domandai. Speravo che mi insegnassero
qualcosa in pi su come si seguivano le tracce e si piazzava
un'esca, non per vigliaccheria ma per essere preparato,
dato che non avevo nessuna fretta di perdere anch'io
le dita, e nemmeno qualcos'altro, a dirla tutta. Non c' altro da sapere?
Tutto quello che devi saper fare se si mette male
disse Alias, sporgendosi verso di me,  correre.
Qualcosa di peloso mi balz sul piede. Mi alzai di
scatto, scuotendo i bicchieri, proprio mentre un gatto
randagio usciva da sotto il tavolo, la schiena inarcata,
miagolando di indignazione. Qualcuno lo sped nella notte con una pedata.
Ora tutti quegli occhi iniettati di sangue erano carichi e puntati su di me.
Alias fece il primo sorriso fuligginoso della serata.
Te ne vai gi? disse, scoppiando in una risata sguaiata,
e se era cos orgoglioso di quella battuta, evidentemente
doveva proprio essere stato nella foresta troppo a lungo.
Dopo che Alias ci ebbe lasciato, io e Jayan andammo in
una rivendita di toddy dove la folla aveva un odore collettivo
di ascella. I clienti davano pacche sulle spalle a
mio fratello, gracchiavano il suo nome con grande affetto.
Si capiva che l era qualcuno, era uno di loro. Io non
ero che il fratello, eppure il titolo mi conferiva un che di
speciale, quindi mi crogiolai nel loro cameratismo puzzolente.
Bevvi tutta la notte da un bicchiere che puzzava di
muffa. L'intruglio artigianale mi ustion lo stomaco ma
in compenso mi rese leggero e rilassato. Ricordo l'allegra
cacofonia di canti, i piattini di achar di limone da bruciare
la pancia. Ricordo di essermi svegliato appoggiato allo
spuntone della spalla di un uomo ossuto, e di essermi
sentito molto pi pesante che all'inizio della serata. Ti
avevamo preso per morto disse l'uomo, leccandosi con
passione la salsa dal dito. Prova i sottaceti, Piccolo Shivaram, ti rimettono al mondo.
Chiesi di Jayan. L'uomo mi indic una coppia di alberi
sghembi, dove mio fratello si stava scaricando. Con
una certa difficolt, barcollai fuori e aspettai - sembrava
che stesse innaffiando l'intera foresta -, e mentre aspettavo
guardai il limpido cielo blu scuro, che conteneva
tante stelle tutte insieme da farmi pensare che finalmente
ne avrei vista cadere una.
Non cadono mai mi disse Jayan, se ci speri.
Vero, eppure... Era gi abbastanza stare accanto a mio
fratello, alla deriva nella stessa corrente di silenzio.
Andiamo a casa? dissi infine.
Ancora un attimo.
Abbiamo detto a Leela che saremmo tornati presto.
Jayan gemette. Non ti toglieresti nemmeno una
scheggia dal piede senza chiederle il permesso. Fece
qualche passo verso la rivendita e quando si accorse che
non mi ero mosso si ferm in mezzo alla strada. Vieni.
Levati dalla strada.
Solo se vieni.
Ma Leela...
La tua balia? Non c' bisogno di preoccuparsi per lei.
Di solito quel tono di scherno nella sua voce mi avrebbe
ridimensionato. Ma tra il mal di testa e il bruciore di
stomaco, non avevo alcun interesse a proseguire la serata
insieme, un dovere che ricadeva sempre e completamente su di me.
Vado a casa dissi.
Non te la prendere, dai, ci stiamo divertendo!
Mi incamminai; lui mi raggiunse di corsa e mi pass il
braccio plumbeo sulle spalle. Me lo scrollai di dosso.
Il suo viso si raffredd fino all'indifferenza. Vai da
lei, allora. Tanto  te che vuole. Sempre a dirmi quanto
sei intelligente, come sar fortunata la ragazza che ti avr.
Gli dissi di piantarla di blaterare, anche se avrei dato
qualunque cosa pur di sentire il resto.
Lui guard la strada, come se potesse vederci il suo
futuro che incombeva nel buio. Mia moglie non ha bisogno di me.
Dev'essere lei a deciderlo, non tu.
L'hai sentita. Ormai a cosa servo, io?
Lavori nei campi come me.
Potrebbe trovarsi un altro bracciante qualsiasi. Cos
si risparmierebbe tutte le lamentele che riversa su di me.
Basta adesso, domani mattina dobbiamo alzarci presto.
In galera prosegu Jayan scuotendo la testa lanosa e
travagliata pensavo che, una volta uscito, sarei cambiato.
Ma quando sono uscito, ho visto che era il mondo a
essere cambiato. E io ero rimasto lo stesso.
Di colpo ero tornato bambino: timoroso, studiavo la
desolazione del viso di mio padre, i dirupi dei suoi occhi.
Piantala con queste sciocchezze gli dissi. Andiamo.
Vai tu.
Con passo incerto, si diresse incespicando verso il lontano
abbraccio delle voci ubriache. Lo sentivo distante,
inconoscibile quanto il personaggio di una fiaba.
Barcollai fino a casa.
 scontato - eppure devo dirlo - che non avevo pianificato
un incontro galante con la moglie di mio fratello.
Tutt'altro. Sapevo solo che volevo dimostrarle qualcosa,
e fu quel proposito a trascinare i miei passi incerti sulle
strade illuminate dalla luna. L'alcol mi faceva strascicare
i piedi. A un certo punto un albero dispettoso sollev
una radice e mi fece cadere di faccia, e mi sembr che
l'intera foresta si fosse coalizzata per ostacolarmi.
Tuttavia ebbi la meglio. Mi lavai i piedi alla pompa
prima di entrare in casa. Leela usc dalla sua stanza, salutandomi
con una voce dolce come rugiada - Sei tornato?
- e pensai che doveva avermi perdonato. Dov' Jayan?
Arriva le dissi, sentendo un gonfiore innaturale alle
labbra. Sta arrivando. Pi tardi.
L'hai lasciato solo?
Non era quello che volevi?
Incroci le braccia. Da quando ti interessa cosa voglio?
Feci per protestare, ma lei mi zitt e guard verso la
stanza di mia madre. Ho bisogno di bere. Vieni a sederti con me.
Pensavo che intendesse una tazza di latte caldo, non il
vino di uvaspina di mia madre. Ne vers due bicchieri e
mise la bottiglia sul tavolo della cucina, in mezzo a noi.
Mia madre era molto fiera dei suoi distillati casalinghi e
si rifiutava di ascoltarci quando la supplicavamo di sperimentare
con frutti pi blandi. Di quello bastava l'odore
per farti raggrinzire tutta la gola.
Leela sembrava non avere remore. Ne butt gi d'un
fiato un bicchiere e abbass le palpebre mentre il vino
scivolava dentro di lei come una vecchia canzone. A occhi
chiusi, il mento nella mano, cominci a tamburellare
ritmicamente sul tavolo e io la guardai come non l'avevo
mai guardata, con un ardore scoperto.
I suoi occhi incontrarono i miei; sostenni il suo sguardo.
Chi l'avrebbe detto che il vino di uvaspina era l'elisir
dell'audacia? Se voleva sapere perch la guardavo in
quel modo, se era ansiosa di conoscere la vera natura dei
miei sentimenti sepolti, prego: ero pronto a confessare.
Ha in mente qualcosa, vero?
Ovviamente fui mortificato da quella domanda. E anche
sorpreso dalla disinvoltura del suo tono, considerata
la tempesta di poco prima. Dopo questa, smetter.
Smetter quando mi cresceranno i denti dal naso.
Fece un rutto notevole e si batt il petto. Quando avete intenzione di andare?
Perch vuoi saperlo?
Secondo te, perch? La prossima volta che si presenter
qui Madame, come far a mentirle, se non so la
verit? Leela si spinse indietro sulla sedia, offesissima
dalla mia esitazione. Pensi che andr a spifferarlo al
primo pescivendolo che passa di qui?
Non passano molti pescivendoli.
Hai capito cosa intendo.
Potresti spifferarlo alla mamma, sarebbe anche peggio.
Non le ho spifferato della tua ragazza.
La mia ragazza? Quale...
La sua bocca si irrigid. Lascia perdere quale. Ti fidi di me o no?
S. No. A quell'ora avrebbe potuto convincermi a
mangiare pattume, da tanto ero lucido. Partiamo mercoled.
Domani. All'alba.
Mi vers altro vino. Voi e chi?
Uno che si chiama Alias.
Sentendo quel nome sbatt le palpebre a tripla velocit.
Lo conosci?
Scosse la testa.
Leela era ansiosa di sapere tutti i dettagli, dal punto in
cui saremmo entrati a cosa avremmo mangiato, e io sospettai
che fosse semplice curiosit di una moglie impicciona.
Hai presente il baniano morto lungo il confine
della fattoria del Vecchio Raman, quello spaccato dal
fulmine? Entriamo da l. Di tanto in tanto annuiva debolmente,
come se le mie parole la toccassero solo in parte.
Quando la bottiglia fu vuota, se la rigir fra le mani.
Mormor qualcosa, su piccole navi che crescevano dentro
bottiglie come quella. Non la ascoltavo sul serio.
Avevo gli occhi fissi sulla sua pancia, che tendeva con
delicatezza la camicia da notte.
Scalcia? le chiesi.
La domanda la colse di sorpresa. Solo una volta mi rispose, a bassa voce. Poi ha smesso.
Dagli tempo.
Mi contempl con quegli occhi che ti strizzavano il
cuore. Per una volta in quegli occhi non c'era rimprovero,
solo speranza, come se le mie parole avessero il potere
di una premonizione.
Avrei dovuto fermarmi l. Non avrei dovuto scivolare
in avanti sulla sedia, non avrei dovuto chiederle: Posso?
Lei si accigli. Arriv la vergogna, tardiva eppure
schiacciante. Desiderai che alzasse la bottiglia e mi stendesse
con un colpo.
Invece si prese il pancione tra le mani, come se cullasse un dono.
Seppur lieve, il suo cenno era un invito.
Seduto sulla punta della sedia, appoggiai i palmi sul
suo ventre compatto. Rimase ritta e immobile e io sentii
il bambino, lo sentii muoversi e girarsi, come per salutarmi.
Forse quei movimenti fetali sarebbero stati giudicati
impossibili dai medici cervelloni, ma cos' il linguaggio
della scienza di fronte al mistero della vita? Ero incantato
da quel bambino minuscolo. Ero incantato anche da
sua madre: l'odore, la sensazione vellutata che dava.
Tanti anni di astinenza, sommati al whisky e al vino, trasformerebbero
qualsiasi uomo in una bestia, tuttavia
non ho scuse per quello che feci. Alcune cose nemmeno
le ricordo, ma ricordo i suoi capelli, il suo odore, una
nota umida e selvaggia sul suo collo e un'asprezza sulla
guancia, e sebbene conoscessi il suo viso, da quella prospettiva
salata la sua gola mi stava davanti nuda e nuova.
Da cos vicino, era del tutto diversa da come l'avevo immaginata,
eppure perfetta. Era tutto, tutto.
Sussurr qualche parola che non colsi. Scostai il viso, a pochi centimetri dal suo.
Fallo restare mi disse.
Mi allontanai per guardarla bene in faccia. I suoi occhi, cos sognanti un attimo prima, erano cupi e disperati.
Mi ritrassi, ma lei mi afferr il braccio. Convincilo a lasciar perdere. Sei l'unico che pu riuscirci.
Mi sottrassi alle sue dita fragili, cercai il sostegno del bordo del tavolo. Il suo viso era una penosa supplica.
Avrebbe fatto qualunque cosa. Qualunque. Uscii incespicando nella notte. Svuotai le budella nella terra, lo stomaco in rivolta, espellendo tutto tranne il ricordo dei suoi occhi quando avevo indietreggiato: si erano fatti stanchi e rassegnati, come quelli delle anziane vedove.
Poco dopo mi arresi al sonno. Sospetto che Leela sia rimasta sveglia ancora un po'. Non la vidi prendere il biglietto da visita di Samina Madame, che teneva nella scatola di latta sotto le lettere di Jayan dalla prigione. Non la sentii alzare il telefono con mano tremante, la ghiera che ruotava come il cilindro di un'arma.
Sono sicuro che Leela volesse solo spaventare mio fratello.
Non voleva che il bambino ne ereditasse le sofferenze, e per lui non avrebbe lasciato nulla di intentato.
Molti, a causa delle sue azioni, l'avrebbero poi definita una serpe e una traditrice, ma loro non sentirono quello che mi svegli pi tardi quella notte: le lacrime incessanti che vers, senza sapere che erano solo il prologo ai suoi patimenti.
...
.
...
L'elefante.
...
.
...
Per il compleanno del ragazzo, il Vecchio gli compr un
gelato al cioccolato. Mani-Mathai lo lapp con tale lentezza
e cura che cominci a sciogliersi in nastri appiccicosi,
colandogli sul polso. Tenne da parte lo stecco e lo
mise sulla mensola sopra la sua branda, quella che fino a
poco prima era di suo zio.
A parte questo, la giornata riprese con la solita routine.
Cibo, riposo, letame, bagno. Dopo la partenza di Romeo,
sostituito da uno dei pappan di Parthasarathi, l'aria
stessa parve rilassarsi. Perch se ne fosse andato, nessuno
lo sapeva, ma il Vecchio not che la sua scomparsa
aveva lasciato spazio per un nuovo affetto tra Mani-Mathai
e l'elefante, la cui proboscide si arcuava interrogativa
ogni volta che il ragazzo si avvicinava. Una volta il
Vecchio vide il ragazzo allungare la mano sulla guancia
dell'elefante, come per rassicurarlo. Da quel gesto, comprese
che Mani-Mathai gli aveva taciuto qualcosa, che
forse c'entrava con l'improvvisa uscita di scena di suo zio.
Quel pomeriggio il vento soffiava cos forte che a Mani-Mathai
sembrava di potercisi sedere sopra e volare via.
L'osservazione strapp un sorriso al Vecchio, che gli disse
di volare in cucina a prendere dei gusci di cocco per il bagno.
Mani-Mathai stava attraversando di buon passo il cortile quando la voce di Romeo, improvvisa come uno sparo, lo ferm.
Ragazzo!
Mani-Mathai si volt lentamente, incerto. Suo zio stava percorrendo il viottolo, sorridendo con la sua dentatura fin troppo perfetta. Faceva dondolare un sacchetto di plastica azzurra.
 il tuo compleanno, giusto? Guarda, me ne sono ricordato.
Romeo faceva penzolare il sacchetto come un'esca. Mani-Mathai gli chiese cosa c'era dentro.
Suo zio ne pesc un pacchetto coloratissimo con la parola proiettile stampata in rosso. Ti piacciono i petardi, no? Questi ti faranno saltare il cuore in gola...
Il Vecchio ha vietato i petardi. Dice che gli elefanti sentono gi abbastanza rumori al lavoro; a casa si meritano un po' di pace.
E da quando ubbidisci a tutti i suoi ordini?
Da quando mi ha dato il tuo posto.
Romeo perse il sorriso e all'improvviso il ragazzo cap perch suo zio era tornato. Aveva un aspetto davvero pietoso, senza l'alcol a gonfiarlo sembrava si fosse afflosciato. Si era laccato i capelli con la brillantina per rendersi pi presentabile, nell'improbabile speranza di riavere il vecchio incarico. Profumava come una caramella alla frutta.
Mani-Mathai non aveva intenzione di aiutare suo zio, anche
se non aveva riferito al Vecchio l'episodio del forcone,
per paura di evocare qualche perversa vendetta e magari
l'intromissione di suo padre. E poi, in minima parte,
perch temeva che Romeo avesse ragione, che il Vecchio
potesse avallare l'uso del forcone.
Cal un silenzio imbarazzato, colmato solo dal rumore
di Romeo che si grattava lo scalpo fruttato. Comunque,
disse, io me ne sbatto degli ordini del Vecchio. I ragazzi
hanno il diritto di divertirsi, secondo me.
Gli allung il sacchetto azzurro.
Ho un lavoro da fare, rispose Mani-Mathai.
Prendilo e basta. Agli elefanti non d fastidio, ti faccio vedere...
Ma Mani-Mathai si stava gi allontanando.
A sera il cielo era diventato di un blu prezioso, pi chiaro ai margini, intenso al centro. Il Vendicatore, appena lavato e sonnolento, veniva accompagnato ai box. Il bagno lo aveva avvolto in una tranquillit che non provava pi da settimane - sdraiato sul fianco con l'acqua che rifluiva sulla pancia, il Vecchio che canticchiava, i gusci che lo strigliavano - e il canto e la strigliata avevano un ritmo cos rassicurante che il Vendicatore si era addormentato.
Adesso non vedeva l'ora di mangiare la montagna di panna che lo aspettava. Ma dalla direzione della stalla arrivavano zaffate sbagliate, un odore ripugnante e familiare.
L'oscurit si insinu alla periferia del suo campo visivo. Avrebbe fatto di tutto pur di rifuggire quell'odore. Torse appena il collo, ma continu a camminare, sospinto dal Vecchio.
Quando furono vicini alla stalla, il Vendicatore fiut Romeo.
Il pappan che l'aveva trafitto, che avrebbe potuto costringerlo a entrare nel box e trafiggerlo di nuovo. Era accovacciato a terra, sopra qualcosa.
Un odore sfrigolante: zolfo, fiammifero.
Il ragazzo fece qualche passo di corsa in avanti, gridando contro Romeo.
Romeo si ritrasse con un balzo dalla cosa appoggiata a terra, scoprendo i denti e chiudendosi le orecchie. Un sacchetto di plastica si lev sussurrando nel vento.
Una miccia, sibilante come un'inversione di cicale...
E poi i mortaretti.
Alla fine, a fargli perdere la ragione non furono solo gli
scoppi dei petardi e nemmeno la vista di Romeo. Fu la
brillantina dei suoi capelli, l'appiccicoso marciume di
ananas che si diffondeva nell'aria e su per la proboscide,
sconvolgendogli la mente con il ricordo di un giorno
lontano, il giorno in cui sua madre rugg e cadde, il giorno
in cui il suo tonfo scosse il terreno come una scarica
elettrica, il giorno in cui l'uomo che le aveva sparato se
ne and con la sua coda, lasciandosi dietro l'appiccicoso
marciume di ananas dei suoi capelli.
Tutti i giorni passati da allora si sbriciolarono.
Le ombre si ammucchiavano come cenere ai margini del
campo visivo del Vendicatore, stringendo sul suo bersaglio.
Scappa!, grid il Vecchio, correndo dietro al Vendicatore,
che si era liberato dalla changala e stava caricando Romeo.
Gli altri pappan si sparpagliarono, e l'avrebbe fatto anche
il Vecchio, non fosse stato che aveva perso di vista
Mani-Mathai. Attraverso il trambusto, si mise a chiamare il ragazzo.
Tutto successe in pochi attimi, fuori dal suo controllo, e
l'unica cosa che ebbe modo di chiedere al proprio destino
fu: Cos presto? Cos presto? Cos presto? Cos presto?
Il Vendicatore afferr Romeo con la proboscide e lo
sbatt due volte contro la parete della stalla, finch la sua
testa penzol come un frutto pronto per cadere. Avvert
uno strattone alla catena, che gli incendi l'ascesso. Incespic
all'indietro - un grugnito soffocato sotto di lui - e
sent la carne che si lasciava schiacciare con facilit dalla sua zampa.
Ormai gli scoppi erano terminati, ma ancora c'era l'odore di bruciato.
Dal basso provenne un borbottio. Era il ragazzo, che si
era precipitato dal Vecchio, che non era il Vecchio, che
era una cosa morta e floscia. Il ragazzo cadde in ginocchio
accanto alla testa del morto, gli mise una mano sulla
guancia. La ritrasse come se si fosse scottato.
I suoi occhi risalirono fino al Vendicatore. Tra loro ci fu
un attimo di immobilit. Quello che era stato spezzato
non si poteva riparare, n per il Vecchio n per l'elefante.
Gli occhi del ragazzo si strinsero per l'angoscia. Oscillava,
si chinava in avanti e teneva la testa del Vecchio come
se volesse portarsela via. Ma era compito del Vendicatore
portare via il corpo. Restituire ogni cosa al silenzio.
E fu quello che fece. Alzando la zampa sopra il ragazzo.
Una volta un clan si era imbattuto in un mucchio di ossa
ripulite dagli uccelli. Le ossa appartenevano a una giovane
femmina che conoscevano e gli adulti, a turno, ne
avevano odorato e cullato i resti. Ancora cucciolo, in
mezzo alle zampe di sua madre, il Vendicatore l'aveva
guardata affondare la proboscide nelle cavit e nelle orbite
del teschio. Un mormorio sottomarino nelle orecchie.
Era cos che aveva imparato a piangere i morti.
Il ricordo si ripresent mentre avvolgeva la proboscide
attorno alla caviglia del pappan e lo trascinava accanto al
cadavere del ragazzo, lasciando una strisciata scura di
rosso. Il Vecchio fu l'ultimo. Il Vendicatore gli tocc la
bocca senza fiato e rinchiuse quell'odore in una delle camere
del suo cervello. Poi abbracci il Vecchio con la
proboscide e lo depose sopra gli altri. Copr i cadaveri
con le foglie di panna e poi si diresse zoppicando verso le montagne.
Nella foresta, gli elefanti selvatici non volevano avere
nulla a che fare con il Vendicatore, con quel mortifero
tanfo di umano che aveva tatuato sulla pelle. Si avvicinava
con passo felpato allo stagno dove un clan si stava riposando,
ma, non appena percepivano la marea puzzolente
del suo arrivo, scappavano strillando e strepitando.
Perfino la foresta era cambiata negli anni della sua assenza,
piagata dal bamb moribondo, chiazzata di campi verdi e dorati.
Per lui nessuna vista era pi strana delle distese spoglie
che una volta attraversava insieme al suo clan, rifugiandosi
all'ombra, sotto le nervature degli alberi. Ben poco
restava del palissandro e dell'aanjili, solo monconi, come rivetti nel terreno.
Nelle giornate calde, l'ascesso sulla caviglia pulsava
come un secondo cuore, provocando un musth che lo
spingeva a urlare e lacerare gli alberi. Gli attacchi diminuivano
e si diradavano, ma ogni volta i rumori invadevano
i suoi pensieri e lo annegavano nella furia.
Non sarebbe stata l'ultima volta che uccideva.
Il Vendicatore pensava al Vecchio pi spesso di quanto
non pensasse a sua madre; i ricordi passavano lenti sopra
di lui, gettando ombre. Ricordava l'odore muschiato del
Vecchio, fresco nell'aria, i ciottoli allineati della sua spina
dorsale. Come canticchiava, ogni tanto. La sua comparsa
nell'anakoodu la prima mattina, il suo corpo scuro
nel riquadro bianco di luce del sole. La mente del Vendicatore
correva avanti e indietro tra passato e presente,
un abissale fluire di ricordi.
Solo quando entrava nel lago la sua mente ritrovava la
tranquillit. Sott'acqua, nel suo corpo penetrava la calma.
I suoi arti pedalavano in libert, quasi che non avesse mai portato la catena alla caviglia, non ne avesse mai conosciuto il peso.
...
.
...
La documentarista.
...
.
...
Il venerd gli abitanti del villaggio presero d'assalto la
sede del Dipartimento forestale. Arrivarono a centinaia,
intere famiglie, bloccarono la strada principale scuotendo
i pugni e gridando cos forte da flagellare le casse del nostro televisore dodici pollici.
Io e Teddy eravamo accoccolati su un logoro divanetto
con il nostro tiffin, riso e dal. Nell'ultima mezz'ora
Bobin aveva compilato i rapporti mensili, ricurvo sulla scrivania
di Ravi. Quando part il servizio, alz di colpo la
testa. Dopodich non batt ciglio. La giornalista si lanci,
senza nemmeno fermarsi a prendere fiato, in un resoconto-fiume
di cui colsi una sola parola: Sitamala. Bobin
strizz gli occhi, si sporse in avanti, zittendomi ogni
volta che gli chiedevo di tradurre. Teneva la penna per
aria, come se l'avessero congelato tutto intero, tranne il
pollice, che continuava a schiacciare il pulsante in cima.
Le guardie forestali hanno ammazzato un bracconiere
ci spieg, sempre strizzando gli occhi. Quello che
ha ucciso l'elefante dell'autopsia. C' stata una colluttazione,
a quanto pare... Si interruppe per ascoltare, accartocciando
tutto il viso. Le guardie dicono di aver sparato per difendersi.
Allora perch i locali protestano? chiesi.
Sostengono che quel bracconiere non fosse responsabile per la morte dell'elefante di Sitamala. Dicono che era disarmato quando  stato ucciso. Bobin sbuff, scosse la testa. Nonostante avesse con s lo stesso tipo di proiettile che abbiamo trovato in quell'elefante.
Qual  la loro teoria, allora? chiese Teddy.
Sostengono che siamo in combutta con il Dipartimento forestale. E che abbiamo piazzato il proiettile sul cadavere dell'uomo. Che assurdit...
Piazzato: a quella parola mi si torsero le budella. Tornai a guardare la tv, dove la giornalista procedeva rapida a terminare il servizio. Cit diverse volte un certo signor Shivaram, mentre passava l'immagine di un uomo sudato e scarmigliato che guidava gli altri, i tendini del collo tesissimi.
Quello chi ? chiesi a Bobin.
Bobin gett un'occhiata allo schermo. Dev'essere il fratello del morto.
...
.
...
Il bracconiere.
...
.
...
Mercoled, ben prima dell'alba, cominciammo in tre il
nostro viaggio, sgusciando attraverso un'apertura nella
linea degli alberi. Avevamo pantaloncini verdi e canottiere
nere per mimetizzarci alla vista, e cacca di elefante
spalmata sulle braccia per mimetizzare il nostro odore.
Jayan e Alias si muovevano agili, invece io ero appesantito
da uno zaino zeppo di troppe cose: un telo cerato, tre
camicie pulite (per mescolarci alla folla che si sarebbe radunata
dopo la caccia), cartucce, proiettili, binocoli, torce,
fiammiferi, bidi, gram, riso, masala per il sambar e per
la carne, pepe nero, peperoncini e sale.
Avevo accusato Jayan di aver esagerato col bagaglio:
Perch tutto quel masala? Magari dovevamo portarci
pure cannella e zafferano?
Hai mai mangiato la carne selvatica scondita? aveva
ribattuto. Va gi come polpa di legno.
Gi avevo il terrore dei pasti, e il mio terrore si rinfocolava
ogni volta che sentivo strillare una scimmia. Erano
le ore lattiginose del mattino, quando urlatrici e predatrici
sgattaiolavano tra gli alberi, le cicale sibilavano
come una miccia accesa. Erano rumori che conoscevo da
una vita, eppure mi suonavano sinistri ed estranei.
Perci era ancora pi strano vedere mio fratello tanto
sicuro di s. Si muoveva con la certezza setosa di una
pantera che tallona la preda: mai un piede in fallo, sapeva
come staccare la camicia impigliata in un ramo per
non lasciare prove del proprio passaggio. Il suo viso era
teso e concentrato, indurito dallo struggimento. Nella
sua mente la caccia poteva finire in un solo modo.
Alias faceva strada, portando il suo fidato palissandro
e uno zaino molto pi leggero del mio. I suoi occhi si posavano
su ogni escremento e su ogni orma. Conosceva i
sentieri delle ronde e il crepitio dei walkie-talkie, la posizione
degli accampamenti antibracconaggio. Notava
ogni ramo spezzato, il cui cuore verdissimo indicava una
rottura fresca e recente. Di igiene dentale non se ne intendeva,
ma il suo lavoro sapeva proprio farlo.
Ci aggiravamo furtivi nella vegetazione frusciante e
nella foschia spettrale, una fetta di rosa acceso all'inizio
del cielo. Alte torri di bamb nero si protendevano sopra
di noi, alcune marroni e morenti, scarabocchiate dai
rampicanti. Il suolo zuppo attutiva i nostri passi. Fosse
stata una giornata asciutta, ogni foglia crepitante avrebbe potuto tradirci.
Di tanto in tanto, sentendo un fremito tra i cespugli,
ci immobilizzavamo, i fucili puntati sul rumore, prima di
proseguire. Era mattina e gli animali stavano scendendo
dalla montagna verso le valli, per bere e fare il bagno nel
lago. Nel pomeriggio avrebbero risalito i pendii verso la
macchia aperta, dorata, a una quota superiore, dove cresceva
solo una manciata di cespugli e sempreverdi. L
avremmo teso l'imboscata al Vendicatore.
Passarono diverse ore e la mia schiena implorava sollievo
dal suo fardello. Il silenzio mi era ancor meno gradito,
perch indirizzava i miei pensieri verso la performance
della notte precedente. A tratti il ricordo affiorava - annusarle
il collo come un cagnaccio libidinoso - e mi suscitava uno spasimo di odio per me stesso.
Quindi la distrazione di uno spuntino fu benaccetta.
Dividemmo una confezione di biscotti e una borraccia
d'acqua, dopodich dovetti andare in cerca di un angolino
riservato dove espletare un bisogno sostanzioso. Mio
fratello, poco gentile, mi grid dietro: Non perderti.
Zigzagai fra gli alberi strappando una manciata di foglie
a fini igienici. Nel mio desiderio di privacy, mi avventurai un po' lontano.
Trovai una piccola radura appartata e indugiai un attimo.
Non mi ero mai scaricato nella foresta e, per la decima
volta nella giornata, mi domandai: Come diavolo faceva
Jayan a fare queste cose?
Mi tirai gi i pantaloncini e mi accucciai. Il mio intestino
and in sciopero all'istante, pretendendo condizioni
migliori. Immaginai mio fratello, bruciante di impazienza,
che veniva a cercarmi calpestando la vegetazione.
Raddoppiai gli sforzi. Alla fine dovetti ammettere la
sconfitta e mi tirai su i pantaloncini, preparandomi a sopportare
le prese in giro di Jayan, ma la prima cosa che
sentii, e che mi raggel dalla testa ai piedi, fu un brontolio
rauco levatosi dietro di me.
Mi girai gradualmente.
Il Vendicatore era a pochi metri, il suo corpo celato
dal bamb, le zanne bianche sporgenti fra i rampicanti,
la testa minacciosa, vasta come una rupe.
Il sudore mi faceva bruciare gli occhi, tuttavia non
sbattei le palpebre. Fissavo una delle zanne, la punta che
tanto tempo prima aveva incornato il cuore galoppante di un uomo.
Mettersi a correre sembrava inutile, e comunque non
ne sarei stato capace. Avevo le gambe molli, le mani vuote,
a parte una manciata di foglie igieniche. Rivolsi all'elefante
la preghiera di ogni altro stronzo che aveva avuto
la sfortuna di imbattersi disarmato in un farabutto. Finiscimi in fretta.
A parte un tic all'orecchio, per, l'elefante non si mosse.
Le sue zampe erano colonne di granito, in grado di
sostenere una mole tanto spettacolare. Mi osservava con
gli occhi color miele, come per soppesarmi, insieme alla
mia potenziale capacit di nuocergli. Mentre me ne stavo
l fermo, sentii una strana calma pervadermi. Profondissimi,
quegli occhi, piccoli dentro le pareti della rupe, di
un colore simile ai miei. Remoti e antichi. Occhi che avevano
visto il selvaggio e il non selvaggio, occhi che sapevano.
L'intera foresta sembrava trattenere il fiato. All'improvviso
il Vendicatore giunse a una conclusione che lo
spinse a voltarsi e incamminarsi, calpestando un albero
come se non fosse altro che un filo d'erba. Cos se ne
and il Vendicatore, silenzioso come era venuto, una pacifica luna grigia. Mi aveva lasciato vivere.
Mi misi a correre.
I rami mi sferzavano le braccia, i rampicanti mi frustavano
in viso. Di certo stavo dando spettacolo, ansando e
rantolando fra gli alberi. Quando Alias allung un braccio
tra le fronde e mi afferr la spalla, per poco non urlai.
Lui e mio fratello sembravano furibondi, Alias addirittura
scopr le gengive nere. Cosa dovevi fare, partorire?
Jayan disse che era andato a cercarmi. Dov'eri finito? mi chiese.
Feci un lungo respiro tremolante e rividi l'elefante che
formulava il suo giudizio, soppesava la mia fragile persona,
e qualcosa dentro di me cambi. Lo sguardo di Jayan
passava su di me come una torcia. Per motivi che al momento
non riuscii a comprendere, aggirai la verit e borbottai:
Costipato. Sono costipato.
Mi voltai e mi caricai lo zaino in spalla. Alias mi piazz
il suo grugno davanti al viso. Per me puoi anche cagare
un mattone. Ma qui abbiamo un lavoro da fare...
Jayan alz la mano. Basta, ha capito.
Alias spost lo sguardo da me a mio fratello, perplesso
dalla calma di Jayan. Sospetto che mio fratello non
fosse intervenuto solo per difendermi dai suoi insulti, ma
perch aveva colto intorno a me l'effluvio di un segreto e
sapeva che sarebbe stato meglio torchiarmi in privato.
Alias scost la mano di Jayan e disse che avremmo dovuto
raddoppiare il passo in salita per riuscire a incrociare
il Vendicatore sul pendio, come programmato. Lui arrancava
per primo, io per secondo e Jayan per ultimo; gli
occhi di mio fratello mi foravano la schiena. Serrai la mano per impedirle di tremare.
...
.
...
La documentarista.
...
.
...
Non appena il servizio del notiziario fin, io e Teddy tornammo
nella sua stanza. Lui era molto confuso. Mi implor
di ricapitolare quello che Bobin ci aveva raccontato
e, soprattutto, quello che aveva tralasciato.
Allora cominciai, l'altro ieri a Sitamala  stato ucciso un elefante.
Teddy annu impaziente. E ieri mattina Ravi ha cominciato a fare l'autopsia.
Giusto, ma a un certo punto, mentre la faceva, questo cacciatore di frodo, un certo Shivaram,  stato ucciso da una guardia forestale. Gli hanno trovato addosso...
Su di lui?
Ascoltami e basta. L'uomo aveva con s dei proiettili.
Uno dei guardaparco deve averne presi alcuni per consegnarli a Ravi, in modo che lui... insomma...
Ne ritrovasse uno al posto giusto? Nella carcassa dell'elefante?
Annuii.
Cazzo.
 una supposizione. Non possiamo sapere cosa ha fatto Ravi, a meno che non ne parliamo con lui.
E ne parleremo, puoi scommetterci. Teddy andava avanti e indietro per la stanza con un'andatura bellicosa, le mani ficcate sotto le ascelle. Lo filmeremo durante il suo giro, domani mattina, e concluderemo chiedendogli del bracconiere ucciso.
Cos, di punto in bianco?
Voglio sollevare anche l'argomento della corruzione.
Qualcosa tipo: Come ci si sente a collaborare con un Dipartimento forestale che  stato accusato di un colossale insabbiamento? Il che potrebbe portarci a parlare del caso Shankar Timber...
Lo ascoltai in silenzio, fissando la Moleskine spalancata sulla scrivania. Teddy parlava con le mani. Feci un respiro profondo, mi preparai all'impatto. Non saprei.
Teddy si blocc. Non sapresti, cosa?
L'approccio diretto non ha funzionato molto bene l'ultima volta.
Credevo che tu fossi per la spontaneit. Potrebbe essere una scena chiave.
Servir solo a farlo incazzare.
Meglio di una risposta preconfezionata. Abbiamo fatto incazzare Samina Hakim e per te non  stato un problema.
Non abbiamo bisogno di lei come di lui. Davvero, credo che riuscirebbe meglio se ne parlassi prima con Ravi.
Lasciami indovinare. Teddy mi guardava risoluto.
Da sola?
Quando ci siamo entrambi, a volte si mette sulla difensiva.
Teddy sbuff. Insistetti. Non gli chieder niente di specifico. La ripresa sar comunque spontanea.
Ma secondo me  giusto fargli sapere che vogliamo andare in quella direzione.
E se dice di no?
Scrollai le spalle. Allora niente. Non vale la pena di ferirlo.
Come farebbe il nostro filmino a ferirlo?
Esitai. Teddy intu quello che non riuscivo a dire.
Shelly era un'altra cosa aggiunse a bassa voce.
Aveva del tutto frainteso... pensava di essere innamorata
di me. Fece una pausa. O forse non  poi tanto diverso.
Mi si chiuse lo stomaco.
Emma, c' qualcosa che non mi hai detto?
Quella era sempre stata una battuta mia, nelle interviste.
Per prima arriv la sensazione di essere inchiodata, il
panico, ma poi il panico svan, sostituito dal fastidio. A
darmi sui nervi fu il sussiego, l'approccio indiretto, la
puntura lasciata dal commento di Ravi: Ti tratta come una bambina.
Niente che tu gi non sappia.
Teddy socchiuse gli occhi come se avesse sentito male, finch la verit sembr cristallizzarsi, lentamente, davanti a lui.
Voi due disse.
Annuii.
Quando gli fu chiaro che non avrei aggiunto nulla n mi sarei scusata, Teddy guard per terra.
 finita dissi. Ovviamente, visto che tra pochi giorni partiamo.
Potrebbe raccontarlo a qualcuno. Potrebbero riportarlo in internet. E a quel punto non faremmo mai nessun altro film.
Adesso esageri.
Come potresti essere obiettiva, ormai? Come potrei fidarmi di te?
Esitai, non ero abituata allo sdegno nella sua voce.
Ravi non lo dir a nessuno.
Teddy scosse la testa.
Lo conosco, Teddy.
Ci sei andata a letto. Non  la stessa cosa!
Cal un silenzio glaciale mentre ce ne stavamo sospesi tra l'estraneit e l'amicizia.
Dissi che me ne andavo, ma lui non alz la testa.
In camera mia mi preparai un t nero per restare sveglia; and gi come una fiammata amara. Avrei potuto aspettare il mattino, ma la mia testa era talmente ingolfata di sospetti e paure che non c'era pi spazio per la pazienza.
Avevo bisogno di farmi dire da Ravi che quello che avevamo sentito era falso, altrimenti non avrei dormito.
Pi tardi trovai Bobin accanto alla jeep, a supervisionare due guardiani che stavano tirando gi dal baule una grossa gabbia. Dentro c'era un piccolo macaco che masticava una banana.
Ravi? gli chiesi. Bobin mi indic la sala visite.
La lampadina nuda gettava un bagliore sinistro sul tavolo
operatorio. All'inizio non notai Ravi, seduto nell'ombra,
la stessa posizione in cui l'avevamo sorpreso il
giorno prima. Le mani a penzoloni, l'espressione vacua.
Quando lo salutai, scatt in piedi. Sono solo io, niente telecamera.
Mi studi per un attimo, poi and al tavolo e apr la cassetta di plastica dell'attrezzatura, mettendo da parte fialette come un barista sfinito.
Ho visto il notiziario. Cercai di sembrare disinvolta.
So delle proteste. Nessuna risposta, nessun segno che mi stesse dando retta. Vorremmo intervistarti, in proposito. Altre fiale, altre bottiglie. E vorremmo intervistare gli agricoltori, magari anche il guardaparco Vasu.
Perch gli agricoltori?
Perch  importante mostrare come ti vede la comunit locale. Come vede te e il centro. Mi sembrava di sentire le accuse degli abitanti del villaggio che lottavano per guadagnare spazio nella stanza. Si tratta di accuse gravi.
Ci sono molte fazioni nella comunit locale e la maggior parte di esse ci appoggia. Quelli che vorresti scovare tu sono una manciata di piantagrane.
Cos' successo?
Informazioni riservate.
 stata Samina a costringerti a farlo?
A costringermi? Fece una risata piatta e falsa.
Cosa pensi che sia, una malavitosa?
Ti ha dato il proiettile nel suo ufficio? Durante la
riunione a porte chiuse? Mentre parlavo, si allontan,
dandomi le spalle.  per questo che ci ha trascinato via
e che hai dovuto continuare l'autopsia la mattina dopo?
Voi siete fatti cos. Mi piant addosso gli occhi
stretti come due fessure. Sempre a caccia di una storia
che susciti l'indignazione dello spettatore. E la mia, di
indignazione? L'indignazione per l'ennesimo elefante
morto, un elefante che magari ho tirato fuori io da un
fosso o da una grotta, per portarlo qui e medicarlo e dargli
il biberon con le mie mani? Sradicato come se niente
fosse, come un'erbaccia.
Voglio solo sapere cos' successo.
Tu vuoi aprirmi in due e strapparmelo fuori, quello che  successo. Sbatt il coperchio della cassetta e la infil nella mensola sotto il tavolo. Non  la tua specialit? La tua dote innata?
Dimmi cos' successo all'uomo che  stato ucciso. Shivaram.
Nonostante la mia scandalosa pronuncia, sentendo il
nome Ravi si mise a fissare la superficie del tavolo, la
chiazza chiara della luce. Tutto sembr immobilizzarsi e
io restai in silenzio, certa che sarebbe bastata una parola per farlo sbottare.
Disse che il bracconiere era stato ucciso poche ore
dopo l'inizio dell'autopsia. Era rimasto coinvolto il guardaparco
Vasu. C'era stato del trambusto, erano partiti
dei colpi. Vasu era spaventato. Gli manca un anno alla
pensione. Perci  andato a chiedere aiuto a Samina Madame...
E lei  venuta da te.
Mi ha detto di sospendere l'autopsia. Quella sera
stessa, sono andato nel suo ufficio, come richiesto. Mi ha
spiegato la situazione e mi ha dato il proiettile.
Dove l'aveva trovato?
Con difficolt, Ravi mi disse che Vasu l'aveva rinvenuto
addosso al cadavere. L'uomo aveva con s una sacca
di proiettili ma - mistero - niente fucile. Mi ha dato il
proiettile. Mi ha detto che dovevo essere io a decidere.
Se incastrare un uomo morto.
Non era innocente. Qualunque cosa avesse in mente
di fare, Vasu gliel'ha impedito.
Era disarmato! Non aveva fatto niente!
Tu come ti saresti comportata? Avresti buttato il
vecchio Vasu in mezzo a una strada, lasciato che quelli
dei diritti umani lo sbranassero?
Mi dispiace deluderti, ma non avrei falsificato una
prova.  una porcata.  una roba degna della polizia di
Los Angeles.
Sulla polizia di Los Angeles, lo persi. Non puoi mettere
questa storia nel tuo film.
Perch no? Tutto quello che mi hai detto  gi stato
riportato dai media.
Perch gonfiarlo ulteriormente? Per il vostro film?
Per mettervi in mostra e fingere che la vostra arte serva a
qualcos'altro a parte la vostra carriera?
Fino a quel punto avevo mantenuto la calma, ma ora
la rabbia sgorg, rapida e bollente. La mia arte non ti
ha mai dato problemi quando ti faceva fare bella figura.
Esit un attimo, incerto. Non parliamo di me, allora.
Cosa mi dici di Samina Hakim? Non abbiamo mai avuto
un responsabile territoriale come lei. Lavoriamo a stretto
contatto con il suo Dipartimento. Perch accanirsi contro uno dei buoni?
Non si pu dire che sia senza macchia.
Quello della Shankar Timber  stato un episodio isolato...
Certo, finch non spunter un'altra compagnia del legname, o una societ mineraria o una fabbrica...
Risparmiami la predica, Emma. Qui nessuno  un santo, nemmeno tu.
Non ci tengo alla santit. Sto solo cercando di essere obiettiva.
Davvero? E cosa mi dici dell'orologio che hai al polso?
Pensi che si sia materializzato dal nulla? Pensi che il metallo di cui  fatto non venga da una miniera come quelle di cui parli?
Cosa... Guardai di sfuggita il Casio da dieci dollari che avevo preso da Walmart e incrociai le braccia.
Dove vuoi arrivare?
Non c' mai stato nessuno migliore di Samina. Nel '97 ho fatto venti autopsie. Quest'anno, due. Vorresti tornare indietro?
Ma per piacere! Il futuro della specie non dipende da me.
No. E neppure da me. Col pollice, strofin un graffio sul tavolo d'acciaio. So di essere su una barca che sta per affondare, a buttare fuori acqua con le mani. Puoi aiutarmi, oppure puoi aprire un'altra falla. Mi guard.
Il graffio era sempre l. Cosa sceglierai?
Io mi voltai ma lui si avvicin, tanto che sentii il suo
alito sulla spalla. Mi rendevo conto che voleva spingermi
a cedere, un po' come la sera in cui mi aveva messo le
mani attorno alla vita. Era successo due settimane prima,
ma da quel momento quasi ogni ora avevo sperato che accadesse di nuovo.
Emma, per favore.
Mi prese la mano. Mi pass il pollice sul nodo del polso
e per qualche attimo restammo cos, evitando di incrociare gli sguardi.
Una volta, in un'intervista, Ravi mi aveva detto che
non si sarebbe mai sposato, o meglio, che non avrebbe
mai trovato una donna disposta ad accettare quello che
chiamava la sua prima moglie: il centro di soccorso.
Pensavo stesse scherzando. Ma in quel momento capii
che si era votato a qualcosa di pi grande del centro, a
un ampio senso di pace, anche a costo di sorvolare su certi dettagli.
Forse cedetti perch vedevo la logica - sgradevole ma
necessaria - di quella pace. Forse pensai di fare la mia
piccola ma nobile parte per la protezione della specie. 
quello che mi piacerebbe credere, tuttavia mi sembra altrettanto
plausibile che a ventitr anni io mi sia arresa
solo e unicamente perch mi teneva la mano.
Gli dissi che ero stanca, che ne avrei parlato con Teddy,
nonostante avessi l'impressione che per un bel po'
Teddy non mi avrebbe rivolto la parola. Ravi si offr di
riaccompagnarmi in camera, ma scossi la testa, convinta
che ci sarebbero state altre notti, che quella per noi non sarebbe stata l'ultima.
...
.
...
Il bracconiere.
...
.
...
Mentre camminavamo nella foresta, non riuscivo a liberarmi
di una certezza: il Vendicatore mi aveva concesso
di vivere, ma non l'avrebbe fatto una seconda volta.
Ogni passo in salita era un passo nella direzione sbagliata.
Dentro di me montava il terrore; il mio cuore perdeva
un colpo a ogni fruscio del fogliame. Di tanto in tanto mi
rigiravo, sorpreso e al tempo stesso sollevato nel vedere
il viso sospettoso di mio fratello.
Cosa c'? mi sibil a un certo punto. Cosa hai visto?
Quanto avrei voluto dirglielo, e gliel'avrei detto, se
avessimo avuto un momento da soli. Comunque mi
avrebbe giudicato rammollito e sentimentale, come un
ubriaco. Avrebbe dedotto che il Vendicatore, avendo la
vista debole, non mi avesse individuato, che lo sterco
spalmato sulle mie braccia gli avesse impedito di fiutarmi.
O che semplicemente mi fossi trovato davanti un elefante
rincretinito, non il Vendicatore.
Ma io l'avevo guardato negli occhi. Rincretinito non
lo era, di sicuro.
Manu mi sussurr Jayan, dimmelo.
Alias mi lanci un'occhiata diffidente sopra la spalla.
Ignorai mio fratello e la mia paura, e ricordai la promessa
fatta a mia madre. Tenevo d'occhio gli alberi attorno a
me, i segreti nascosti tra le loro foglie. Gli uccelli farfugliavano,
invisibili.
Una volta giunti in quota, Alias e Jayan si arrampicarono
su due alberi, sperando di avvistare l'animale. Io restai ai
piedi dell'albero di Jayan, a scrutare le chiazze gialle dei
pascoli che ci circondavano, i riquadri dei campi in basso,
il picco ostile lass in alto. Dov'era l'elefante? Sentii
un muscolo della mandibola contrarsi di scatto, la mia
mente vorticava.
Ehi! Piccolo Shivaram!
Sobbalzai e guardai in aria.
Jayan era accigliato. Binocolo.
Non posso.
Non puoi, cosa? Sono sicuro di averlo preso.
Mi tolsi lo zaino dalle spalle e lo appoggiai a terra.
Non posso uccidere l'elefante.
Jayan lanci un'occhiata ad Alias, un gufo appollaiato
che ci guardava in tralice, abbastanza vicino da percepire
un turbamento ma troppo lontano per sentire i particolari.
Nessuno ti ha chiesto di ucciderlo.
Non posso affrontarlo di nuovo.
Jayan scav nel mio sguardo, in profondit. In che
senso, di nuovo?
Alias venne gi dal suo albero con un tonfo, come un
frutto troppo maturo, e si diresse verso di noi.
E se lui lo sapesse mi affrettai a sussurrare, se sapesse
che gli stiamo dando la caccia? Si dice che gli elefanti
lo sentano. Magari si nasconder da qualche parte.
Magari aspetter il tramonto e si metter lui a dare la
caccia a noi.
Come descrivere l'espressione disgustata di Jayan?
Neanche fossi un lebbroso, neanche mi fosse caduta la
punta del naso.
Adesso cosa vuole questo cagone? chiese Alias. Si
mise in una posa pi rilassata e si accese un bidi.
Vuole andarsene disse Jayan.
Quello che volevo era approfittare della seconda possibilit
che l'elefante mi aveva concesso. Quello che volevo
era vivere, lavorare, sentire il peso di una moglie
sulle ginocchia, vedere i miei figli scivolare gi da mucchi
di riso, se la vita fosse stata generosa con me. Non mi
ero mai trovato in tale intimit con un elefante selvatico,
non avevo mai sentito il suo alito sul viso, non avevo mai
osservato il terreno sotto i miei piedi sgretolarsi, finch
non era rimasta solo la zolla su cui mi trovavo, tremante.
Come si faceva a sopravvivere a una cosa del genere senza
cambiare? Come si poteva essere testimoni di un presagio
cos tremendo, un avvertimento arcaico come la
pi antica delle fiabe, ovvio come un nuvolone dalla pancia
nera, e ignorarlo?
Lascialo andare disse Alias. Sollev il bidi in modo
che il fumo gli rivelasse la direzione del vento. Per
corri il rischio di incontrare il Vendicatore sulla via del
ritorno.
E secondo te come la trova la via del ritorno? Chiedendo
indicazioni a un verdone?
Potresti venire anche tu dissi. Per un pezzo. O
fino a casa.
Alias scosse la testa. Posso sparargli, ma non posso
macellarlo da solo.
Macellarlo...? dissi io. Jayan fece un sospiro esasperato
e distolse lo sguardo.
La verit mi trafisse lentamente.
Ma nello zaino non ho gli strumenti insistetti.
Controlla nel mio disse Alias, indicando con un
cenno del mento il ramo di un albero da cui penzolava il
suo zaino, pi piccolo del mio. Ci troverai un coltello
da cucina, un'ascia, una sega...
Ma le avevi promesso... cominciai, e subito mi interruppi.
Jayan si rifiutava ancora di guardarmi negli occhi.
Dove lo nasconderai? E se lei lo trova...
Basta domande! esclam Jayan. Perch devi sempre
agitarti e lamentarti, e se questo, e perch quello? Se
vuoi andare, vai!
Distolsi lo sguardo. Traboccavo di dolore e rabbia.
Jayan era il genere di persona che non conosceva la differenza
tra ricondurre all'umilt e umiliare. Ero stufo di
entrambe le cose.
Allora vado gli dissi.
Jayan annu come se si fosse reso conto che non c'era
altro da fare. Vai disse, stavolta pi calmo. E stai attento.
Mi offr il fucile, ma lo rifiutai. Finsi di ricordarmi la
strada che avevamo percorso e gli promisi di tenere in
mano dei sassi, casomai il Vendicatore mi scovasse.
Non correre rischi mi disse Jayan.
Esauriti i consigli, si morse il labbro. In quell'istante
mi sembr proprio un bambino! Non avevamo parole, e
cos ci limitammo a guardarci come non ci guardavamo
da molto, molto tempo. Pensate all'ultima volta in cui
avete guardato qualcuno a cui volevate bene, solo guardato,
senza parlare, un viso perfino pi familiare del vostro,
un viso che cela tanti misteri.
Il nostro ospite sar qui a momenti disse Alias.
Mi voltai di scatto e mi incamminai, alleggerito dall'assenza
dello zaino. Eppure ogni passo mi sembrava pesantissimo.
Cacciare  leggere un linguaggio nascosto. Dentro la foresta,
ero a caccia di una via d'uscita. Il mio piano era
prendere un sentiero che portava a est, per poi seguire i
ghirigori del ruscello fino al baniano spaccato dove il cugino
guardaparco mi avrebbe lasciato passare. Eppure,
per quanto mi sforzassi, non riuscivo a sentire il mormorio
del ruscello.
Facevo attenzione ai segnali: un cumulo di sterco, il
cuore verde di un ramo reciso. Cercavo di non pensare a
mio fratello (e perci ci pensavo in continuazione) e, cos
distratto, scivolai e spezzai un ramoscello piuttosto grosso
con il piede. Ne avevo gi spezzati parecchi, quindi
non diedi peso alla cosa. Qualcuno l'avrebbe notato solo
se fosse stato in ascolto per cogliere proprio quel genere di rumore.
Ma ormai l'avete capito: qualcuno in ascolto c'era.
...
.
...
La documentarista.
...
.
...
In quegli ultimi giorni al centro vidi a malapena Ravi. La via di mezzo dell'amicizia era un terreno strano e paludoso, quindi ci tenevamo ciascuno sulla propria sponda.
Non avevo mai pensato che ci saremmo scritti. Le sue email avevano la brevit di un haiku, la brutale schiettezza di un cartello stradale.
Fra me e Teddy qualcosa si era irreparabilmente spezzato.
In mia presenza diventava taciturno, mangiava da solo. Andavamo avanti per inerzia, a silenzi e chiacchiere superficiali. Mi dicevo che stare lontani per un po' sarebbe bastato a guarirci, ma in fondo sentivo che la nostra amicizia non sarebbe sopravvissuta a quegli ultimi giorni.
E nemmeno il nostro film.
Il giorno in cui io e Teddy partimmo per Manaloor fu una frenetica corsa ai saluti. Ravi aveva insistito per trasferire i cuccioli di sera, e la luce calante ci mand in agitazione.
Riprendemmo gli elefantini che seguivano fin sul cassone del camion il guardiano capo, Tarun, il quale sal la rampa camminando all'indietro, sventolando banane. Dev sembrava particolarmente agitato, immune al sedativo che Ravi gli aveva somministrato con una puntura dietro l'orecchio. Si calm solo quando Tarun chin la testa, permettendogli di strofinargli la proboscide sul collo.
Una volta caricati gli elefantini sul camion, Ravi si allontan un pochino e si accucci per guardarli fiutare le assi, contraendo disperatamente le narici. Nel modo in cui si mordeva il labbro inferiore c'era qualcosa che mi ricord quando Juhi si infilava in bocca la punta della proboscide. La teoria di Ravi era che lo facesse per impedire alle formiche di infilarcisi dentro, di notte. Secondo me invece era l'equivalente di succhiarsi il pollice, un modo per sentirsi rassicurata. Sempre in cerca di una storia aveva detto Ravi, non senza affetto.
In seguito, avrei pensato ad almeno dieci altri modi per salutarsi, battute su Dev e la sua futura carriera da calciatore o sincere parole di gratitudine, ma quando Ravi mi si avvicin mi limitai a stringere la mano che mi offriva: una stretta asciutta, clericale, insignificante quanto quella che aveva scambiato con Teddy.
Emma Lewis disse. Non aveva mai pronunciato il mio nome completo, nome e cognome, tenero e sarcastico, e quel suono annull lo spazio tra noi. Non ricordo
cosa dissi; l'unica cosa che so con certezza  il modo in cui pronunci il mio nome, e all'improvviso mi sembr possibile ritornare in quel luogo, dopo anni, e ritrovare tutto immutato.
Ovviamente l'illusione dur giusto il tempo della stretta di mano. Appena partiti, Teddy abbass il finestrino dalla parte del passeggero e sistem lo specchietto retrovisore. Era un'inquadratura d'addio perfetta, con Ravi che si rimpiccioliva in lontananza, perso nel brulicho del verde.
A Manaloor, ai tre cuccioli salvati se ne aggiunse un altro, un esemplare massiccio di nome Bhim. Per due settimane vennero portati ogni giorno a passeggio sul confine della Riserva naturale, per abituarsi alla zona, per imparare quali bacche e quali foglie mangiare. Tutti erano dotati di un radiocollare. Ogni giorno si spingevano un po' pi lontano dai guardaparco, arrivando perfino allo stagno per abbeverarsi, ma tornavano sempre.
Teddy mi lasci girare pi del solito, nel tempo che passammo a Manaloor, forse perch sapeva che molto di quel materiale non l'avrebbe usato. Sarebbe stato lui a montare il film, e lui a scegliere la colonna sonora e a mixare l'audio del cut definitivo. All'inizio provammo a lavorare insieme nel suo appartamento, ma ormai l'amarezza tra noi aveva messo radici e, pur di non litigare ogni giorno per motivi pi complessi dell'estetica, mi misi da parte. Gli lasciai tutto. Altri sei mesi trascorsero in un annebbiamento insensato, il prezzo per aver ceduto un intero anno della mia vita.
Cinque anni dopo, mi imbattei nel nostro film in biblioteca.
Non riconobbi il titolo - Le creature di Kavanar - ma la copertina del DVD cattur la mia attenzione: il fermo immagine di un elefantino con una cresta arancione.
Lo guardai da sola, sul computer della biblioteca, come se racchiuderlo dentro una finestra da dieci pollici potesse limitarne l'impatto.
C'era Ravi. C'era il guardaparco Soman che bisticciava con il collega Vasu, i custodi che davano da mangiare ai cuccioli e Samina Hakim che serrava le labbra per smorzare l'ira. C'era l'elefante morto, la pelle sfogliata come le pagine di un libro.
Non si accennava al bracconiere, un'omissione che trovai da un lato tranquillizzante, dall'altro deprimente.
Cercai di ricordare il suo viso dal servizio del telegiornale, ma era solo un'immagine tra le tante che mi erano passate davanti. Cercai di afferrarle, di allinearle con i miei ricordi.
Teddy aveva accolto pochissimi dei miei suggerimenti, ma l'unico che mi  rimasto impresso  la sequenza finale.
Stiamo tallonando una guardia di pattuglia di nome Vinod. E stato incaricato di girare in macchina per il parco alla ricerca delle tracce lasciate dagli elefantini con il collare, che spariscono ogni giorno per un lasso di tempo sempre pi lungo.
Una sera li troviamo dall'altra parte dello stagno, dove un branco di femmine sta bevendo e facendo il bagno. I giovani impiegheranno ancora qualche settimana a staccarsi completamente dai custodi. Col tempo le guardie di pattuglia avvisteranno Bhim che vaga da solo, mentre Juhi, Sunny e Dev pascolano a meno di dieci metri da una mandria. Troveranno i collari lungo le piste dei pachidermi, scartati come una pelle dopo la muta.
Vinod afferma che col suo binocolo riesce a vedere gli elefantini con il collare, ma nemmeno zoomando al massimo con il teleobiettivo si riesce a distinguerli dagli altri.
Sembrano ventiquattro macchie di un unico branco che si raduna ogni sera, da sempre, sulla riva del lago. E sebbene sia una sensazione che ho avuto pi di una volta durante le riprese, mi sento confortata, aperta al mondo, alla promessa del mio potenziale, alla bellezza di ci che facciamo, e so che il nostro film dovrebbe chiudersi qui.
Ci siamo.
...
.
...
Il bracconiere.
...
.
...
Venti minuti dopo essermi addentrato nella foresta, mi ero perso. Tutti i trucchi di localizzazione che mi aveva insegnato mio fratello sembravano aggrovigliarsi e confondersi nella mia testa. Quello che mi era sembrato sterco di elefante, un attimo dopo mi sembrava un cumulo di escrementi di bisonte.
L'orma circolare apparteneva alla femmina e quella ovale al maschio, o viceversa?
Raccolsi un sasso pesante - una fragile difesa contro un elefante - e infilandomelo nella tasca dei pantaloncini ci trovai gi qualcosa.
I proiettili.
Ebbi un tuffo al cuore. Non potevo pi tornare indietro per restituirli a Jayan. Probabilmente ne aveva con s abbastanza. Una volta mi aveva detto: A un buon cacciatore ne basta uno.
Eppure. Avrebbe avuto un motivo per farmi la paternale, al suo ritorno. Di tutti i miei futuri possibili, era il pi radioso: Jayan che entra spavaldo dalla porta, gli occhi iniettati di sangue, colmi di trionfo e derisione. E cos saremmo tornati a litigare come al solito.
Pi girovagavo, pi aumentavano le probabilit di passare la notte nella foresta. Cercavo di vincere il panico.
Mi concentrai su quello che avevo attorno: un parrocchetto che si librava in aria, lo zampillo rosso di un'orchidea sul fianco di un sai. Alla base del tronco cresceva una spuma di funghi bianchi. Mi inginocchiai a raccoglierne una manciata, ben misero dono per le donne che mi aspettavano a casa.
Fu allora che lo sentii. Un fruscio alle mie spalle, talmente breve che avrei potuto attribuirlo a una scimmia, se non l'avessi gi sentito identico poco prima, una minaccia tagliente come lo stridore di un coltello.
Non mi arrischiai nemmeno a respirare. L'istinto rifluiva dal cervello a ogni angolo del mio essere, caldo e rapido come una corrente.
Infilai la mano in tasca, strinsi le dita attorno al sasso, grande come il mio cuore. Foglie tremolanti. Raggi di sole. La vita si muove a una tale velocit... eppure quel momento immobilizz il mondo intero.
Mi voltai, il braccio alzato.
Quello che venne dopo non  chiarissimo, perch anche la mente pi brillante  terribilmente lenta.
Non sentii il verdone gridare.
Non sentii il suo proiettile trapassarmi il cervello, con la facilit di un filo che entra nella cruna dell'ago. Solo dopo che il proiettile mi sfracell la nuca, i tessuti, tesi fino al loro limite, si lacerarono.
Con un impeto di pura libert, lasciai me stesso.
E poi mi ritrovai a correre, correre attraverso la foschia verde della foresta, balzando sulla prateria a falcate volanti, fermandomi solo per guardare mio fratello, che al rumore dello sparo era sbucato dall'albero urlando il mio nome. Alias lo tratteneva - ragiona, gli diceva - sostenendo che i verdoni non si sarebbero mai spinti fino a quella quota. Mio fratello rimase a lungo a scrutare la linea degli alberi e il mio amore per lui colm tutto il mio essere.
Tuttavia non potevo restare. Mi rimisi a correre e all'improvviso seppi come raggiungere il ruscello. Lo seguii fuori dalla foresta e attraverso i campi, oltre le nostre risaie, dove i miei piedi non lasciavano tracce, e in casa, dietro la tenda della stanza dove Leela era alla finestra, sperando di vederci.
Incontrare ancora il suo sguardo. Infilarle un filo nell'ago, aiutarla a piegare un lenzuolo. Riavvolgere i giorni e disfare i miei errori.
Le appoggiai le mani sulla pancia come avrei dovuto fare la notte precedente, con reverenza.
Mi dispiace. Sentii il bambino muoversi al mio tocco, e lo sent anche lei. Questo non lo lascer mai. Veglier sempre su di lui.
Le mani di Leela ispezionarono la superficie del pancione.
Il bambino le spinse il palmo.
E adesso, bambina cara, chiedo perdono anche a te.
Perch prima della nascita parliamo del feto al maschile, come se volessimo piegare il destino a nostro favore.
Tutti pregano di avere un maschietto, ma ci di cui avevamo bisogno eri tu.
Io ci sarei stato, alla tua nascita in una casa in lutto; ci sarei stato, a vedere mio fratello che ti prendeva in braccio per la prima volta, infagottata in una salvietta come una pagnotta; ti avrei guardata mentre ti facevi portare in giro da tutti in spalla. Passavi cos tanto tempo in aria da far temere a tua madre che non avresti mai imparato a camminare. Invece avresti imparato, e io ci sarei stato, a vedere. Ti avrei vegliato giorno e notte, incapace di farti
scudo dalle frecce del dolore, come quando tua madre si faceva silenziosa pensando a me o quando tua nonna avrebbe fermato il proprio cuore come si fermano le lancette di un orologio, convinta che fosse arrivata la sua ora, da quella donna autoritaria che era.
Tutte queste cose dovevano ancora succedere. Per il momento, Leela tenne le mani sul pancione, il palmo ancora rilucente di quel minuscolo segno. Ti avrebbe chiamato Manusri - abbreviato in Manu - un nome che all'inizio della tua vita nessuno sopportava di pronunciare ad alta voce, cos ti chiamavano con altri nomi, pi dolci.
Chiss se con la mente torni mai a me? Oppure sono solo il ragazzo scheletrico nel ritratto appeso in salotto?
Quella foto non rende giustizia ai miei lineamenti. Sembrano piatti e gi condannati, mentre in realt ero infastidito perch stavo facendo tardi a scuola. Che dire. Non  dato sapere quali racconti e quali tracce ci sopravvivranno.
Ogni tanto ti fermi passando, e il tuo sguardo vagheggia il mio viso sulla parete. Forse mi immagini al seguito di tuo padre nei campi, o a mungere la mucca o seduto nel palli. Ci sono solo questi rapidi scorci, come un fuoco che fa scintille ma non prende.
Un giorno potresti imbatterti negli articoli di giornale che mio fratello ritagli e collezion nella sua missione di riscattare il mio nome. Che gran baccano sollev. Nei notiziari mi definirono vittima. Sospetto. Bracconiere.
La mia morte divenne un grido di protesta, da mettere sui cartelli, scisso dal resto della mia vita.
Eppure non odio l'elefante. Il tempo o l'uomo alla fine lo abbatteranno, anche se ultimamente l'hanno visto in pochi. Si  aggirato per un villaggio dove le donne si sono arrampicate su un tetto e l'hanno accolto con pentolate di acqua bollente. Una ragazza sorda l'ha visto spaccare un jackfruit contro un albero. Ne ha incrociato lo sguardo prima che affondasse la proboscide nella polpa, indifferente alla sua presenza.
Tra gli ultimi a incontrare il Vendicatore ci fu mio fratello,
ma i pi ritengono la sua storia troppo fantasiosa per essere vera. In fin dei conti si trattava dell'Ottayan, la bestia il cui nome una volta  apparso in un film occidentale, che  stata immortalata nelle filastrocche e negli incubi di un villaggio intero. Jayan Shivaram doveva essere stato stregato da un sogno, nulla di pi facile quando si passa la notte nella natura selvaggia.
Jayan e Alias batterono la foresta in cerca del Vendicatore per tutto il giorno. Jayan faticava sotto il peso del mio zaino e del suo fucile, ma non era nulla in confronto al terrore che gli stringeva le budella.
Quando la luce cominci a calare, Alias non riusc pi a distinguere le tracce dell'elefante. Mio fratello si rifiut di arrendersi e rientrare. Immagino sapesse cosa lo aspettava a casa.
Cos passarono la notte nella foresta. Accudirono un fuocherello e dormirono a pochi passi dal suo calore che via via si affievoliva. Un vecchio trucco: se i verdoni avessero scorto il fuoco, avrebbero sparato alle fiamme, dando a Jayan e Alias l'opportunit di scappare.
Non riuscendo a dormire, Jayan ripensava allo sparo.
Ripensava alla paura e alla supplica che mi aveva letto in faccia quando ci eravamo separati.
A poco a poco sprofond in un sonno inquieto.
Nel mezzo della notte sent qualcosa di ruvido strofinargli la guancia. Sbatt le palpebre e si trov ricoperto da un mucchio di rami e foglie. Colse un sentore dell'alito paludoso. E seppe.
Davanti a lui si ergeva il Vendicatore, improvviso e silenzioso, enorme. Stava trascinando una fronda di palma sul petto di Jayan, come aveva fatto con Alias, immobile nel sonno, tanto che la bestia lo aveva preso per morto.
Alla fine il Vendicatore si ferm esitante sopra mio fratello, le zanne emanavano un fioco bagliore. Jayan respirava a malapena. Gli occhi del Vendicatore non riflettevano nulla, a parte il luccichio della luna. Cosa significava il suo silenzio? A trattenerlo era il tanfo dello sterco strofinato sulle braccia di Jayan o l'asprezza di pelle e sudore non dissimile dal mio odore?
Immaginatelo: mio fratello, sepolto e senza fiato ai piedi di un albero, con un solo pensiero in testa. Allora Manu aveva ragione.
E quel pensiero  accompagnato da un altro, una consapevolezza che pian piano lo soffoca. Il resto della sua vita lo aspetta al varco, con tutti i suoi dolori e le sue amarezze. Chiude gli occhi e spera che la zampa dell'elefante si prenda lui per primo.
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FINE.
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Ringraziamenti.
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Ringrazio il Wildlife Trust of India per il suo inestimabile lavoro nel campo della conservazione, e soprattutto Vivek Menon, suo fondatore e presidente, per l'immenso aiuto che mi ha dato per questo libro. Ho un debito di gratitudine altrettanto grande nei confronti di Jose Louies, responsabile della Enforcement, Assistance and Law Division. Per ulteriori informazioni sul WTI: www.wti.org.in
Vorrei ringraziare anche: la United States-India Educational Foundation e il Fulbright Program, in particolare Neeraj Goswami.
Abhijit Bhawal, medico veterinario del WTI's Mobile Veterinary Service dell'Upper Assam, i cui racconti di salvataggi di animali meriterebbero un libro a parte.
Babu O.S., una vera enciclopedia del sapere pachidermico. Surendra Varma, uno dei maggiori studiosi indiani di elefanti, che ha generosamente organizzato il mio viaggio di ricerca nel Wayanad e mi ha messo in contatto con tanti ospiti accoglienti e intelligenti: Gangadharan Mangalassery, Vinayan P.A., Aparnadevi
P.A., Sujin N.S. e Sabitha C. La Periyar Tiger Reserve, soprattutto il vicedirettore Sanjay Kumar Ayyappan; Binoy C. Thomas; Manu Sathyan; e Shashi Kumar.
Impiegando ex bracconieri, la riserva ha creato un piccolo esercito di guardaparco esperti, molti dei quali mi hanno messo a disposizione il loro tempo e le loro conoscenze. Ricordo, tra gli altri, Malaichami, P. Deivam, Mahamaya e C. Pandyan.
Ringrazio anche, per avermi indirizzato: R.V. Lakshmi Ammu, Devna Arora, Jacob V. Cheeran, Carol Buckley, Dilip Deori, Suparna Ganguly, Laban Gogoi, Dinesh K.J. e K.M. Javanayyan Gowda, Bulu Imam, Justin Imam, la responsabile territoriale Shajana Karim, Pratap Bhanu Mehta, Manju Menon, Mahesh Rangarajan, P.V. Subramanian, Subramanyam C.K. e Susheela Varasyar.
Per la stesura di questo libro sono risultate importanti le seguenti pubblicazioni: Elephants on the Edge: What Animals Teach Us About Humanity, di Gay Bradshaw. Alla ricerca del cimitero degli elefanti, di Tarquin Hall. Deeper Roots of Historical Injustice: Trends and Challenges in the Forests of India, in particolare il capitolo di Ashish Kothari e Neema Pathak, Conservation and Rights in India. Elephant Days and Nights, di Raman Sukumar. Elephant Poaching in Brandipur Tiger Reserve, Southern India, di Surendra Varma.
Grazie alla straordinaria Nicole Aragi, per la sua generosit, la sua fiducia e i suoi regalini a forma di elefante; a Jordan Pavlin per aver donato a questo libro la sua vivacit. A Duvall Osteen.
A Caroline Bleeke, Brittany Morrongiello, Ellen Feldman, Annette Szlachta-McGinn e al meraviglioso team della Knopf. A Jenny Assef, Peter Hlinka e Karem Thompson Walker, lettori benevoli e amici.
Alla famiglia Maru e alla famiglia James, con cui ho un debito inesprimibile.
A Vivek Maru, che ha infuso in ogni pagina di questo libro la sua perspicacia e il suo affetto.
E a Luka, che  arrivato con un tempismo perfetto.
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FINE.